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Meloni, gli spettri e il Pd

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La premier li ha evocati per esorcizzarli confermando il suo incubo ricorrente e la sua insicurezza periodica, in un clima da assedio preventivo. Ma se il governo fallisse, cosa dovrebbero fare i dem
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Improvvisamente, i fantasmi. Tutti li vedono, dopo che Giorgia Meloni li ha evocati per esorcizzarli. Abitano da anni negli anfratti di palazzo Chigi, prevalentemente sul lato destro dopo lo scalone d’onore, dove appena un anno fa la premier è salita per assumere la guida del governo dopo aver vinto le elezioni.

Dodici mesi più tardi, è un po’ presto per chiamarli in causa anche se per scacciarli, perché involontariamente quell’immagine è la conferma di un incubo ricorrente, di un’insicurezza periodica, di un clima da assedio preventivo: dove si uniscono l’atavica diffidenza della destra per il capitalismo e i mercati, il moderno sospetto per i “poteri forti”, l’insofferenza eterna per i giornali, …

Improvvisamente, i fantasmi. Tutti li vedono, dopo che Giorgia Meloni li ha evocati per esorcizzarli. Abitano da anni negli anfratti di palazzo Chigi, prevalentemente sul lato destro dopo lo scalone d’onore, dove appena un anno fa la premier è salita per assumere la guida del governo dopo aver vinto le elezioni.

Dodici mesi più tardi, è un po’ presto per chiamarli in causa anche se per scacciarli, perché involontariamente quell’immagine è la conferma di un incubo ricorrente, di un’insicurezza periodica, di un clima da assedio preventivo: dove si uniscono l’atavica diffidenza della destra per il capitalismo e i mercati, il moderno sospetto per i “poteri forti”, l’insofferenza eterna per i giornali, insieme con il senso d’isolamento internazionale e l’inquietudine dell’underdog che prolunga la sua solitudine e la sua separatezza anche quando si è conquistato la maggioranza. Così tornano gli spettri dopo gli applausi, come nel Riccardo III: “Le anime dei morti sono venute nella mia tenda/ e hanno pianto per la vittoria”.

Siamo davanti, evidentemente, a un messaggio d’allarme e a una raffigurazione di comodo. Denunciando sul nascere una presunta trama dei “soliti noti” per far fallire il suo esperimento politico di governo, Meloni non ha bisogno di fare nomi e cognomi perché le basta rilanciare la sua accusa nell’indistinto per colpire il bersaglio fisso del suo populismo nella scalata al potere: l’élite, nazionale e internazionale, che unisce in un’unica demonizzazione coppie improprie e inconsapevoli come la sinistra e il capitale, l’Europa politica e l’establishment italiano, le istituzioni repubblicane e l’informazione. È la polemica tradizionale della nuova destra estrema (che trova echi nel populismo di segno opposto) contro la classe dirigente denunciata e condannata in blocco, all’ingrosso, per aver confiscato non solo il potere con il meccanismo della cooptazione e dell’auto-riproduzione, ma anche la conoscenza e il sapere, cancellando la loro funzione universale per ridurli a strumenti servili a uso e costume della “casta”.

Questa denuncia consente l’individuazione di un nemico di cui il populismo ha costantemente bisogno, fino a rinnovarne la figura nelle diverse fasi che il Paese attraversa, per adattarla al risentimento nazionale prevalente nel momento. Il corpo nudo del migrante, con la sua pretesa di sopravvivenza intrusiva nel nostro spazio sovrano spaventato, è sempre al primo posto, ma è fin troppo spoglio per reggere da solo la raffigurazione di tutte le minacce che congiurano contro l’Italia e intralciano l’azione del governo. Meglio affiancarlo con uno spettro sovranazionale occulto nella trama e tuttavia visibile politicamente, l’anima profonda e autentica del “sistema”, il nocciolo duro e soprattutto ostinato del vero potere: che non può e non vuole accettare l’eccezione italiana alla cultura europea dominante da parte di una destra anomala che viene dal mondo in ombra del post-fascismo, e si rifiuta di tagliare quelle radici.

Al nemico così segnalato alla pubblica opinione si possono facilmente addebitare le difficoltà di diversa natura che il governo deve fronteggiare, dallo spread all’inflazione, al Pil che rallenta, alla manovra in deficit, al debito pubblico che torna a pesare come una minaccia, all’Europa insensibile e ottusa. Ma allo stesso nemico la destra italiano affida qualcosa in più, cioè la conferma della sua identità. Con questa scelta polemica, infatti, Meloni porta il suo partito, la sua coalizione e il suo governo nel luogo politico che considera più redditizio per cercare e conservare il consenso in questa fase di disincanto per la politica, di dubbi sulla democrazia, di estraneità rispetto all’Occidente: fuori dal coro, al governo del Paese eppure all’opposizione rispetto all’élite, allineata agli Usa sul conflitto in Ucraina e tuttavia neutra rispetto ai valori e ai principi della democrazia occidentale, leader istituzionale e comunque ribelle al sistema che deve guidare. Fino alla dichiarazione di guerra preventiva ai tecnici, ai professori, ai commissari, e alla loro competenza usata come supplenza.

Ma questa partita che è appena all’inizio coinvolge anche la sinistra, e in particolare il Pd. Da Monti a Draghi, chiamati a palazzo Chigi per ragioni di necessità e urgenza, il Pd si è fatto struttura servente della repubblica nelle situazioni eccezionali che si sono via via create, facendosi carico della responsabilità generale come se fosse la spina dorsale del sistema: e pagandone quasi in esclusiva l’intero prezzo elettorale. Non c’era altra via, ma questa è stata favorita anche dal governismo della sinistra, la tentazione di condividere il potere comunque, se si presenta l’occasione, anche senza mandato degli elettori. Oggi (o domani) come dovrebbe essere amministrata la responsabilità del Pd davanti a un’emergenza politica, economica o sociale? Come si dovrebbe declinare la funzione nazionale di una sinistra di governo? Pierluigi Bersani, uno dei padri nobili della sinistra, ha posto il problema in un’intervista a Repubblica, con una ricetta precisa: “Il compito del Pd non è tenere in equilibrio il sistema, ma organizzare il campo dell’alternativa. Perché l’alternativa stessa è l’equilibrio del sistema”. Esattamente di questo la sinistra dovrebbe discutere, uscendo dalla sterilità della sua eterna battaglia navale: perché proprio qui (nel rapporto tra autonomia ed emergenza, tra libertà e responsabilità) c’è la vera traduzione moderna del vecchio scontro tra riformisti e massimalisti, al passo con il 2023 italiano.

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