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Meloni, l’atlantista senza Occidente

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L’equilibrio per l’Italia è ora instabile, quindi pericoloso
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Dopo un anno e mezzo di guerra, dove siamo? Sappiamo che l’Italia è dentro il secondo dei tre fronti su cui si svolge il conflitto, in seguito all’aggressione russa. Il primo fronte è il martirio delle vite umane e delle città ucraine, il terzo si è appena aperto all’interno della Russia, dove un Cremlino indebolito deve fronteggiare schegge di potere autonomo che si sottraggono al comando e alla disciplina dello Stato. Resta il secondo fronte: che siamo noi, i Paesi d’Europa più o meno lontani o vicini al cuore della guerra, e tuttavia investiti direttamente da un’operazione militare che calpesta tutti i principi e le regole su cui si fonda la nostra vita associata, pubblica e privata, dalla sicurezza alla sovranità, alla democrazia, alla coesistenza, al diritto e ai diritti, alla libertà. Siamo colpiti nei nostri valori, nel nostro sistema di credenze che ha cercato di trasformare uno spazio geopolitico in una forma di civiltà, dotata di una rete di istituzioni e di norme di garanz…

Dopo un anno e mezzo di guerra, dove siamo? Sappiamo che l’Italia è dentro il secondo dei tre fronti su cui si svolge il conflitto, in seguito all’aggressione russa. Il primo fronte è il martirio delle vite umane e delle città ucraine, il terzo si è appena aperto all’interno della Russia, dove un Cremlino indebolito deve fronteggiare schegge di potere autonomo che si sottraggono al comando e alla disciplina dello Stato. Resta il secondo fronte: che siamo noi, i Paesi d’Europa più o meno lontani o vicini al cuore della guerra, e tuttavia investiti direttamente da un’operazione militare che calpesta tutti i principi e le regole su cui si fonda la nostra vita associata, pubblica e privata, dalla sicurezza alla sovranità, alla democrazia, alla coesistenza, al diritto e ai diritti, alla libertà. Siamo colpiti nei nostri valori, nel nostro sistema di credenze che ha cercato di trasformare uno spazio geopolitico in una forma di civiltà, dotata di una rete di istituzioni e di norme di garanzia, a tutela nostra e altrui. È ciò di cui Putin è ben consapevole, tanto che lo ha battezzato come soggetto politico, dandogli un nome, “l’Occidente globale”. Ne siamo consapevoli anche noi, che lo abitiamo e lo impersoniamo?

Qui è lecito avere qualche dubbio. Cresce nel Paese un rifiuto della guerra indistinto, che dopo 17 mesi rovescia le responsabilità dell’aggressione imputando a chi si difende il prolungamento del conflitto, accusando la resistenza di ostacolare la pace, schernendo Zelensky per l’ostinazione con cui persegue la liberazione del suo territorio nazionale dall’invasione straniera. È l’ultima incarnazione della realpolitik: un egoismo da spettatori, preoccupati non di costruire una pace giusta e duratura, dunque riparatrice del sopruso imperialista, ma interessati soltanto a finirla presto, a finirla comunque, a finirla in ogni modo e a qualsiasi costo, anche a scapito della pelle altrui e dei principi nostri. Questa posizione si fonda su una resa morale, perché presuppone che non ci siano più valori in gioco né principi da difendere o ragioni per cui vale la pena combattere oggi per poterle ritrovare intatte domani. No, tutto è inganno, falsa promessa, nulla vale la pena di essere difeso perché niente merita di essere salvaguardato. È il pacifismo populista. La crisi della rappresentanza e la crescita delle diseguaglianze che diventano esclusioni lasciano il campo libero alla semplificazione dell’antipolitica fino ad arrivare al punto zero, il punto in cui siamo oggi: il disprezzo per la democrazia, e per tutto ciò che è stato costruito in suo nome dalla generazione dei nostri padri.

