Non solo difesa: il piano di riarmo può risvegliare l’economia Ue. Ma va finanziato con il debito
di Maurizio RicciBurro o cannoni? Burro, naturalmente. Ma se il burro proprio non si può, almeno i cannoni. Il riarmo a sorpresa dell'Europa - anche se, per scelta dichiarata, esclusivamente difensivo - apre una questione morale, ancor prima che politica, di cui sono testimonianza martellante le polemiche di questi giorni. Se, però, il terreno lo restringiamo, senza pregiudiziali, all'economia, non c'è questione: il riarmo non è un peso, ma una occasione e una opportunità. Non l'unica, ma quella politicamente più a portata di mano.
Il mal sottile che sfibra l'economia europea è stato diagnosticato a ripetizione, in lungo e in largo, non ultimi dai rapporti di Enrico Letta e Mario Draghi. L'economia è asfittica, perché mancano domanda e investimenti che scuotano un apparato produttivo appesantito dal boom dei tassi di interesse degli ultimi due anni. Cosa succederebbe, allora, se, su quello stesso apparato produttivo, arrivasse lo stimolo di un significativo programma di spesa militare?
Burro o cannoni? Burro, naturalmente. Ma se il burro proprio non si può, almeno i cannoni. Il riarmo a sorpresa dell'Europa - anche se, per scelta dichiarata, esclusivamente difensivo - apre una questione morale, ancor prima che politica, di cui sono testimonianza martellante le polemiche di questi giorni. Se, però, il terreno lo restringiamo, senza pregiudiziali, all'economia, non c'è questione: il riarmo non è un peso, ma una occasione e una opportunità. Non l'unica, ma quella politicamente più a portata di mano.
Il mal sottile che sfibra l'economia europea è stato diagnosticato a ripetizione, in lungo e in largo, non ultimi dai rapporti di Enrico Letta e Mario Draghi. L'economia è asfittica, perché mancano domanda e investimenti che scuotano un apparato produttivo appesantito dal boom dei tassi di interesse degli ultimi due anni. Cosa succederebbe, allora, se, su quello stesso apparato produttivo, arrivasse lo stimolo di un significativo programma di spesa militare?
La risposta la dà un rapporto del Kiel Institute, un importante think tank tedesco: se la spesa militare europea passasse, in media, all'anno, dal 2 al 3,5 per cento del Pil, come si discute, quello stesso Pil aumenterebbe fra lo 0,9 e l'1,5 per cento ogni anno. Sembra poco? La Bce, proprio in virtù dell'economia asfittica, ha recentemente abbassato di due decimi di punto le previsioni sul Pil dei prossimi anni: più 0,9 per cento nel 2025, 1,2 nel 2026, 1,3 nel 2027.
La spesa in beni e servizi militari, dunque, farebbe raddoppiare il tasso di sviluppo dei prossimi anni. In una parola, un botto.Il rapporto chiarisce, peraltro, che la spesa militare non si pagherebbe da sola. Ovvero, quel Pil in più non darebbe poi risorse sufficienti, in termini di imposte, a finanziarla completamente. Tuttavia, non farebbe sparire davvero il burro: le risorse sottratte ai consumi sarebbero contenute. La precondizione logica, però, secondo il Kiel Institute (di questi tempi i tedeschi non cessano di stupire) è che la spesa venga finanziata in deficit e a debito: se i fondi venissero da un aumento delle tasse significherebbe dare da una parte all'economia quello che le hai tolto dall'altra e lo stimolo sarebbe zero.La benedizione che, da parte del think tank tedesco, arriva ai programmi di cui parla la Commissione è tutt'altro che isolata.
Anche Goldman Sachs insiste sugli effetti della spesa militare, anche se in termini più prudenti. Il moltiplicatore di questa spesa, dice la grande banca d'affari americana, è 0,5. In parole comprensibili, significa che 100 euro spese per la difesa si traducono, entro due anni, in 50 euro in più di Pil. Peraltro, l'investimento militare ha anche effetti qualitativi, come mostra l'esperienza americana: spendere un 1 per cento di Pil nell'industria bellica fa aumentare dello 0,25 per cento la produttività, zavorra storica dell'industria europea.
Questo non vuol dire che, per un'Europa che oggi importa dagli Usa, in armamenti, il doppio di quanto produce, l'indipendenza strategica sia dietro l'angolo. Ma, nel momento in cui Washington garantisce o nega, a proprio arbitrio, la manutenzione degli F-16 che ha venduto, il problema diventa ineludibile. Secondo Sander Tortoir, della London School of Economics, l'Europa ha, del resto, le capacità industriali per mettersi a pari: nel comparto manifatturiero, l'Europa è molto avanti agli Stati Uniti e la crisi dell'auto, ad esempio, offre impianti e competenze. Gli attori ci sono: “non abbiamo bisogno di soldi – hanno dichiarato in questi giorni i boss dell'italiana Leonardo e della francese Thales – abbiamo bisogno di contratti”.
Resterebbe, nell'ipotesi di una rottura con gli americani, un gap tecnologico, anche se gli stessi industriali europei ne negano l'importanza. E' anche vero che, alla fine, sul campo di battaglia, la novità recente più incisiva è, forse, una scommessa europea, sia pure ucraina, a bassa tecnologia: la guerra dei droni. Allora, restando rigorosamente sul piano del rilancio dell'economia, il riarmo è una scelta obbligata? Niente affatto. Stimolo per stimolo, ha ragione chi osserva che un programma di pari ampiezza per l'energia pulita darebbe risultati più o meno analoghi. Ma a Bruxelles, in questi momenti, la carta più vincente è quella di Platone: se vuoi la pace, prepara la guerra