Trump non ha imparato la lezione. Il ricatto sul diesel alla Ue farà male agli Stati Uniti
di Maurizio RicciIl mercato dà, il mercato prende, si potrebbe dire, parafrasando un vecchio detto. Tanto più se il mercato è il più mastodontico e vorticoso dei mercati mondiali: quello dei prodotti petroliferi. E nelle sue spire si spengono pure le velleità della superpotenza globale, il maggior produttore di energia al mondo: gli Stati Uniti. Nel caso specifico, nelle trappole del mercato affondava anche l’ultima trovata di Donald Trump.
L’idea di sospendere l’export americano di diesel, con cui alla Casa Bianca si sono baloccati per qualche giorno, sperando che, ad un mese dalle elezioni, faccia scendere i prezzi interni, sarebbe “devastante”, ha detto un operatore del settore, per l’Europa. Dei 600 mila barili di diesel che arrivano ogni giorno nella Ue, quelli Usa ne coprono circa un terzo. Più o meno, è lo stesso rapporto che c’è nelle importazioni italiane, anche se, probabilmente, la quota americana è cresciuta nelle ultime settimane, viste le difficoltà in Medio Oriente, che assorbiva metà d…
Il mercato dà, il mercato prende, si potrebbe dire, parafrasando un vecchio detto. Tanto più se il mercato è il più mastodontico e vorticoso dei mercati mondiali: quello dei prodotti petroliferi. E nelle sue spire si spengono pure le velleità della superpotenza globale, il maggior produttore di energia al mondo: gli Stati Uniti. Nel caso specifico, nelle trappole del mercato affondava anche l’ultima trovata di Donald Trump.
L’idea di sospendere l’export americano di diesel, con cui alla Casa Bianca si sono baloccati per qualche giorno, sperando che, ad un mese dalle elezioni, faccia scendere i prezzi interni, sarebbe “devastante”, ha detto un operatore del settore, per l’Europa. Dei 600 mila barili di diesel che arrivano ogni giorno nella Ue, quelli Usa ne coprono circa un terzo. Più o meno, è lo stesso rapporto che c’è nelle importazioni italiane, anche se, probabilmente, la quota americana è cresciuta nelle ultime settimane, viste le difficoltà in Medio Oriente, che assorbiva metà della domanda di diesel. L’impatto di un blocco sui prezzi in Europa, secondo Goldman Sachs, sarebbe dunque un rincaro del 2 per cento, in una situazione in cui la crisi di Hormuz già costa ai consumatori europei più di 200 milioni di dollari al giorno.
In perfetto stile Trump, questi guai dei suoi (ex?) alleati europei sono, anzitutto, una opportunità. Da qui, il ricatto: raffreddate la vostra domanda, ricorrendo alle scorte di emergenza di gasolio o io blocco le esportazioni Usa. In realtà, la scelta non c’era: l’Europa era chiamata a ricorrere alle riserve comunque, o per far fronte al blocco, o per evitarlo. Il compromesso trovato alla fine, all’interno del G7, chiama a rilasciare le riserve non solo l’Europa, ma anche Giappone, Canada e gli stessi Stati Uniti e, comunque, ha un raggio più limitato: 100 milioni di barili in quattro mesi, anziché i 120 milioni in due mesi che chiedeva Trump.
Difficilmente l’accordo sarà sufficiente ad alleviare i problemi elettorali di Trump alla pompa, ma, visto dal lato europeo, è un nuovo cedimento ad una pressione della Casa Bianca, più apparente che reale. Come spesso gli capita, infatti, Trump agita un bastone che, in realtà, non ha.
Il problema è il mercato interno Usa e gli effetti che avrebbe sui prezzi americani un no alle esportazioni di gasolio. Trump ha già dovuto sorbire l’amara sorpresa di vedere le logiche del mercato globale del petrolio mettere in ginocchio anche gli Stati Uniti. Gli Usa producono più greggio di chiunque altro, ma lo esportano anche e, in un mercato internazionale, il prezzo del barile lo fa il rapporto tra domanda e offerta mondiali. Ed ecco, nonostante le cisterne americane traboccanti, la benzina Usa stabilmente sopra i 4 dollari, il gasolio sopra i 6 dollari alla pompa.
L’amministrazione Trump ama le vecchie ricette di politica economica e, come ricorre ai dazi nel commercio, ha pensato all’intervento statale in materia di prezzi. Tuttavia, l’idea di intervenire pesantemente nella gestione aziendale e nel meccanismo di formazione dei prezzi può avere risultati paradossali. Fino all’autogol.
Le raffinerie americane che producono il diesel stanno al Sud e, da lì, esportano nel mondo. Nel Nord e, in particolare nel Nordest, tipo New York e Washington, dove il gasolio viene largamente usato anche per riscaldamento, il diesel viene importato dall’estero. Se scattasse il bando, nel Maine, ad esempio (dove fra un mese si svolge una elezione cruciale per il Senato e il destino politico di Trump) dovrebbero fare le scorte per il riscaldamento invernale ai superprezzi mondiali creati dallo stesso Trump. Ma non potrebbero comprare, invece, il gasolio del Sud? Non è così semplice. Non si riorganizzano in un paio di settimane le rotte che partono da Galveston e dagli altri porti sul Golfo del Messico e il numero di navi è limitato. Mentre una apposita legge vieta tuttora specificamente l’utilizzo di navi straniere per commerci fra Galveston e New York o qualsiasi altro porto americano.
E’ dubbio, d’altra parte, che ci sarebbe stato tutto questo gasolio da trasportare. Il bando punta esplicitamente a creare una sovrapproduzione che faccia scendere i prezzi. Ma, bilanci alla mano, alle raffinerie americane non converrebbe produrre tutto questo diesel da vendere sottoprezzo: meglio rallentare, in attesa che il blocco arrivi alla scadenza.
Dunque, non è detto che, fermando l’export, il mercato americano venga di colpo inondato dal diesel Usa che non è stato venduto all’estero, come nel piano iniziale di Trump. Ma c’è di peggio. Il passaggio successivo è l’equivalente dello spararsi sui piedi. La lavorazione del greggio ha, infatti, dei parametri fissi. Da un barile si estrae (con pochi margini di elasticità) un tot fisso di gasolio, un tot di benzina, un tot degli altri derivati. Non è che riduci la produzione di gasolio e ottieni più benzina. Se vuoi meno gasolio, produci anche meno benzina. Alla Goldman Sachs hanno calcolato che il blocco delle esportazioni di gasolio avrebbe fatto scendere il diesel alla pompa di 20 centesimi al gallone, ma aumentare il prezzo della benzina di 30 centesimi. Su chi abbia davvero il coltello dalla parte del manico, in questa storia, c’è molto da discutere.