NEW YORK- Poker. Donald Trump guadagna la sua quarta incriminazione in cinque mesi quando in America è quasi la mezzanotte del quattordici agosto: ma in tribunale, questa volta, non dovrà presentarsi da solo. Altre 18 persone sono accusate con lui di aver cospirato per tentare di ribaltare il risultato elettorale delle elezioni 2020 con pressioni su pubblici ufficiali, affermazioni false e perfino col tentativo di spacciare per Grandi Elettori (coloro che nel sistema americano hanno il potere di ratificare col loro voto la vittoria del presidente in ciascun stato) persone che non lo erano. “"Mi sembra manipolata!", ha scritto Trump sulla sua piattaforma social Truth.
"Una cospirazione criminale per cercare di sovvertire il risultato delle elezioni” 2020 in Georgia, l’ha definito la procuratrice distrettuale della contea di Fulton, Fani Willis illustrando in una conferenza stampa convocata in piena notte le accuse: 13 per il solo ex presidente già incriminato formalmente in altri tre stati. A New York per aver pagato con fondi sottratti alla campagna elettorale il silenzio della pornostar Stormy Daniels con cui aveva avuto una relazione. A Miami per le carte classificate portate via dalla Casa Bianca e conservate in un gabinetto del suo resort a Mar-a-Lago, E a Washington per il ruolo attivo nel tentativo di sovvertire i risultati delle presidenziali 2020 che portarono all’assalto al Congresso del 6 gennaio.
Un’accelerata dell’ultima ora quella della procura della Georgia che, dopo aver impiegato 30 mesi a chiudere le indagini, ottiene a tarda sera, e con almeno 24 ore di anticipo sui tempi previsti, l’ok del Grand Jury – l’organismo legale chiamato a decidere se le prove raccolte sono sufficienti per procedere con una nuova incriminazione – ai capi d’imputazione.
Il documento con la decisione dei 23 giurati popolari – che hanno ascoltato fino a tardi le ultime testimonianze presentate dall’accusa, anticipando a lunedì pomeriggio pure le audizioni di coloro che erano attesi martedì mattina – è stata infatti consegnata poco prima delle 21.30 locali al giudice Robert McBurney.
Si tratta di 98 pagine: dove oltre al nome dell’ex presidente ne appaiono altri 18. Alcuni già citati nell’incriminazione federale della settimana scorsa a Washington: l’ex avvocato personale di Trump ed ex sindaco di New York Rudy Giuliani, e gli altri avvocati del tycoon John Eastman, Kenneth Chesebro e Sidney Powell, insieme all’impiegato del Dipartimento di Giustizia Jeffrey Clark. Altri completamente inaspettati: e fra questi l’ex capo di gabinetto della Casa Bianca Mark Meadows.
Insieme ad altri personaggi “interessanti”: Shawn Still che si spacciò falsamente per grande elettore. Harrison Floyd, leader di Black Voices for Trump, presunta organizzazione di afroamericani. E pure Steve Lee, un predicatore accusato di aver cercato di intimorire gli scrutinatori. Mentre si fa riferimento ad altri personaggi, non nominati e nonincriminati.
"Concedo agli incriminati l'opportunità di consegnarsi volontariamente non più tardi del 25 agosto a mezzogiorno” ha dunque affermato Willis: e non è chiaro se è una deadline o se vedremo sfilare tutti o parte dei co-imputati già nei prossimi giorni nel tribunale di Atlanta già blindatissimo all’estermo con tanto di sacchi di sabbia. Nel documento, le accuse sono esposte a partire da pagina 14: “Trump e gli altri imputati rifiutarono di accettare la sconfitta di Donald Trump e consapevolmente e volontariamente cospirarono per cambiare illegalmente il risultato delle elezioni a favore del candidato repubblicano”.
