Il paradosso dell'interminabile telenovela greca è che i più ottimisti sono i mercati. Non si trova un analista, nelle banche di investimento o nei think-tank, che non sia convinto che, alla fine, un accordo fra Atene e il resto della Ue si troverà. Anche Standard&Poor's, pur declassando per l'ennesima volta il debito greco, ne colloca il default fra un anno, quando, invece, se le profezie dei politici di Bruxelles e di Berlino si dovessero avverare, il botto ci sarebbe già a fine giugno. Il motivo di questa divergenza è che, in termini puramente economici, la soluzione del puzzle greco è a portata di mano e sotto gli occhi di tutti.
Atene deve arrivare ad un surplus primario di bilancio (al netto degli interessi) più modesto possibile, perché l'economia greca non si può permettere di più. "Tutto quello che abbiamo imparato negli ultimi cinque anni - dice Ashoka Mody, ex Fmi, per conto del quale ha pilotato il salvataggio dell'Irlanda - è che è incredibilmente cattiva economia imporre austerità ad un paese che si trova in deflazione. Chi esce da un trauma deve guarire le proprie ferite, prima di cominciare ad allenarsi per i 10 mila". Il percorso deve prevedere una ristrutturazione del debito, troppo alto, anche solo con un prolungamento all'infinito delle scadenze. In mezzo, occorrono le riforme - del fisco, delle pensioni, del mercato del lavoro - che, tuttavia, non possono incidere, nell'immediato, sulla domanda, perché la Grecia, al contrario, ad esempio, dell'Irlanda, esporta assai poco e, dunque, è inutile sperare di sostituire la domanda interna con quella estera. Se si taglia la domanda interna, c'è solo la recessione. Ecco perché, anche se i meccanismi, come l'età pensionabile, vanno rivisti, dopo otto tagli in cinque anni è difficile pensare ad un nuovo intervento immediato sulle pensioni, già scese del 44-48 per cento, rispetto al 2010. Ugualmente, non si capisce perché i lavoratori tedeschi possano avere i contratti collettivi e quelli greci, no. Ma se l'idea è di arrivare, in questo modo, ad un nuovo contenimento dei salari, bisogna sapere che la domanda interna ne risentirà. Come avverrebbe con un aumento dell'Iva: "Sono francamente scioccato - dice ancora Mody - che anche solo si discuta di aumentare l'Iva in questa situazione. Abbiamo appena visto come un aumento prematuro dell'Iva abbia messo in ginocchio un paese forte come il Giappone".
La Grecia e Syriza, insomma, hanno bisogno di tempo. Che è esattamente quello che i politici non sono disposti a concedere. Quelli europei perché la Grecia è ormai diventata un simbolo e non se la sentono di apparire accomodanti davanti alle loro opinioni pubbliche. L'Fmi, perché anche se il suo ufficio studi la pensa esattamente come Syriza, il suo vertice politico è prigioniero della propria cattiva coscienza. Quando fu varato il salvataggio della Grecia, India, Brasile e, in generale, i componenti non occidentali del vertice Fmi erano contrari ad un intervento che non tagliasse subito il debito, come avviene normalmente. Dominique Strauss-Kahn, allora direttore generale, si oppose perché, secondo le ricostruzioni che circolano, un default parziale avrebbe fatto saltare in aria parecchie banche. In particolare, dicono le voci, una francese e una tedesca, esposte per quasi 25 miliardi di euro. L'intervento pubblico deciso allora consentì alle banche (come, del resto, anche nel caso irlandese) di cavarsela senza danni. Due anni dopo, però, il default sui debiti privati c'è stato: le banche straniere se n'erano già andate, ma i fondi pensione greci, no. E, sui titoli di Stato che avevano in cassaforte, hanno perso circa (vedi caso) 25 miliardi di euro. Se, oggi, il sistema pensionistico greco appare insostenibile, è anche perché le casse dei fondi, dopo questa tosatura e il crollo dei contributi per via della recessione, sono rimaste vuote.
Atene deve arrivare ad un surplus primario di bilancio (al netto degli interessi) più modesto possibile, perché l'economia greca non si può permettere di più. "Tutto quello che abbiamo imparato negli ultimi cinque anni - dice Ashoka Mody, ex Fmi, per conto del quale ha pilotato il salvataggio dell'Irlanda - è che è incredibilmente cattiva economia imporre austerità ad un paese che si trova in deflazione. Chi esce da un trauma deve guarire le proprie ferite, prima di cominciare ad allenarsi per i 10 mila". Il percorso deve prevedere una ristrutturazione del debito, troppo alto, anche solo con un prolungamento all'infinito delle scadenze. In mezzo, occorrono le riforme - del fisco, delle pensioni, del mercato del lavoro - che, tuttavia, non possono incidere, nell'immediato, sulla domanda, perché la Grecia, al contrario, ad esempio, dell'Irlanda, esporta assai poco e, dunque, è inutile sperare di sostituire la domanda interna con quella estera. Se si taglia la domanda interna, c'è solo la recessione. Ecco perché, anche se i meccanismi, come l'età pensionabile, vanno rivisti, dopo otto tagli in cinque anni è difficile pensare ad un nuovo intervento immediato sulle pensioni, già scese del 44-48 per cento, rispetto al 2010. Ugualmente, non si capisce perché i lavoratori tedeschi possano avere i contratti collettivi e quelli greci, no. Ma se l'idea è di arrivare, in questo modo, ad un nuovo contenimento dei salari, bisogna sapere che la domanda interna ne risentirà. Come avverrebbe con un aumento dell'Iva: "Sono francamente scioccato - dice ancora Mody - che anche solo si discuta di aumentare l'Iva in questa situazione. Abbiamo appena visto come un aumento prematuro dell'Iva abbia messo in ginocchio un paese forte come il Giappone".
La Grecia e Syriza, insomma, hanno bisogno di tempo. Che è esattamente quello che i politici non sono disposti a concedere. Quelli europei perché la Grecia è ormai diventata un simbolo e non se la sentono di apparire accomodanti davanti alle loro opinioni pubbliche. L'Fmi, perché anche se il suo ufficio studi la pensa esattamente come Syriza, il suo vertice politico è prigioniero della propria cattiva coscienza. Quando fu varato il salvataggio della Grecia, India, Brasile e, in generale, i componenti non occidentali del vertice Fmi erano contrari ad un intervento che non tagliasse subito il debito, come avviene normalmente. Dominique Strauss-Kahn, allora direttore generale, si oppose perché, secondo le ricostruzioni che circolano, un default parziale avrebbe fatto saltare in aria parecchie banche. In particolare, dicono le voci, una francese e una tedesca, esposte per quasi 25 miliardi di euro. L'intervento pubblico deciso allora consentì alle banche (come, del resto, anche nel caso irlandese) di cavarsela senza danni. Due anni dopo, però, il default sui debiti privati c'è stato: le banche straniere se n'erano già andate, ma i fondi pensione greci, no. E, sui titoli di Stato che avevano in cassaforte, hanno perso circa (vedi caso) 25 miliardi di euro. Se, oggi, il sistema pensionistico greco appare insostenibile, è anche perché le casse dei fondi, dopo questa tosatura e il crollo dei contributi per via della recessione, sono rimaste vuote.