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L'armata russa e la tentazione del potere

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In Russia sta emergendo chiaramente un'insoddisfazione profonda contro l'esercito e la sua guida politica
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C’era addirittura la purificazione del linguaggio, all’inizio, per proteggere l’Armata Russa nell’invasione dell’Ucraina con il divieto generale di chiamare guerra la guerra, in modo che la cancellazione della parola potesse sterilizzare il concetto, deviare la realtà e condizionare il giudizio della pubblica opinione. Oggi, dopo otto mesi di conflitto e nel pieno della riconquista ucraina delle città perdute, cade il velo che occultava “l’operazione speciale” e tra la nebbia della propaganda che la guerra solleva ogni volta, emerge il profilo sbandato dell’esercito russo, esposto a ogni critica, attaccato dall’interno e dall’esterno, privo di qualsiasi tutela da parte del potere politico suo mandante, che sembra anzi additarlo come unico responsabile di un calcolo strategico sbagliato a tavolino, e di una serie di operazioni tattiche squilibrate sul campo.

Nell’ombra della guerra ci sono state …

C’era addirittura la purificazione del linguaggio, all’inizio, per proteggere l’Armata Russa nell’invasione dell’Ucraina con il divieto generale di chiamare guerra la guerra, in modo che la cancellazione della parola potesse sterilizzare il concetto, deviare la realtà e condizionare il giudizio della pubblica opinione. Oggi, dopo otto mesi di conflitto e nel pieno della riconquista ucraina delle città perdute, cade il velo che occultava “l’operazione speciale” e tra la nebbia della propaganda che la guerra solleva ogni volta, emerge il profilo sbandato dell’esercito russo, esposto a ogni critica, attaccato dall’interno e dall’esterno, privo di qualsiasi tutela da parte del potere politico suo mandante, che sembra anzi additarlo come unico responsabile di un calcolo strategico sbagliato a tavolino, e di una serie di operazioni tattiche squilibrate sul campo.

Nell’ombra della guerra ci sono state purghe di generali senza pubbliche spiegazioni, fino alla nomina due giorni fa a comandante dell’operazione ucraina di Sergej Surovikin, il “generale Armageddon” già vicino ai golpisti sovietici che agirono contro Gorbaciov. Ma la vera novità è l’emergere in chiaro di un’insoddisfazione profonda, anche in ambienti vicini al vertice del Paese.

Il Patriarca di tutte le Russie, Kirill, ammonisce i giovani che fuggono dalla coscrizione cercando di lasciare il Paese: «Andate coraggiosamente ad adempiere al vostro dovere militare, se morirete per la patria sarete accanto a Dio nel suo regno e nella sua gloria». Ma dietro l’incenso di regime ha ormai via libera una vera e propria offensiva contro l’Armata e la sua guida politica.

(afp)

Inviti espliciti in parlamento al governo perché «smetta di raccontare bugie» su quanto sta succedendo al fronte, attacchi al ministro della Difesa Shoigu, «che come ufficiale dovrebbe semplicemente spararsi un colpo» per l’andamento della guerra, o almeno dovrebbe dimettersi per aver dato prova di fallimento. Poi scende in campo Ramzan Kadyrov, onnipotente plenipotenziario ceceno e capo di una vera e propria guardia speciale privata, per criticare i Comandi chiedendo di rompere le cautele della Difesa e ricorrere alla bomba nucleare a carica ridotta: subito sostenuto e approvato dal fondatore della milizia mercenaria Wagner, Prigozhin. Si tratta certo di due “irregolari”: ma protetti se non addirittura ispirati dalla cerchia putiniana più ristretta, tanto che pochi giorni fa il presidente russo ha avvertito personalmente con una telefonata Kadyrov della nomina a generale-colonnello delle truppe dell’Interno.

Sembra l’avvio esplicito di una resa dei conti pubblica, che gli ucraini attribuiscono a un conflitto tra i servizi segreti russi e l’Armata, e che ha il suo innesco in due fattori. Il primo è appunto la ribellione all’arruolamento delle leve scelte per andare al fronte, che coinvolge naturalmente per ogni coscritto l’intera cerchia familiare nella preoccupazione, modificando il sentimento generale davanti alla guerra. Il secondo è la ritirata a cui l’esercito russo è costretto in questa fase, che non può essere nascosta e che evidentemente non può nemmeno essere compensata dal referendum a senso unico per plebiscitare l’annessione del Donbass, nonostante l’enfasi della cerimonia officiata da Putin attaccando “l’Occidente satanico”. Aggiungiamo il numero dei morti tra i soldati russi, arrivati in sei mesi a quota 55 mila (in Afghanistan l’Urss contò 13 mila morti e 35 mila feriti in dieci anni) secondo la denuncia del presidente ucraino Zelensky che invita le famiglie delle vittime a ribellarsi e far sentire la loro protesta contro il potere.