Sia Mario Draghi che Giorgia Meloni hanno schierato il Paese a fianco dell’Ucraina, garantendole solidarietà politica e sostegno materiale con l’invio di armi. È la posizione dell’Europa, che si completa con le sanzioni alla Russia e l’impegno a creare le condizioni che portino a un negoziato di pace. Le linee di fuga si allungano sia a destra che a sinistra, e le crepe si colgono ad occhio nudo: una relazione speciale e personale con Putin ha portato Berlusconi negli ultimi mesi a giudizi temerari sul conflitto, mentre Salvini ha confermato la sudditanza gregaria della Lega nei confronti del Cremlino, fin dai tempi della chiacchierata d’affari nella penombra del Metropol e delle magliette col volto di Putin esibite sulla piazza Rossa; a sinistra un antiamericanismo sopravvissuto alla guerra fredda ha trovato nuovo spazio, in una sopravvivenza ideologica mescolata al rigetto del conflitto e a un’invocazione della pace.

Giorgia Meloni è arrivata all’appuntamento con la guerra alla sua prima prova di politica estera, e lo ha fatto con una scelta atlantica netta, senza ambiguità, risolvendo almeno su questo punto la storia del suo mondo di provenienza. Nel 1949 infatti il Msi nel suo secondo congresso si oppose con Almirante al trattato che istituiva la Nato, per il rifiuto di un personale politico in gran parte proveniente da Salò di sottoscrivere un’alleanza con gli Stati Uniti avversari-vincitori di Mussolini: salvo poi ubbidire alla logica della guerra fredda ed entrare nel campo anti-sovietico nel 1952, con il congresso dell’Aquila. Una collocazione ormai tradizionale, dunque. Anche nel vertice Nato di Vilnius Meloni ha confermato la linea atlantica dell’Italia e gli impegni che ne derivano senza margini d’equivoco, spiegando che “la nostra libertà ha un costo” ma “senza adeguate garanzie di sicurezza non si arriverà mai ad un vero processo di pace”.

In realtà Meloni ha colto al volo lo choc universale della guerra per fare della Nato il punto di soluzione dei nodi identitari che attardano l’estrema destra italiana, costruendo nello stesso tempo attraverso l’ingaggio atlantico una relazione privilegiata con Washington. Per Biden davanti alla guerra contano gli impegni concreti, le distinzioni ideologiche vengono dopo: e Meloni il 27 confermerà nella sua visita alla Casa Bianca che l’Italia continuerà a fare la sua parte. Ma la Nato, fortunatamente, riguarda la sicurezza euro-americana, e non assorbe da sola l’intera politica estera di un Paese. Il fragore della guerra ha consentito alla Premier di nascondere dietro la scelta atlantica le sue ambiguità riguardo alla Ue, sul piano dei diritti, dello Stato di diritto, del Mes, del legame tra tassazione, welfare, solidarietà, che è alla base della democrazia europea. C’è dunque un altro spazio di collocazione internazionale dell’Italia, oltre l’alleanza militare, che attende di essere occupato, illustrato, spiegato, tradotto in politica per capire se con un governo di destra radicale ci saranno scarti rispetto alla nostra storia, alle relazioni tradizionali con altri Paesi, al nostro ruolo di fondatori nella Ue.

Siamo cioè di fronte a un equilibrio instabile, perché inedito per l’Italia, dunque pericoloso: il tentativo di mostrarci fermamente atlantici senza essere compiutamente occidentali, vale a dire senza scegliere fino in fondo con chiarezza quei valori che contraddistinguono e danno sostanza alla nostra civiltà, e che si basano sulla democrazia dei diritti e sulla democrazia delle istituzioni. La Nato da sola non può sostituire quei valori, anzi il suo dispositivo di sicurezza ne rappresenta una struttura servente. Ciò che manca oggi all’Italia è ciò che siamo, è la coscienza dell’Occidente, di cui il governo non parla mai, ma di cui vorremmo continuare a far parte.

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