TUNISI - Le tre militanti europee del gruppo femminista Femen, arrestate in Tunisia e condannate in appello a quattro mesi e un giorno con la condizionale, hanno lasciato la prigione di La Manouba pochi minuti prima della mezzanotte, ora locale. Lo ha riferito l'agenzia France Presse. Pauline Hillier e Marguerite Stern, francesi, e Josephine Markmann, tedesca, erano detenute da circa un mese per aver protestato a seno nudo (foto) in favore di Amina Tyler, l'attivista tunisina diciannovenne in carcere per aver postato su internet una sua foto pure a seno nudo.
A bordo di un furgone di polizia le tre Femen sono state portate al ministero dell'Interno per le ultime formalità e poi all'aeroporto internazionale di Tunisi. Durante il processo d'appello avevano espresso per la prima volta pentimento per la protesta del 29 maggio scorso nella capitale tunisina. "Mi dispiace di quell'atto e me ne scuso", aveva detto Markmann al giudice che sottolineava come "il diritto musulmano vieti tali azioni". "Non pensavamo di sconvolgere i tunisini fino a questo punto. E' da escludere che ricominceremo", le aveva fatto eco Hillier.
In primo grado le tre donne erano state condannate a quattro mesi e un giorno di reclusione senza i benefici di legge. Una pena la cui severità era stata contestata da Parigi, da Berlino e dall'Unione europea. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani aveva sottolineato che per quanto l'azione delle Femen avesse potuto essere sconvolgente per il partito islamista Ennahda al governo ma anche per l'opposizione e le femministe tunisine, rientrava nella libertà di espressione e non poteva essere punita con il carcere. Il clamore suscitato dal caso a livello internazionale ha evidentemente indotto il giudice a pronunciare una sentenza d'appello più mite che consentisse la liberazione delle tre attiviste. Sul verdetto hanno sicuramente pesato anche le pressioni esercitate da Parigi in vista della visita del presidente francese François Hollande in Tunisia, prevista per i primi di luglio.
"E' un immenso sollievo. Ora le nostre preoccupazioni si rivolgono ad Amina che non dimentichiamo. Non la lasceremo marcire in prigione", hanno commentato gli avvocati francesi delle Femen, Patrick Klugman e Ivan Terel. La giovane tunisina rischia due anni di carcere per profanazione di sepolture per aver dipinto la parola Femen sul muro del cimitero di Kairouan in segno di protesta contro un raduno salafista e altri sei mesi per attentato alla morale. Pene che potrebbero diventare più pesanti se fosse riconosciuta colpevole con l'aggravante dell'associazione a delinquere. Un caso, quello di Amina, che è diventato emblematico dello scontro in atto tra gli islamisti saliti al potere dopo la rivoluzione e l'opposizione laica che accusa il governo di voler tornare indietro rispetto ai diritti che i cittadini, e in particolare le donne, avevano acquisito nei decenni passati.
A bordo di un furgone di polizia le tre Femen sono state portate al ministero dell'Interno per le ultime formalità e poi all'aeroporto internazionale di Tunisi. Durante il processo d'appello avevano espresso per la prima volta pentimento per la protesta del 29 maggio scorso nella capitale tunisina. "Mi dispiace di quell'atto e me ne scuso", aveva detto Markmann al giudice che sottolineava come "il diritto musulmano vieti tali azioni". "Non pensavamo di sconvolgere i tunisini fino a questo punto. E' da escludere che ricominceremo", le aveva fatto eco Hillier.
In primo grado le tre donne erano state condannate a quattro mesi e un giorno di reclusione senza i benefici di legge. Una pena la cui severità era stata contestata da Parigi, da Berlino e dall'Unione europea. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani aveva sottolineato che per quanto l'azione delle Femen avesse potuto essere sconvolgente per il partito islamista Ennahda al governo ma anche per l'opposizione e le femministe tunisine, rientrava nella libertà di espressione e non poteva essere punita con il carcere. Il clamore suscitato dal caso a livello internazionale ha evidentemente indotto il giudice a pronunciare una sentenza d'appello più mite che consentisse la liberazione delle tre attiviste. Sul verdetto hanno sicuramente pesato anche le pressioni esercitate da Parigi in vista della visita del presidente francese François Hollande in Tunisia, prevista per i primi di luglio.
"E' un immenso sollievo. Ora le nostre preoccupazioni si rivolgono ad Amina che non dimentichiamo. Non la lasceremo marcire in prigione", hanno commentato gli avvocati francesi delle Femen, Patrick Klugman e Ivan Terel. La giovane tunisina rischia due anni di carcere per profanazione di sepolture per aver dipinto la parola Femen sul muro del cimitero di Kairouan in segno di protesta contro un raduno salafista e altri sei mesi per attentato alla morale. Pene che potrebbero diventare più pesanti se fosse riconosciuta colpevole con l'aggravante dell'associazione a delinquere. Un caso, quello di Amina, che è diventato emblematico dello scontro in atto tra gli islamisti saliti al potere dopo la rivoluzione e l'opposizione laica che accusa il governo di voler tornare indietro rispetto ai diritti che i cittadini, e in particolare le donne, avevano acquisito nei decenni passati.