Editoriali

L’Europa e le due destre

Salvini incalza Meloni sulle alleanze alle elezioni 2024, mentre la premier cerca di mantenere il suo profilo di underdog in Italia e di aspirante statista all’estero

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Era dunque una bolla di sapone, quella gonfiata nel mezzo dell’estate da Matteo Salvini con la proposta di unire per le prossime elezioni europee tutte le destre del continente, senza pregiudiziali ed esclusioni, pur di cacciare i socialisti dal governo della Ue con un patto che vincoli tutti i contraenti - e in particolare il Partito Popolare - a respingere ogni tentazione di accordi con la sinistra. Certo c’è un vento europeo che sospinge le destre, com’è avvenuto in Finlandia, Svezia, Italia e come secondo i sondaggi avverrà ora in Spagna: ma progettare una coalizione che vada dal Ppe a Marine Le Pen, magari sotto lo sguardo benevolo degli estremisti dell’Afd, oggi è come sparare a salve, perché per le forze moderate l’intesa con le componenti più xenofobe, con venature razziste e addirittura neo-naziste è incompatibile. Salvini lo sa e lo sapeva benissimo, ancor prima che Forza Italia lo sconfessasse. E tuttavia è andato avanti: perché dietro il paravento della grande sfida ai socialisti c’è una seconda partita che è appena cominciata e che durerà fino al voto: tutta interna alla destra che governa l’Italia.

Per quanto evanescente, quella bolla di sapone può infatti rivelarsi scivolosa per Giorgia Meloni. Mentre l’opposizione divisa fatica in parlamento e nel Paese a contrastare l’azione della presidente del Consiglio, il suo vicepresidente a sorpresa pone alla premier la domanda più insidiosa della fase: di che destra sei? È la questione delle questioni, perché riguarda il nodo identitario di questo governo, del partito di maggioranza e della stessa leader, un nodo irrisolto che la sinistra non ha la forza di sciogliere. Ecco perché Salvini va all’attacco, scegliendo con cura il tema che gli consente di definire il profilo della Lega e le differenze-distanze con Fratelli d’Italia, in vista della competizione nel voto europeo dei due partiti alleati che pescano in gran parte nello stesso mercato elettorale.

Ma il leader della Lega sceglie con attenzione anche il momento politico più adatto a lanciare la sfida interna alla coalizione di governo. L’interpellanza implicita a Giorgia Meloni, nascosta nella proposta di costruire la grande destra europea senza più veti e confini, coglie infatti la premier in un passaggio di transizione: mentre cerca di istituzionalizzare la sua leadership - com’è naturale e inevitabile - senza omologarla, come consiglierebbe la memoria di un Paese conciliante e compromissorio, che sotto la pelle di un incompiuto bipolarismo conserva ben viva l’antica natura democristiana, sopravvissuta al partito.

Il tentativo di Meloni è invece quello di conservare e accreditare l’underdog che è in lei, cresciuto negli anni dell’opposizione, facendolo convivere con l’aspirante statista che dialoga con i Grandi della terra e siede legittimamente al tavolo della governance europea, mentre si rifiuta di far parte dell’élite continentale. Una volta si sarebbe detto che questo è un profilo di lotta e di governo: oggi si può aggiornare la formula parlando di un profilo di vendetta e di sottogoverno. Perché mentre la responsabilità istituzionale è obbligatoria a palazzo Chigi e a Bruxelles, le posture e le pulsioni antagoniste sono riservate al conflitto domestico permanente con la sinistra rinfacciandole il passato, in modo da rinnovare costantemente l’indicazione del nemico, a costo di rinunciare a parlare all’intero Paese: e tra i nemici c’è naturalmente la magistratura, aizzata con calcolo, per ereditare davanti agli elettori l’ossessione berlusconiana tutta intera.

Questo doppio passo è complicato, e non può durare all’infinito. Già oggi rischia di sdoppiare la percezione italiana di Giorgia da quella europea di Meloni. E se si protrae nel tempo, inevitabilmente rivelerà l’ambiguità di una cultura via via indebolita perché sempre più indefinita: oltre a imporre necessariamente una ridefinizione dell’immagine complessiva della Premier, che dovrà pure un giorno rendere conto del suo percorso, indicando ciò che ha lasciato per strada e ciò che intanto ha raccolto. L’accountability è esattamente la possibilità per il cittadino-elettore di leggere in ogni passaggio la scelta del leader, le sue ragioni e le sue conseguenze, e di giudicarle nel loro divenire e non soltanto nel risultato finale: valutando così una cultura politica, e non solamente una prassi di governo.

Con le difficoltà che nascono dal contesto internazionale, dal suo stesso ideologismo e dalla squadra improvvisata di governo, la presidente del Consiglio avrebbe evidentemente bisogno di più tempo per compiere il suo vero rendiconto.

Ma la mossa di Salvini, sterile nei suoi risultati europei, le chiede già oggi di accelerare il chiarimento. È come se il leader alleato, posizionato sull’ala estrema della destra sovranista e nazionalista, facesse precipitare tutti gli interrogativi passati, presenti e futuri sul percorso della leader di Fratelli d’Italia: a che punto sei del tuo cammino? Dove ti sta portando? Quanto ti ha mutata la guida del governo? Stai mantenendo le tue idee sull’Europa oppure la nomenklatura di Bruxelles ti ha catturata? Chi sceglieresti o sceglierai, tra Macron e Le Pen? E infine e soprattutto, cosa pensi dello slogan “nessun nemico a destra”?

In controtempo rispetto alla maturazione politica naturale, in anticipo sulla sinistra, la Lega coglie un punto debole del melonismo, o almeno contradditorio, e lo evidenzia agli elettori strumentalmente, come se chiedesse allo specchio magico chi è più di destra nel reame. Solo che lo specchio oggi è a Bruxelles: e Salvini non si accorge che per decifrare la natura della destra italiana e il suo futuro, lui stesso deve usare il codice europeo.

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