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La pace e la giustizia

Una donna raccoglie dei libri nel villaggio di Bishiv (Kiev) 

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L’opinione pubblica internazionale è ormai stanca del conflitto e dei suoi costi morali sulla coscienza collettiva
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Dunque un anno dopo l’opinione pubblica internazionale è stanca di guerra. Non soltanto del costo umano e civile del conflitto, ovviamente insopportabile per chiunque col conto delle vittime e delle città distrutte, ma del costo morale che una crisi cruenta nel cuore dell’Europa produce nella coscienza collettiva dei cittadini, anche lontano dal teatro dei combattimenti. Come se esistesse una curva fisiologica dell’attenzione e della partecipazione, noi misuriamo giorno dopo giorno la crescita dell’insofferenza per il fardello di questo coinvolgimento etico, e ormai accettiamo come senso comune inevitabile l’appannamento delle responsabilità che ne deriva. Perché è di questo che si tratta: in un’epoca cinica, di sospetto e di distacco nei confronti di qualsiasi vicenda pubblica, la guerra agisce controtendenza e obbliga a prendere posizione, a svelarsi, a dare un nome alle cose e a distinguere, tutte azioni che com…

Dunque un anno dopo l’opinione pubblica internazionale è stanca di guerra. Non soltanto del costo umano e civile del conflitto, ovviamente insopportabile per chiunque col conto delle vittime e delle città distrutte, ma del costo morale che una crisi cruenta nel cuore dell’Europa produce nella coscienza collettiva dei cittadini, anche lontano dal teatro dei combattimenti. Come se esistesse una curva fisiologica dell’attenzione e della partecipazione, noi misuriamo giorno dopo giorno la crescita dell’insofferenza per il fardello di questo coinvolgimento etico, e ormai accettiamo come senso comune inevitabile l’appannamento delle responsabilità che ne deriva. Perché è di questo che si tratta: in un’epoca cinica, di sospetto e di distacco nei confronti di qualsiasi vicenda pubblica, la guerra agisce controtendenza e obbliga a prendere posizione, a svelarsi, a dare un nome alle cose e a distinguere, tutte azioni che comportano il dovere di un giudizio. La paura innesca l’obbligo di sapere, le incognite generano il bisogno di capire. E la conoscenza ha un prezzo molto alto, perché impone di valutare e discernere, trasformando la paura - una volta informata - in opinione. E’ esattamente ciò che oggi risulta insopportabile, dopo 11 mesi di guerra. Facile e obbligatorio condannare l’esercito che entra in un Paese sovrano, nel momento dell’aggressione. Ma la reiterazione del giudizio è uno sforzo politico e morale troppo prolungato per essere accettabile in anni in cui nulla dura sufficientemente a lungo per diventare un’esperienza. Meglio lasciar andare le cose secondo la loro logica autonoma, senza frapporre le nostre obiezioni, speranze o congetture. Così scopriamo che in Ucraina il generale Tempo lavora silenziosamente a favore del più forte, manipolando a distanza anche noi.

Il primo effetto è la scomposizione della guerra in due sequenze, la prima concentrata sullo shock dell’invasione, che ha deviato il corso del secolo appena incominciato, la seconda allargata al seguito del conflitto, considerato nell’insieme. La ripulsa dell’invasione è stata generale e netta, perché nella sua evidenza esemplare non consentiva sfumature diverse di giudizio, tanto da sembrare il caso-scuola di una strategia imperialista in ritardo sul secolo e in disaccordo con la geografia. Ma nello stesso tempo quella condanna del momento iniziale della guerra ha assorbito la quota spontanea, naturale, di indignazione dei cittadini spettatori del conflitto, ha funzionato come l’assolvimento di un obbligo, un anestetico delle coscienze, la pre-costituzione di un alibi politico, da invocare, illustrare e premettere a qualsiasi giudizio successivo. Soprattutto, la prima fase è stata separata dalla seconda, quindi è stata sterilizzata, rendendola incapace di produrre effetti oltre i suoi confini. E infatti poi è come se fosse cominciata un’altra guerra, che per una parte rilevante di cittadini non porta in sé nessuna traccia del sopruso iniziale, e non tiene conto delle diverse responsabilità. La conseguenza è che i contendenti oggi vengono messi sullo stesso piano, il criterio morale di valutazione è cancellato, il medesimo metro misura l’aggressore e l’aggredito. Anzi, nel distacco della pubblica opinione cresce un’irritazione politica e addirittura esistenziale nei confronti di Zelensky, così ostinato a resistere, così tenace nell’opporsi, così testardo nel combattere, così esibizionista da mostrarsi persino a Sanremo, così visionario da provare addirittura a riconquistare i territori occupati dai russi. E soprattutto, così pazzo da rifiutare una trattativa sul cui tavolo le parti incrocerebbero le loro ragioni alla pari, gli invasi e gli invasori, ridimensionando l’integrità e la sovranità di Kiev, ma allentando quel clima di tensione e di paura che grava su di noi.

La resistenza ad oltranza viene così denunciata e irrisa dai cantori di questa neutralità davanti al sopruso, come una follia rigeneratrice di conflitto, un moltiplicatore di guerra. E si arriva al traguardo finale, che riassume tutta questa deriva nella bestemmia del concetto altissimo di pace. E’ evidente che la pace sta a cuore a tutti noi, vittime collaterali e per ora indenni di uno scontro militare che nel suo nucleo contiene la minaccia terminale per l’umanità. Ma dovrebbe essere chiaro come un sillogismo che è contro la guerra innanzitutto chi è contro l’aggressore che l’ha scatenata, non chi passa il suo tempo a irridere e delegittimare l’aggredito. Non basta dire pace, è troppo facile e soprattutto troppo comodo, perché è una scorciatoia concettuale che esonera dalle responsabilità e persino dalla logica morale. La vera pace infatti va costruita nella verità e nella libertà, ripristinando l’equilibrio sconvolto dall’abuso della forza dal prepotente contro il più debole. Nello squilibrio figlio della prepotenza non si realizza la pace, ma soltanto il riconoscimento della sopraffazione: liberando noi dallo spettro della violenza contemporanea trasformata in politica, ma concentrandola tutta nel perimetro del Paese assaltato, trasformato così in vittima sacrificale universale.

Non è sorprendente che un’opinione pubblica indifferenziata allo sbando, senza più la pedagogia delle grandi culture politiche, consideri questa opzione tra gli scenari possibili, sostenuta dai populismi di varia estrazione, concordi nella grande semplificazione e nei giudizi sommari, all’ingrosso, e sempre pronti a dileggiare le democrazie. E’ però stupefacente che questo schema concettuale contagi una parte della cultura occidentale, quasi non fossero in gioco in Ucraina i principi fondamentali di quella cultura e di quella natura. E ancora più singolare è che si possano sostenere queste posizioni in nome della sinistra: come se gli elementi di autodeterminazione dei popoli, di tutela della legalità internazionale, di rispetto del diritto e di rifiuto della forza non fossero costitutivi di qualsiasi identità di sinistra, presente e futura: con la pace, certo e prima di tutto, ma nella giustizia e nella libertà. Tutto il resto è cedimento alla stanchezza morale dell’Occidente: che può diventare nuovamente il sonno della ragione.