L’accelerazione ha colto di sorpresa The Donald e il suo team legale: l’ufficio del procuratore distrettuale non è tenuto a dare preavviso agli imputati prima che un atto d’accusa venga reso pubblico, e pare proprio che non si sia preoccupato di informare gli avvocati difensori di Trump. Il tycoon, d’altronde era stato nervoso tutta la giornata, indondando il suo social, Truth, di post contro la procuratrice («Fake Willis»), contro l’amministrazione Biden ("chi ha manomesso le elezioni è lo stesso che l’ha truccata”) e pure contro i testimoni. Arrivando addirittura a minacciare Geoff Duncan, l’ex vice governatore repubblicano della Georgia, un suo sostenitore fino alle presidenziali 2020, poi diventato acerrimo nemico dopo le insinuazioni di brogli: “Farebbe meglio a non deporre”.
E non è da escludere che proprio tanta agitazione abbia convinto la procura a stringere sui tempi nel timore di ulteriori intimidazioni dei testimoni. “Perché non mi hanno incriminato due anni e mezzo fa? Perché volevano farlo proprio nel bel mezzo della mia campagna politica – ha scritto l’ex presidente - È una caccia alle streghe".
Per l’ex inquilino della Casa Bianca in cerca di nuovo mandato, la quarta incriminazione rischia di essere la grana peggiore: secondo indiscrezioni emerse dalla lettura di un documento apparso ieri online sul sito del tribunale della Contea di Fulton responsabile del caso ma poi subito rimosso, il teorema dell’accusa sostiene infatti la violazione, da parte di Trump e accoliti, di un’ampia legge anti-racket locale nota come “Rico”. Uno strumento legale solitamente riservato a perseguire mafia e criminalità organizzata – lo scopo è punire i mandati oltre agli esecutori – che offre ai pubblici ministeri la possibilità di raggruppare i reati, pur se compiuti da persone diverse, se commessi allo scopo di raggiungere un obiettivo comune.
Apparato legalmente complesso: che rende particolarmente ostico alla difesa attuare strategie processuali coerenti, costretti a prendere in considerazione più imputazioni e persone. Non basta: il Rico permette di applicare rigide sanzioni economiche e disciplinari agli indagati: un sistema usato per mettere i coimputati gli uni contro gli altri, spingendoli a cercare accordi personali in cambio di informazioni capaci di sostenere nuove accuse. Oltre ad aver violato le leggi anti-racket, il tycoon dovrà rispondere personalmente di 13 campi d’imputazione: fra queste aver tentato di spingere un funzionario pubblico a violare il suo giuramento di fedeltà (3 capi). Accusa, quest’ultima, basata sulla ormai nota telefonata (di cui sono emerse le registrazioni) fatta da Trump al locale segretario di Stato repubblicano Brad Raffensperger: per chiedergli di “trovare” gli 11.780 voti mancanti e rovesciare con quelli il risultato elettorale.
Ancora, cospirazione per aver tentato di impersonare pubblici ufficiali (la vicenda dei falsi grandi elettori). Cospirazione per commettere una falsificazione di primo grado (2 capi). Cospirazione per sostenere il falso per iscritto e con dichiarazioni ufficiali (2 account).
Cospirazione per aver incitato a sottoscrivere documenti falsi. Aver sottoscritto documenti falsi, aver affermato il falso. Il processo, ha affermato la Willis, entro 6 mesi.
Addebiti particolarmente insidiosi, perché rientrano nell’ambito dei reati statali e non federali. Nel caso di condanna, se pur rieletto presidente non potrà “auto-graziarsi”, né potranno farlo altri eventuali vincitori.
Già. Il leader repubblicano, ormai mal visto dall’establishment del partito, ma caro alla base tanto da essere in cima ai sondaggi col 54 per cento del gradimento, fino a ieri ha fatto lo spavaldo: “Un’altra incriminazione e vinco”. Ma il nervosismo dei suoi è già evidente dalla prima reazione, un attacco diretto alla procuratrice Willis da parte dell’account ufficiale della campagna elettorale: “La procuratrice è una fanatica di parte che ha strategicamente rallentato la sua indagine per massimizzare le interferenze con la campagna elettorale e danneggiare Trump”.
Certo ben conscio dell’uso fortemente evocativo della frase "cover up", copertura, da parte dell'accusa. Certo volontario eco dello scandalo Watergate. Sì, una nuova battaglia legale è appena cominciata.