Outlook

Perché faremo fatica a liberarci del carbone

Un uomo cammina vicino a una centrale alimentata a carbone a Shanghai, Cina
Un uomo cammina vicino a una centrale alimentata a carbone a Shanghai, Cina (reuters)
Outlook del 16 giugno. Iscriviti alla newsletter
5 minuti di lettura

Benvenuti su Outlook, la newsletter di Repubblica che analizza l'economia, la finanza, i mercati internazionali.

Quello che so sui mercati finanziari e l’economia l’ho imparato lavorando per una delle principali Sim di Piazza Affari, le società che comprano e vendono i titoli in Borsa per i grandi investitori. L’ho portato con me quando sono diventato giornalista di Repubblica dove, tra le altre cose, mi sono occupato di inchieste e grandi scandali come quello di Parmalat, contribuendo a smascherare i suoi bilanci falsi.
Ogni mercoledì parleremo di società quotate e no, di personaggi, istituzioni, di scandali e inchieste legate a questo mondo. Se volete scrivermi, la mia mail è w.galbiati@repubblica.it.

Buona lettura

Quanto sia poco in via di estinzione l’utilizzo del carbone come fonte energetica, a dispetto delle sue conseguenze per il clima globale, lo testimoniano l’interesse e i soldi che il gruppo svizzero delle materie prime Glencore è disposto a mettere sul tavolo per sbaragliare i competitor e comprare le attività di carbone di Teck Resources, il più grande operatore minerario canadese. Si tratta forse di una delle più importanti battaglie di acquisizione dell’industria mineraria degli ultimi dieci anni e se andasse in porto porterebbe alla creazione di un colosso nell’estrazione del carbone con pochi rivali al mondo e capace di produrre 100 milioni di tonnellate di carbone termico e altre 30 milioni per la produzione di acciaio all’anno.

Il valore dell’operazione. Glencore ha già offerto 8,2 miliardi di dollari in contanti per le attività carbonifere di Teck, nell'ambito di una proposta più ampia per l'intera Teck Resources del valore di 23 miliardi di dollari tra contanti e azioni. Soldi che oggi è disposta ad aumentare e che dal suo punto di vista non sembrano essere troppi o spesi male, visto che nel 2022 la domanda di carbone ha raggiunto il suo nuovo picco e ha superato per la prima volta gli 8 miliardi di tonnellate, con buona pace di tutti i proclami per ridurre le fonti di gas serra, tra le quali il carbone conta per più del 40%.

Il carbone termico è un problema per il clima. Tanto per capire quale sia la posta in gioco, le Nazioni Unite stimano che, per mantenere la crescita del riscaldamento globale al di sotto di 1,5° C rispetto ai livelli preindustriali, la produzione di carbone dovrebbe diminuire dell’11% all’anno. La stessa Agenzia Internazionale per l'Energia (AIE) si oppone all'apertura di nuove miniere e all'espansione di quelle esistenti e i climatologi ritengono che l'80% delle riserve debba rimanere incombusto.

Un futuro ancora in crescita. E non si deve pensare che i numeri del 2022 siano stati quelli di un anno eccezionale per via della guerra in Ucraina che ha colpito l’approvvigionamento di tutte le fonti energetiche, perché gli operatori prevedono che il consumo globale di carbone crescerà di un altro 3-4% quest'anno e il suo uso molto probabilmente continuerà a lungo, ben oltre il 2030.

Se infatti da una parte l’Europa e gli Stati Uniti si stanno orientando verso fonti rinnovabili, o alla peggio sul gas, dall’altra i Paesi asiatici che dipendono dalle importazioni per l’energia vedono nel carbone una soluzione semplice e a basso a prezzo, perché facile da spedire e gestire rispetto al gas liquefatto. La Cina, tra i principali consumatori di carbone, sta progettando 270 gigawatt di nuovi impianti a carbone entro il 2025, più di quanti ne abbia installati oggi qualsiasi Paese e l’India, l’altro grande cliente del carbone, sta seguendo un percorso simile.

Tutta la catena del carbone è ancora ben finanziata. Come ha rivelato un’inchiesta di The Economist, la filiera del carbone continua ad essere alimentata e in abbondanza. In ordine ricevono finanziamenti 1) il commercio e il trasporto 2) l'aumento degli scavi nelle miniere esistenti 3) i nuovi progetti. E se è vero che più di 200 tra i maggiori finanziatori del mondo, tra cui 87 banche, hanno annunciato politiche di restrizione degli investimenti nelle miniere di carbone o nelle centrali elettriche a carbone, c’è pur sempre qualcuno che non vuole lasciarsi sfuggire l’occasione di fare soldi con questa industria.

1) Chi finanzia il commercio e il trasporto. E’ la parte della catena più semplice da finanziare, tramite bond o prestiti bancari, e in prima linea, secondo quanto hanno dichiarato i responsabili delle società di trading al settimanale britannico, ci sono la Dbs di Singapore e la svizzera Ubs, ma non mancano le banche dei Paesi consumatori, come la Cina o il Giappone, così come la britannica Standard Chartered, sebbene dichiari di aver avviato una diminuzione della propria esposizione sul carbone termico.

