Economia

Ue-Gb: Cameron è finito nel vicolo cieco del suo referendum

2 minuti di lettura
Un maligno giornalista inglese ha evocato su Twitter una famosa scena dei Monty Python, in cui un gruppo di terroristi ebrei tenta di definire i motivi di rivolta contro l'impero romano, senza arrivare a gran che. Il governo Cameron non sembra in una situazione molto diversa per quanto riguarda la Brexit e il referendum sulla Ue. Anzi, l'impressione sempre più diffusa - anche sulla stampa inglese - è che il premier britannico abbia infilato la testa in una trappola e non sappia come uscirne. Particolare importante: la trappola se l'è costruita Cameron da solo.

Un po' di storia. Dopo aver a lungo rimbrottato gli euroscettici del suo partito per l'interminabile bla bla sull'Europa, alla vigilia di elezioni difficili Cameron salta il fosso e promette un referendum sulla permanenza inglese nella Ue, a meno di radicali riforme nel funzionamento della comunità. Ha paura che gli euroscettici dell'Ukip di Nigel Farage gli svuotino le urne. Probabilmente, pensa di non vincere le elezioni e vuole perderle meglio possibile. O di vincerle, ma con il contributo determinante dei Lib Dem che gli impediranno di fare il referendum. Invece, a maggio, vince, anzi stravince. E, a questo punto, viene il difficile, perché il referendum lo deve fare.

Però Cameron vorrebbe restare in Europa, come strepitano i grandi interessi economici e finanziari. Ma di quali riforme ha bisogno, allora, l'Europa, secondo Downing Street? O, più esattamente, quali riforme può chiedere Cameron che siano sufficientemente radicali da giustificare agli occhi degli euroscettici la permanenza di Londra nella Ue, ma che, contemporaneamente, siano anche accettabili dalle altre capitali europee? E qui Cameron e lo stato maggiore tory si sono incagliati.

A cinque mesi dal trionfo elettorale, nonostante vari tour diplomatici, nulla ancora di sa delle richieste di Cameron. Il malumore della tecnocrazia comunitaria e delle diplomazie dei diversi paesi nei confronti della fumosità delle posizioni inglesi è stato espresso più volte. A Bruxelles, come a Berlino, si disegnano scenari di possibili richieste e di possibili compromessi. Ma manca l'elemento essenziale: cosa vogliono esattamente gli inglesi? Neanche il vertice Ue di questa settimana, che aveva all'ordine del giorno appunto il referendum britannico, ha chiarito il mistero. Cameron ha promesso lumi nelle prossime settimane, ma la diplomazia comunitaria gli ha posto, informalmente, un aut aut: se entro i primi di novembre non arriva un testo scritto di richieste inglesi, su cui cominciare a lavorare, l'agenda del summit di dicembre dei leader europei non comprenderà la questione inglese, per il semplice motivo che discutere nel dettaglio eventuali richieste sarebbe impossibile, senza almeno un mese di lavori preparatori. Il risultato di questa cancellazione sarebbe inquietante per Cameron, perché significa far slittare la trattativa al vertice fino a marzo, con gli euroscettici che in patria già fanno campagna e Downing Street che tace.

Il problema è che l'unica riforma che tapperebbe la bocca agli euroscettici non è spendibile. L'Ukip e la destra tory amerebbero negare i benefici del welfare ai cittadini degli altri paesi europei che vengono a lavorare in Gran Bretagna. Ma questo vuol dire discriminare i diritti di cui godono i cittadini dell'Unione. Se vogliono il mercato unico delle merci e dei servizi (quello della Ue che piace agli inglesi) devono accettare anche la libera circolazione delle persone. Gli altri leader europei, Merkel in testa, non sembrano disposti a cedere su questo punto. Avendo già scelto di restar fuori dall'euro e da Schengen, a Londra non resta molto altro. Cameron può ottenere garanzie che i 19 paesi dell'Eurozona non potranno costringerlo, a maggioranza, ad accettare cose che non vuole. Ma difficilmente questo può passare per la riforma radicale che cambia l'anima della Ue.