Trump e la post-democrazia
di Ezio MauroLa quarta incriminazione di Donald Trump in sei mesi è un cortocircuito perché porta direttamente l’ipotesi criminale dentro lo spazio politico della campagna elettorale, che mercoledì 23 agosto a Milwaukee prende il via mettendo a confronto i candidati alle primarie repubblicane.
Proprio mentre la procuratrice della Georgia, Fani Willis, ha intimato all’ex presidente degli Stati Uniti di costituirsi entro il 25 agosto nel carcere di Fulton insieme con i suoi 18 coimputati, che con lui devono rispondere a 41 capi d’accusa, per aver cercato di ribaltare fraudolentemente l’esito del voto alle elezioni presidenziali del 2020.
Una parola sola può riassumere le imputazioni rivolte “all’impresa criminale” svelata dall’inchiesta durata due anni, con il ricorso a una legge contro il racket e la delinquenza organizzata: cospirazione.
Deciderà il processo, previsto entro sei mesi. Ma intanto siamo di fronte all’ipotesi giudiziaria, con prove, di un tentativo di sovvertimento del voto da part…
La quarta incriminazione di Donald Trump in sei mesi è un cortocircuito perché porta direttamente l’ipotesi criminale dentro lo spazio politico della campagna elettorale, che mercoledì 23 agosto a Milwaukee prende il via mettendo a confronto i candidati alle primarie repubblicane.
Proprio mentre la procuratrice della Georgia, Fani Willis, ha intimato all’ex presidente degli Stati Uniti di costituirsi entro il 25 agosto nel carcere di Fulton insieme con i suoi 18 coimputati, che con lui devono rispondere a 41 capi d’accusa, per aver cercato di ribaltare fraudolentemente l’esito del voto alle elezioni presidenziali del 2020.
Una parola sola può riassumere le imputazioni rivolte “all’impresa criminale” svelata dall’inchiesta durata due anni, con il ricorso a una legge contro il racket e la delinquenza organizzata: cospirazione.
Deciderà il processo, previsto entro sei mesi. Ma intanto siamo di fronte all’ipotesi giudiziaria, con prove, di un tentativo di sovvertimento del voto da parte del presidente in carica, con il garante della democrazia americana che complotta per deformarla alla radice, falsificando a suo vantaggio la volontà popolare, fondamento della sovranità.
Trump vola nei sondaggi, e dieci giorni fa raggiungeva il 55 per cento dei consensi tra gli elettori repubblicani, con 42 punti di distacco dal governatore della Florida DeSantis, il suo avversario principale, fermo al 13 per cento: ora si augura addirittura che il passaggio obbligato negli uffici del carcere produca, secondo la procedura, foto segnaletiche e impronte digitali, in modo da trasformarle immediatamente nella nuova icona maledetta della sua campagna elettorale, prove clamorose di una persecuzione permanente per mettere fuori gioco il «candidato dominante», come lui stesso si definisce.
Si può dunque guidare un grande Paese occidentale, complottare a danno della sua legalità e della sua legittimità istituzionale, istigare i seguaci ad assaltare il Campidoglio in una vera e propria prova d’insurrezione, e ritornare in corsa per la Casa Bianca, scalando giorno dopo giorno i favori popolari nei sondaggi.
Un rovesciamento della formula solenne che tutti i presidenti pronunciano quando entrano in carica, giurando sulla Bibbia e promettendo fedeltà alla Costituzione, con l’impegno a “preservarla, proteggerla e difenderla, con l’aiuto di Dio”.
Com’è possibile che un dovere sacralizzato si rovesci in uno spergiuro, e che questa bestemmia costituzionale trovi seguaci e consensi?
Dove nasce, come cresce e cosa significa questo testa-coda che resterà nella storia degli Stati Uniti? Ecco la vera domanda che conta dietro il caso Trump, e lo rende universale.
Noi stiamo infatti assistendo, con ogni probabilità, all’atto finale di una sfida che da dieci anni il populismo ha lanciato alla democrazia.
