L'invasione dell'Ucraina da parte delle truppe di Vladimir Putin ha aperto una crisi militare nel cuore dell'Europa ed a 72 ore dal suo inizio è già possibile identificare le tre chiare novità che ha fatto emergere, con conseguenze al momento imprevedibili: la capacità di combattere delle forze di Kiev, il ritorno alla Guerra Fredda con le democrazie europee schierate con gli aggrediti e l'isolamento del Cremlino.
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Insomma, Mosca puntava a ridurre l'Ucraina ad un Paese vassallo con una campagna fulminea destinata a concludersi a Kiev con il processo-spettacolo ai leader "neonazisti e drogati" mentre ora deve fronteggiare una resistenza inattesa, e gestire una escalation bellica assai più pericolosa. Anche perché Zelensky - classe 1978 - è assai abile nell'uso dei social. Senza contare che i missili a spalla anticarro con cui gli ucraini aggrediscono le code dei lunghi convogli russi ricordano la tattica degli stinger antiaerei che bersagliavano gli elicotteri dell'Armata Rossa sui cieli dell'Afghanistan negli anni Ottanta: oggi come allora il risultato è ostacolare il flusso di rifornimenti e rinforzi vitale alle truppe di Mosca.
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La scelta di fornire armi all'Ucraina nasce dalla amara consapevolezza, non solo nei leader ma anche nelle opinioni pubbliche in Europa e Stati Uniti, che l'aggressione di Putin ha aperto la Guerra Fredda versione 2.0, chiudendo ciò che restava della stagione della globalizzazione.
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Putin giustifica tale scelta con un'ideologia etno-nazionalista che invoca il riscatto della Grande Madre Russia da presunti crimini subiti nel corso di un secolo da parte di "bolscevichi, comunisti, nazionalisti, nazisti, occidentali e Nato". Ma il risultato è stato isolarsi dalla comunità internazionale fino al punto che solo la Siria di Bashar Assad e l'Iran degli ayatollah lo sostengono. I partner privilegiati che aveva nell'Ue - a Praga e Budapest - si sono rapidamente dileguati e perfino il turco Erdogan, con cui si è spartito la Libia, gli ha voltato le spalle senza troppi complimenti. Mentre la Cina di Xi Jinping resta prudentemente alla finestra, mostrando consapevolezza dei rischi che un aperto sostegno a Putin potrebbe comportare per il progetto della Nuova Via della Seta che si propone di guidare la globalizzazione di un mondo interconnesso, non certo lacerato.
Bisognoso di una netta vittoria sul campo che tarda ma già isolato in maniera cristallina sulla scena internazionale, Putin può vantare finora come unico evidente risultato l'aver rivitalizzato politicamente tanto la Nato che il presidente americano Joe Biden. Entrambi erano usciti assai indeboliti dalla disastrosa ritirata da Kabul, sembrando destinati ad un inevitabile tramonto ma ora l'Alleanza atlantica appare tornata agli antichi albori: non potrebbe essere più coesa e vibrante per aver ritrovato la vocazione naturale di difendere i Paesi membri da minacce esistenziali mentre Biden appare resuscitato dalla capacità di usare l'intelligence per svelare in anticipo le mosse russe e di unire l'America e il Congresso nell'affrontare una nuova Guerra Fredda, versione XXI secolo.
Da qui l'interrogativo su come Putin tenterà di uscire dal vicolo cieco in cui ha costretto se stesso e la Russia intera. E non solo per l'impatto delle sanzioni, economiche e non, ma per aver privato milioni di giovani compatrioti di un qualsiasi orizzonte che vada oltre Donetsk o Vladivostock. Ecco perché l'attesa che conta di più riguarda ciò che cova dentro la Russia, in quelle piazze di dissidenti e giovani che hanno sogni, desideri ed ambizioni assai simili ai coetanei di Parigi e Seul, Miami e Milano. Che si battono per una Russia più europea e protagonista della globalizzazione, capace di emanciparsi dai lacci di autocrati e dittatori che, con insegne e nomi diversi, la imprigionano da troppo tempo. Saranno i prossimi giorni a dire se Kiev riuscirà a resistere all'impatto massiccio dell'esercito del Cremlino ma non c'è dubbio che le democrazie sono tornate a unirsi, questa volta contro Putin.