BERLINO - Vacillano pace sociale e stabilità politica nella dinamica Polonia, il più importante membro orientale di Ue e Nato, segnato nei decenni dopo la rivoluzione non violenta del 1989 da tranquillità e solidi ritmi di sviluppo. Almeno 120mila persone hanno partecipato oggi a Varsavia alla manifestazione indetta dai sindacati (Solidarnosc e gli altri) contro la politica di austerità e di dure riforme seguita dal governo liberal ed europeista del premier Donald Tusk. "Questo non è che l'inizio, o il governo cede o lanceremo proteste e scioperi in tutto il paese", hanno detto i leader sindacali arringando i dimostranti nel centro della capitale. E' stata una delle più grandi manifestazioni di protesta dopo la rivoluzione dell'89, forse la più grande.
"E' l'ultimo avvertimento per Tusk, o cede o andiamo ad agitazioni sempre più vaste", ha insistito Jan Guz, leader del sindacato Opzz. E la folla ha risposto più volte gridando come slogan ritmato "sciopero generale, sciopero generale".
Tusk è al potere dal 2007, quando sconfisse il premier nazionalpopulista ed euroscettico Jaroslaw Kaczynski in nome di una politica veramente democratica e aperta, dell'europeismo e del buon vicinato con Berlino e Mosca. Per anni la crescita economica più consistente tra quelle di tutti i big della Ue lo ha sostenuto, ma l'eurocrisi ora morde anche in Polonia, economia strettamente integrata all'eurozona. La disoccupazione è salita al 13 per cento, dopo anni di crescita tra il 4 e il 5 per cento il prodotto interno lordo (pil) è cresciuto l'anno scorso solo dell'1,9 e quest'anno salirà al massimo dello 0,4. Su questo sfondo le dure riforme volute da Tusk in sintonia con Berlino, Bruxelles e la Bce accendono la collera popolare. La gente in piazza dice no all'elevamento dell'età pensionabile a 67 anni (anziché 65 per gli uomini e 60 per le donne), a riforme deregolatorie del mercato del lavoro, a severi cambiamenti sul fronte della previdenza.
Per Tusk la sfida è minacciosa. Egli stesso infatti, per la prima volta, non ha escluso il ricorso a elezioni anticipate, cioè magari tra pochi mesi o l'anno prossimo anziché nel 2015 a fine legislatura. Nei sondaggi, il suo partito liberal (PO, Piattaforma civica) cala, il PiS (Legge e giustizia) nazionalpopulista ed euroscettico di Kaczynski vola, e in alcuni casi supera la forza di governo. Alcune defezioni di parlamentari passati a destra hanno ridotto la maggioranza di cui l'esecutivo dispone ad appena tre seggi. Intanto in elezioni locali il partito di Tusk perde una città dopo l'altra, e Kaczynski sta cercando di rovesciare con un referendum la pur bravissima sindaco di Varsavia (l'ex governatrice della NBP, la Banca centrale, Hanna Gronkiewicz-Walcz) accusandola per il disagio causato dagli enormi cantieri di modernizzazione della capitale. Se Tusk dovesse perdere il potere, la Ue intera e Berlino si troverebbero di fronte un governo ostile ed euroscettico e non privo di tentazioni autoritarie alla Orbàn (il premier ungherese) in versione light nel paese-chiave del centro-est del continente.
"E' l'ultimo avvertimento per Tusk, o cede o andiamo ad agitazioni sempre più vaste", ha insistito Jan Guz, leader del sindacato Opzz. E la folla ha risposto più volte gridando come slogan ritmato "sciopero generale, sciopero generale".
Tusk è al potere dal 2007, quando sconfisse il premier nazionalpopulista ed euroscettico Jaroslaw Kaczynski in nome di una politica veramente democratica e aperta, dell'europeismo e del buon vicinato con Berlino e Mosca. Per anni la crescita economica più consistente tra quelle di tutti i big della Ue lo ha sostenuto, ma l'eurocrisi ora morde anche in Polonia, economia strettamente integrata all'eurozona. La disoccupazione è salita al 13 per cento, dopo anni di crescita tra il 4 e il 5 per cento il prodotto interno lordo (pil) è cresciuto l'anno scorso solo dell'1,9 e quest'anno salirà al massimo dello 0,4. Su questo sfondo le dure riforme volute da Tusk in sintonia con Berlino, Bruxelles e la Bce accendono la collera popolare. La gente in piazza dice no all'elevamento dell'età pensionabile a 67 anni (anziché 65 per gli uomini e 60 per le donne), a riforme deregolatorie del mercato del lavoro, a severi cambiamenti sul fronte della previdenza.
Per Tusk la sfida è minacciosa. Egli stesso infatti, per la prima volta, non ha escluso il ricorso a elezioni anticipate, cioè magari tra pochi mesi o l'anno prossimo anziché nel 2015 a fine legislatura. Nei sondaggi, il suo partito liberal (PO, Piattaforma civica) cala, il PiS (Legge e giustizia) nazionalpopulista ed euroscettico di Kaczynski vola, e in alcuni casi supera la forza di governo. Alcune defezioni di parlamentari passati a destra hanno ridotto la maggioranza di cui l'esecutivo dispone ad appena tre seggi. Intanto in elezioni locali il partito di Tusk perde una città dopo l'altra, e Kaczynski sta cercando di rovesciare con un referendum la pur bravissima sindaco di Varsavia (l'ex governatrice della NBP, la Banca centrale, Hanna Gronkiewicz-Walcz) accusandola per il disagio causato dagli enormi cantieri di modernizzazione della capitale. Se Tusk dovesse perdere il potere, la Ue intera e Berlino si troverebbero di fronte un governo ostile ed euroscettico e non privo di tentazioni autoritarie alla Orbàn (il premier ungherese) in versione light nel paese-chiave del centro-est del continente.