Solo gli istituti di credito europei sono usciti, ma sono stati sostituiti da banche di Paesi produttori come Australia, Indonesia e Sudafrica. Anche le società di commercio e trasporto pullulano e laddove la pressione degli ambientalisti induce alcuni grandi spedizionieri a rinunciare al carbone, di contro compaiono di volta in volta piccoli operatori, spesso cinesi o greci, o oscure società con sede a Hong Kong capaci di garantire il trasporto.

2) I finanziamenti al settore. Anche il finanziamento di ulteriori scavi nelle miniere esistenti, il secondo anello della catena di approvvigionamento, non è un problema. L'anno scorso la produzione di carbone ha raggiunto il suo record, ma non si è trattato di un business in linea col passato. Dal 2018 molte "major" minerarie (grandi gruppi diversificati quotati sui mercati pubblici) hanno venduto alcuni o tutti i loro asset nel carbone.

Tuttavia, anziché essere smantellate, le attività dismesse sono state rilevate da aziende private, società rivali dei mercati emergenti e gruppi di private equity. E i nuovi proprietari non si sono fatti scrupoli a sfruttare appieno le miniere. Nel 2021 Anglo American, una major con sede a Londra, ha scorporato le sue miniere sudafricane in una nuova società che si è immediatamente impegnata ad aumentare la produzione.

Secondo una ricerca dell’associazione Urgewald, impegnata in campo ambientale, il settore ha ricevuto 62 miliardi di dollari in prestiti bancari tra il 2019 e il 2021 e tra i maggiori finanziatori compaiono le imprese giapponesi (SMBC, Sumitomo, Mitsubishi), seguite da Bank of China e dalle americane JPMorgan Chase e Citigroup. E la stessa associazione calcola che nel 2022 sessanta grandi banche hanno contribuito a convogliare 13 miliardi di dollari verso i 30 maggiori produttori di carbone del mondo.

E i tanto sbandierati criteri Esg della finanza? Il finanziamento del settore è possibile perché le politiche di esclusione dal carbone delle società finanziarie sono estremamente incoerenti. Molte non entrano in vigore prima del 2025. Alcune coprono solo i nuovi clienti. Altre vietano i finanziamenti per i progetti, ma non i prestiti aziendali generali che le società minerarie possono poi utilizzare per scavare il carbone.

E le politiche che limitano questi prestiti spesso lo fanno solo per le società minerarie che traggono gran parte delle loro entrate dal carbone, in genere il 25% o il 50%. Per fare un esempio, un gigante come Glencore che produce 110 milioni di tonnellate all'anno non rientra in queste soglie. Goldman Sachs ha promesso di non finanziare più le società che estraggono carbone termico, ma nel 2022 ha continuato a concedere prestiti alla Peabody, un'enorme società mineraria australiana che nel 2022 ha ricavato il 78% delle sue entrate dalle vendite di carbone.

3) I nuovi progetti. Solo il terzo anello della catena, i finanziamenti dei nuovi progetti, sembra vacillare un po’, perché sono sempre più difficili da ottenere. E la scarsità delle iniziative oggi significa che potrebbe non esserci abbastanza offerta fresca domani quando le vecchie miniere smetteranno di produrre. Tuttavia mentre le banche occidentali si ritirano, altri attori si affacciano alla ribalta. La spesa in nuovi investimenti delle società minerarie, dopo essere stata notevole negli anni 2000, si è indebolita a partire dal 2010 per il crollo dei prezzi.

Ora, anche se i profitti sono tornati ad essere consistenti, le major preferiscono acquistare società rivali, riaprire le vecchie miniere o restituire il capitale agli azionisti piuttosto che lanciare nuove iniziative, anche perché la costruzione di una miniera da zero può richiedere più di un decennio e si impiegano anni per ottenere i permessi, che tra l’altro in Occidente vengono sempre più spesso rifiutati. Che il finanziamento di nuovi progetti nei Paesi ricchi sia un grosso ostacolo, lo dimostra il fatto che l'anno scorso Adani Group, un'azienda indiana che gestisce Carmichael, una vasta miniera di carbone in costruzione nel Queensland, ha dovuto rifinanziare di tasca propria 500 milioni di dollari di obbligazioni per il progetto.

Il quadro in Asia però è diverso. Le banche rimangono sulla scena, gli investitori iniziano a sostenere le nuove miniere in patria e perfino i family office, creati per investire le fortune dei ricchi, sono interessati. In Indonesia l'attività mineraria è la spina dorsale dell'economia e in India diverse società immobiliari stanno facendo offerte per terreni che potrebbero essere sfruttati per l'estrazione del carbone. Non è nemmeno da escludere che le società indiane e indonesiane si spostino all’estero per esempio in Australia dove già possiedono un arcipelago di asset carboniferi.

In conclusione. Appare evidente che sebbene il carbone sia in discesa, il suo addio possa essere più lungo di quanto ciascuno auspichi per via dei grandi interessi economici che muove. Senza contare che qualora si verificasse un nuovo shock energetico, non è da escludere che il carbone torni ad essere la prima e più facile soluzione da utilizzare.