La pressione sull’Armata per l’impasse di questa fase dell’“operazione speciale” è dunque evidente. Può darsi che il Cremlino abbia deciso di far sfogare in questo modo la delusione e il malcontento crescenti per i risultati della campagna di Ucraina, deviandoli sull’esercito per derubricare gli errori da politici a militari, dunque tecnici. E molti ormai si chiedono se Putin darà in pasto ai critici la testa del ministro Shoigu, nonostante la sua popolarità nel Paese e il rapporto di amicizia che lo lega al titolare della Difesa. Ma quanto sta avvenendo attorno all’Armata nasconde un fenomeno più complesso.

Questa strisciante separazione tra la dimensione politica e la dimensione militare del sistema di comando russo è infatti qualcosa di inedito in un Paese in cui fino alla caduta dell’Urss il profilo ideologico e l’arte militare coincidevano nelle cariche di vertice dell’Armata Rossa. Tanto che l’ultimo Maresciallo dell’Urss, Sergei Fedorovic Achromeev, non era solo iscritto al Pcus ma insignito delle tre massime onorificenze dello Stato comunista, l’Ordine di Lenin, l’Ordine della Stella Rossa e l’Ordine della Rivoluzione d’Ottobre: e s’impiccò in ufficio intravvedendo la fine dell’universo sovietico dopo il fallito golpe dell’agosto ’91 proprio perché — come lasciò scritto nell’ultimo biglietto — «tutto ciò a cui ho dedicato la mia vita si sta disintegrando».

Quella saldatura sugli obiettivi ideologici trasformava l’Armata Rossa “degli operai e dei contadini”, istituita nel ’18, nel braccio armato del partito, così come il Kgb ne era lo scudo e la spada. Trotzkij riportò in servizio una buona parte degli ufficiali di comando zaristi, ma inserì a tutti i livelli i “commissari politici” nei reparti, per assicurare la coesione nell’obbedienza che continuò nei decenni nella guerra mondiale con 8 milioni di soldati sovietici morti, la battaglia di Stalingrado, l’ingresso a Berlino, l’atomica del ’49, ma anche l’invasione di Budapest del ’56 e di Praga dodici anni dopo, nel ’68.

Fino al 15 febbraio 1989, quando i cittadini videro nel telegiornale “Vremja” il generale Gromov che attraversava per ultimo il ponte sull’Amu-darja, chiudendo con il ritiro dell’Armata non solo la guerra afghana ma anche la stagione dell’imperialismo militare sovietico: tanto che quando la Germania dell’Est incominciò a essere attraversata dalle manifestazioni che preparavano la caduta del Muro, i reparti sovietici di stanza nella Ddr rimasero consegnati nella caserme su ordine di Gorbaciov, lasciando che la storia facesse il suo corso.

Attorno all’asse partito-Armata-Kgb-impero nei settant’anni era cresciuto il complesso militare-industriale sovietico, un “deep state” che univa esigenze militari, interessi industriali, alta burocrazia statale, obiettivi economici e piani quinquennali tracciati dal partito. Qualcosa più di una lobby di Stato, che ancora negli Anni Ottanta coinvolgeva la scienza, assorbiva e sviluppava i tre quarti della ricerca, militarizzava l’economia,con l’industria bellica che raggiungeva nella produzione il 25 per cento dell’intero Pil sovietico. Questo apparato complesso e articolato incideva necessariamente sull’organizzazione sociale, sulla formazione, sul carattere e sulla fisionomia del Paese. È per questo che gli scossoni di questi giorni, provocati dal momento particolare della guerra che mette in luce in modo imprevisto errori e debolezze dell’apparato russo, sollevano interrogativi che portano direttamente alle strutture di vertice del Cremlino.

Se lo scollamento che s’intravvede tra la politica e l’Armata dovesse accentuarsi, insieme ai contrasti tra esercito e servizi segreti, si entrerebbe infatti in terra incognita, sperimentando l’inedito a Mosca: con il rischio che l’apparato militare, separato dalla sua guida e soprattutto da una ideologia vincolante e nello stesso tempo protettiva, percepisca se stesso come un soggetto indipendente e si autonomizzi, mettendo in campo obiettivi propri e cercando di raggiungerli. Cioè che l’Armata entri direttamente nella contesa per il comando, senza più mediazioni, sviluppando una sua teoria del potere. Anche l’imperialismo può avere una sua variante, che ancora non conosciamo, se la forza si trasforma in politica.