Macerie da rimuovere, economia da ricostruire da zero: quanto costerà fare rinascere Gaza
di Maurizio RicciPolverizzata. La parola che usano quasi tutti gli esperti per descrivere quello che le immagini satellitari di Gaza fanno vedere, dopo due anni di guerra, non è “distrutta”, neanche “sventrata”, neppure “demolita”, i termini impiegati per descrivere, ad esempio, Aleppo dopo i bombardamenti russi sui ribelli siriani. E' “polverizzata”: il risultato di una distruzione programmata e sistematica che ha creato una distesa ininterrotta di macerie.
Sappiamo anche, con la precisione dei numeri, quante sono: 54 milioni di tonnellate. Anzi, grazie ai satelliti, abbiamo potuto seguire, quasi passo passo, l'accumularsi delle macerie. Erano 27 milioni di tonnellate a maggio 2024. Salite a 39 milioni di tonnellate a dicembre, fino ai 54 – almeno – di oggi. Ammesso che uno riesca a farsi un'idea di cosa…
Polverizzata. La parola che usano quasi tutti gli esperti per descrivere quello che le immagini satellitari di Gaza fanno vedere, dopo due anni di guerra, non è “distrutta”, neanche “sventrata”, neppure “demolita”, i termini impiegati per descrivere, ad esempio, Aleppo dopo i bombardamenti russi sui ribelli siriani. E' “polverizzata”: il risultato di una distruzione programmata e sistematica che ha creato una distesa ininterrotta di macerie.
Sappiamo anche, con la precisione dei numeri, quante sono: 54 milioni di tonnellate. Anzi, grazie ai satelliti, abbiamo potuto seguire, quasi passo passo, l'accumularsi delle macerie. Erano 27 milioni di tonnellate a maggio 2024. Salite a 39 milioni di tonnellate a dicembre, fino ai 54 – almeno – di oggi. Ammesso che uno riesca a farsi un'idea di cosa significano davvero questi milioni di tonnellate. Forse è più chiaro così: 383 chili di detriti (un terzo di tonnellata) per metro quadro, calcola l'Onu. Solo sgombrarli è una operazione colossale. Secondo uno studio (effettuato quanto le tonnellate di macerie erano ancora solo 39 milioni) se almeno l'80 per cento di questi detriti può essere almeno frantumato, occorrono sei mesi per spostarli. Ma questo, se si usano 50 giganteschi frantumatori industriali, del tipo che a Gaza, negli anni, non si è mai visto. Se, invece, si mettono in opera 50 piccoli frantumatori normali – quelli storicamente visti finora a Gaza – lo sgombero occuperebbe 37 anni. I dati e le analisi sul recupero di Gaza sono tutti così, fatti di numeri a prima vista inverosimili, come, in fondo, è a prima vista inverosimile anche il suo tasso di distruzione: 80 per cento di edifici danneggiati, di cui metà, più esattamente, rasi al suolo.
E, quindi, nell'ipotesi che la tregua regga davvero e che Donald Trump abbia effettivamente rimesso nel cassetto il progetto di farne una Saint-Tropez del Levante, senza neanche un palestinese, quanto costa rimettere in piedi Gaza? Anche qui, le cifre sono andate crescendo nel tempo. A dicembre erano ancora 53 miliardi di dollari, secondo la World Bank. Oggi, calcola l'Onu, il conto è salito a 70 miliardi.
Può sembrare tanto, rispetto ad un costo che gli stessi esperti calcolano per la ricostruzione dell'Ucraina, di poco superiore a 500 miliardi di dollari. Gaza sono 365 chilometri quadrati, più o meno quanto la città di Tolone in Francia, mentre l'Ucraina è, per estensione, il paese più grande d'Europa. Ma, nonostante l'intensità dei bombardamenti sulle città ucraine, il tasso di distruzione è molto diverso. A Gaza, quattro edifici su cinque fuori gioco, la maggioranza delle scuole è in rovina, non c'è più neanche una università, 232 ettari rimasti coltivabili sui 15 mila prima della guerra, l'83 per cento dei pozzi di irrigazione inutilizzabili, azzerate fogne, condutture elettriche e dell'acqua potabile. Gaza, insomma, va ricostruita praticamente da zero, l'Ucraina no. E, in larga misura, inoltre, l'Ucraina si ricostruirà da sola.
Una differenza cruciale, infatti, è che l'Ucraina ha, tuttora, una economia vibrante. Gaza, invece, no e non l'aveva neanche prima. La Striscia, in effetti, è da anni soprattutto un grande campo profughi dove il flusso di aiuti internazionali era già il fattore fondamentale dell'equazione sopravvivenza. Tuttavia, fra pesca, agricoltura, allevamento, le basi di una economia interna c'erano. Oggi, il 99 per cento della terra coltivabile è indisponibile, polli, vitelli, pecore si sono volatilizzati e il grosso delle barche è fuori uso. Ma il vero problema è lo stato di guerra e guerriglia permanente che pesa su Gaza da più di vent'anni, con ripetute incursioni e schermaglie, quasi ogni anno, che hanno bloccato sul nascere qualsiasi iniziativa economica.
L'Onu calcola che, se l'economia crescesse al ritmo degli ultimi venti anni, partendo, come adesso, praticamente da zero, ci vorrebbero 350 anni solo per riportare il Pil di Gaza al livello del 2022. Tuttavia, la storia insegna che non bisogna farsi spaventare troppo da numeri e simulazioni. Le guerre lasciano una scia di distruzione, ma, viste sotto un profilo strettamente economico, le ricostruzioni post belliche sono una straordinaria occasione di investimento.
Ricostruire e rilanciare Gaza è una opportunità che fa gola a molti e, fra i paesi amici, ce ne sono con tasche profonde. Le indiscrezioni Onu dicono che i donatori si sarebbero già fatti avanti per fornire i 20 miliardi necessari alle esigenze più impellenti, dal cibo all'acqua.Il problema, in realtà, è politico. Gli stessi donatori, dicono ancora all'Onu, esitano ad impegnarsi in progetti ambiziosi, in uno scenario in cui le bombe potrebbero ricominciare a cadere domani. Gaza può rinascere solo se le armi tacciono.