Metà dei paesi della Ue vuole gli Ogm. L'altra metà non li vuole. In sè, il fatto non è clamoroso: non è la prima volta che l'Europa si divide su temi specifici. Ma, considerando il bagaglio economico, culturale, anche emotivo che la questione Ogm si porta dietro è l'ennesima dimostrazione delle fratture che attraversano l'Unione su quasi tutti i temi di spicco. Euro, Grexit, Brexit, rifugiati. Visto da Bruxelles è un panorama di caos. I nostalgici dell'idea di una Europa unita guardano con amarezza verso l'esempio americano di uno Stato federale, con un'unica banca centrale, un'unica politica dell'immigrazione, una straordinaria capacità di superare le grandi differenze fra i suoi abitanti.
Be', sbagliano. Dovrebbero guardare non a Occidente, ma a Oriente. L'esempio da rincorrere non sono gli Stati Uniti, ma l'India. Così la pensa un indiano, Amit Mukherjee, professore in Svizzera all'Imd, la prestigiosa business school di Losanna. Sono disposti gli europei a imparare come superare la diversità dei loro popoli da una economia emergente, attraversata dalla corruzione? "Dovrebbero" dice Mukherjee: "Gli indiani hanno fatto un mucchio d'errori, ma questa l'hanno fatta giusta".
I paralleli sono numerosi. Il concetto di India, come quello di Europa, non è esistito per millenni. Nel 1947 c'erano 600 Stati semindipendenti, che sono stati consolidati (sulla base della lingua) in 29, più o meno come nella Ue. Il paese è grande tre quarti dell'Europa e ci si parlano 24 lingue, esattamente come in Europa. Diverse quanto possono esserlo greco e inglese, spesso con alfabeti differenti. Tutt'e tre le grandi religioni sono rappresentate da centinaia di milioni di adepti: accanto agli induisti, solo cinque paesi europei hanno più cristiani dell'India e solo due paesi nel mondo hanno più mussulmani. Le differenze culturali, anche alimentari, sono nette. Chicken tikka masala è, forse, il piatto indiano più famoso. Ma, dice Mukherjee che, ogni giorno, lo mangiano più occidentali che indiani.
Nonostante ricorrenti scontri e tensioni, l'integrazione ha funzionato, creando una comune identità culturale. L'inglese è stato il collante linguistico, almeno per chi va a scuola, mentre, in Europa, l'obbligo di imparare almeno altre due lingue oltre a quella materna è rimasto lettera morta. E la scuola è la grande macchina di integrazione. I bambini imparano fin dalle elementari il messaggio di "Unità nella diversità" e l'inno nazionale che cantano si preoccupa di citare, una per una, le diverse parti del paese. Più in generale, sottolinea Mukherjee, i politici indiani si sono preoccupati di anteporre sistematicamente l'obiettivo di gestire la diversità a più immediati obiettivi politici o economici.
Troppo facile, naturalmente, sottolineare le differenze fra l'Europa e un paese, di fatto, unificato, anche linguisticamente, dalla dominazione inglese e poi dalla lotta per liberarsene. Il punto di Mukherjje, però, è che l'integrazione e l'unificazione sono state il frutto di scelte politiche attive e persistenti, che puntano a intervenire sistematicamente sulla scuola, sulla quotidianità culturale, sull'immaginario collettivo in direzione del superamento delle diversità. L'euro e Schengen, insomma, non bastano. Fra gli effetti collaterali di questa strategia c'è l'evaporare del problema mussulmano. Quattro presidenti indiani su dodici sono stati mussulmani, c'è una nutrita pattuglia di milionari indiani, di religione islamica, come ci sono stelle popolari del cinema e dello sport. "Gli europei - fa notare Mukherjee - dovrebbero riflettere sul fatto che ci sono tanti mussulmani britannici che si uniscono alla jihad dell'Is e così pochi indiani, anche se la popolazione di religione islamica della Gran Bretagna è l'1,6 per cento di quella indiana".
Be', sbagliano. Dovrebbero guardare non a Occidente, ma a Oriente. L'esempio da rincorrere non sono gli Stati Uniti, ma l'India. Così la pensa un indiano, Amit Mukherjee, professore in Svizzera all'Imd, la prestigiosa business school di Losanna. Sono disposti gli europei a imparare come superare la diversità dei loro popoli da una economia emergente, attraversata dalla corruzione? "Dovrebbero" dice Mukherjee: "Gli indiani hanno fatto un mucchio d'errori, ma questa l'hanno fatta giusta".
I paralleli sono numerosi. Il concetto di India, come quello di Europa, non è esistito per millenni. Nel 1947 c'erano 600 Stati semindipendenti, che sono stati consolidati (sulla base della lingua) in 29, più o meno come nella Ue. Il paese è grande tre quarti dell'Europa e ci si parlano 24 lingue, esattamente come in Europa. Diverse quanto possono esserlo greco e inglese, spesso con alfabeti differenti. Tutt'e tre le grandi religioni sono rappresentate da centinaia di milioni di adepti: accanto agli induisti, solo cinque paesi europei hanno più cristiani dell'India e solo due paesi nel mondo hanno più mussulmani. Le differenze culturali, anche alimentari, sono nette. Chicken tikka masala è, forse, il piatto indiano più famoso. Ma, dice Mukherjee che, ogni giorno, lo mangiano più occidentali che indiani.
Nonostante ricorrenti scontri e tensioni, l'integrazione ha funzionato, creando una comune identità culturale. L'inglese è stato il collante linguistico, almeno per chi va a scuola, mentre, in Europa, l'obbligo di imparare almeno altre due lingue oltre a quella materna è rimasto lettera morta. E la scuola è la grande macchina di integrazione. I bambini imparano fin dalle elementari il messaggio di "Unità nella diversità" e l'inno nazionale che cantano si preoccupa di citare, una per una, le diverse parti del paese. Più in generale, sottolinea Mukherjee, i politici indiani si sono preoccupati di anteporre sistematicamente l'obiettivo di gestire la diversità a più immediati obiettivi politici o economici.
Troppo facile, naturalmente, sottolineare le differenze fra l'Europa e un paese, di fatto, unificato, anche linguisticamente, dalla dominazione inglese e poi dalla lotta per liberarsene. Il punto di Mukherjje, però, è che l'integrazione e l'unificazione sono state il frutto di scelte politiche attive e persistenti, che puntano a intervenire sistematicamente sulla scuola, sulla quotidianità culturale, sull'immaginario collettivo in direzione del superamento delle diversità. L'euro e Schengen, insomma, non bastano. Fra gli effetti collaterali di questa strategia c'è l'evaporare del problema mussulmano. Quattro presidenti indiani su dodici sono stati mussulmani, c'è una nutrita pattuglia di milionari indiani, di religione islamica, come ci sono stelle popolari del cinema e dello sport. "Gli europei - fa notare Mukherjee - dovrebbero riflettere sul fatto che ci sono tanti mussulmani britannici che si uniscono alla jihad dell'Is e così pochi indiani, anche se la popolazione di religione islamica della Gran Bretagna è l'1,6 per cento di quella indiana".