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Le primarie e la tartaruga

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Domenica i gazebo per scegliere il nuovo segretario del Pd, tra il modello tradizionale della politica italiana e il miraggio americano
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Le primarie di un grande partito d'opposizione sono una delle poche occasioni in cui il Palazzo apre le sue porte e le finestre, affidando alla partecipazione popolare la scelta della sua leadership nazionale, dunque il volto, la personalità, il carattere, la linea politica e la strategia dei prossimi anni. Come tutti i prodotti d'importazione, le primarie restano sospese tra il modello tradizionale della politica italiana e la suggestione del miraggio americano, in un nodo culturale mai sciolto: e tuttavia anche in questo compromesso mimetico rappresentano un'alternativa al verticismo e al plebiscitarismo, con un trasferimento effettivo di potestà al cittadino, cui viene offerta la possibilità di scegliere il vertice del suo partito. Per un giorno, in un luogo disarmato e trasparente come il gazebo di strada e di piazza, lo schema tradizionale della politica italiana - che procede dall'alto al basso - si rovescia e l'elettore diventa sovrano, …

Le primarie di un grande partito d'opposizione sono una delle poche occasioni in cui il Palazzo apre le sue porte e le finestre, affidando alla partecipazione popolare la scelta della sua leadership nazionale, dunque il volto, la personalità, il carattere, la linea politica e la strategia dei prossimi anni. Come tutti i prodotti d'importazione, le primarie restano sospese tra il modello tradizionale della politica italiana e la suggestione del miraggio americano, in un nodo culturale mai sciolto: e tuttavia anche in questo compromesso mimetico rappresentano un'alternativa al verticismo e al plebiscitarismo, con un trasferimento effettivo di potestà al cittadino, cui viene offerta la possibilità di scegliere il vertice del suo partito. Per un giorno, in un luogo disarmato e trasparente come il gazebo di strada e di piazza, lo schema tradizionale della politica italiana - che procede dall'alto al basso - si rovescia e l'elettore diventa sovrano, sia pure intermittente, del campo politico di sinistra: dopo mesi e anni passati a criticare i suoi leader, adesso può sceglierli. Ma se tutto questo è vero, nasce inevitabile una domanda: come mai il rito che si svolge domenica si annuncia a toni bassi e luci spente, quasi fosse condannato a celebrare una passione triste?


In teoria, proprio per le caratteristiche che abbiamo ricordato, le primarie dovrebbero essere una festa della democrazia, una prova in sé della vitalità del sistema, un antidoto all'onda lunga del disimpegno civico, dunque una giornata particolare. Aggiungiamo il doppio contesto che circonda l'appuntamento di domenica e lo rende più significativo del passato, più rilevante per l'intero sistema e addirittura decisivo per il destino della sinistra: in primo luogo la guerra, che obbliga tutto lo schieramento progressista a confrontarsi nei fatti e non soltanto nei discorsi col grumo ideologico mai risolto della scelta occidentale e dei valori della democrazia europea, rimessi in gioco dall'invasione russa e dalla pretesa del Cremlino di calpestare quotidianamente la libera sovranità degli Stati e i diritti dei popoli; in secondo luogo l'affermazione elettorale di Giorgia Meloni, il suo consenso personale e la nascita per la prima volta nella storia repubblicana del nostro Paese di un governo di destra estrema. Che non sente il bisogno di giudicare la sponda del neofascismo da cui ha preso il largo, ma anzi custodisce non solo simbolicamente quella derivazione come prova ideologica e addirittura antropologica di un'alterità radicale al sistema, che le consente di governarlo e insieme di contestarlo: come se venisse da un altro mondo, paradossalmente libera dalle colpe della politica, proprio mentre non riesce a fare i conti con le colpe della storia.


Sono due segni molto diversi tra di loro, ma che indicano insieme un cambio d'epoca. E proprio qui, io credo, nasce il disincanto e il distacco dell'opinione pubblica progressista, che non avverte uno scarto di analisi e di pensiero in grado di rispondere alle nuove domande che interpellano il riformismo: se con questo termine intendiamo l'orizzonte culturale di una sinistra che si pone il problema di un governo democratico della modernità, che non rinuncia alla lotta contro le disuguaglianze soprattutto quando diventano esclusioni (cioè neutralizzano la cittadinanza della democrazia), e che punta sull'alleanza tra innovazione e emancipazione da cui può nascere, nella trasformazione del lavoro, la nuova base sociale per il cambiamento. Ma prima servono la coscienza dell'emergenza per la guerra e il senso di una responsabilità generale alternativa rispetto a questa destra: due sentimenti politici che richiedono pensiero nuovo, leader diversi, ricambio generazionale, re-interpretazione degli strumenti tradizionali della sinistra e della sua dotazione concettuale.


Tutto questo nelle primarie non c'era. In parte perché la Regola invece di essere strumento al servizio della politica ha finito per assorbirla e deviarla in ossessione procedurale, disperdendola tra un adempimento e l'altro, risucchiando lo spirito d'apertura delle primarie in un gioco di club infinito e separato, che sembra contare più del risultato. Ma in gran parte - ed è ora di dirlo - perché l'istituto stesso delle primarie prevede una competizione tra i candidati più che tra le loro idee, crea personaggi prima che pensiero, privilegia la prassi a danno della teoria. Il buon vecchio congresso, con l'inno nazionale e i canti del lavoro, sapeva portare in primo piano le idee con le loro emozioni, e non solo gli schieramenti: forse in futuro è opportuno recuperarlo, prima che i cittadini vadano al voto nei gazebo, per non mutilare le primarie.


Il resto spetta ai candidati, che devono entrare infine nella nuova epoca, ed essere all'altezza della sfida. Ma non solo a loro. La cosiddetta società civile, infatti, si sta rintanando come la tartaruga, quasi fosse soltanto un'espressione della società del benessere e questi tempi bui non la riguardassero, perché la crisi ha esaurito ogni dividendo civico. Invece la partita si gioca oggi, in ogni spazio dove si può testimoniare molto semplicemente l'ostinazione della democrazia costituzionale, bene di tutti: guai a richiudere la porta del sistema, quelle poche volte in cui la politica la dischiude.