Nato dalla disgregazione sociale della crisi, il populismo si è nutrito del disorientamento dei ceti spodestati, dello spaesamento dei retrocessi, del risentimento degli esclusi, ma anche del ribellismo borghese, dell’invidia sociale diffusa, della voglia di rivincita e di vendetta, e dell’auto-separazione della classe dirigente che esercita il potere come un’esclusiva.
Ha coltivato la rabbia per l’esproprio di ruolo di una nuova classe dispersa che si sente deposta, scalzata, non più coperta dalla promessa della politica, non accettata nel meccanismo tradizionale d’inclusione, mentre lei stessa non si riconosce più nella piramide sociale del sistema, rimanendo ai margini.
Finita la stagione della grande politica basata su una storia risolta e un’identità potente, il populismo ha eccitato questa ribellione di status, vissuta nella solitudine della dispersione che non trova più soluzioni collettive a problemi individuali, ma sa scegliere nemici comuni, identificati nell’élite, nel sapere, nella scienza, nella competenza, nella conoscenza: tutti elementi che concorrono a creare ciò che potremmo chiamare cultura della responsabilità, una coscienza che sta alla base della democrazia.
Ma la crisi, senza che lo avessimo previsto, svaluta la democrazia, le fa perdere peso, la rende incapace di incidere sulle condizioni materiali di vita degli individui.
La democrazia diventa un insieme di principi che faticano a tradursi in pratica: in sostanza, una vecchia credenza del Novecento che è arrivata fin qui, ma non riesce a rispondere alle esigenze dell’epoca.
Forse, come insinuano i leader populisti, è davvero adatta soltanto a sovrintendere alle stagioni del benessere, forse funziona solo nelle fasi di redistribuzione, forse non è altro che un lusso dei garantiti, che però frena e blocca le energie degli individui con la sua ragnatela di regole, di obblighi, di controlli e di vincoli in un’ossessione disciplinare che soffoca i cittadini.
È il dubbio democratico, prima insinuato, poi innestato e quindi aiutato a prosperare e a dare frutti avvelenati. La democrazia non viene mai invocata come una conquista da difendere, non c’è più una sua epopea capace di rilanciarne il fascino, il suo cuore è freddo.
In un’epoca in cui la disaffezione dalla politica può essere contrastata solo da una scossa emotiva e non da una routine burocratica, la democrazia assiste allo spettacolo della contropolitica populista trasformata in performance permanente, incapace (per fortuna) di seguirla su questa strada ad alta intensità e bassa responsabilità.
Il risultato è che il populismo drammatizza la situazione e la estremizza continuamente, portando la tensione politica al suo massimo, negando la realtà e ingannando l’opinione pubblica con una serie di contro-verità, mentre la democrazia nel confronto appare disarmata, perché non può usare quelle stesse armi se non abdicando a se stessa.
Il cittadino precipitato fuori dalla sfera politica, il «forgotten man» che non a caso Trump ha ringraziato un minuto dopo la vittoria, viene invitato dal pifferaio magico a rientrare in gioco aderendo a questa rappresentazione dilatata e titanica della crisi, liberandosi di ogni coscienza del limite, separandosi dal credo democratico comune, in una secessione ribelle.
L’eversione di Trump è la rivincita collettiva: purché si compia, muoia la democrazia, con tutti i suoi vecchi credenti. Fuori dal reale, l’atto ideologico di fede sostituisce i fatti, che perdono ogni valore. Al loro posto si insedia il contro-racconto del leader perseguitato e vilipeso, colpito ma non sconfitto, comunque innocente perché intangibile nella corazza perfetta del carisma perenne.
Naturalmente l’incriminazione giudiziaria, le inchieste e i processi non scalfiscono queste convinzioni: se la democrazia è ormai rifiutata perché ingannevole, come si può credere alle sue procedure, ai suoi codici e ai suoi giudici?
Questo azzeramento del valore democratico ci porta in una terra incognita, perché saltano tutti i parametri della nostra vita associata, dal rispetto della legge all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla giustizia. Sono le basi della libertà americana, che una parte del Paese oggi è pronta a disconoscere.
La sfida è in corso e, al di là del destino di Trump, la posta in gioco è altissima e, appunto, universale: capiremo se siamo già entrati, senza saperlo, nell’età della post-democrazia.