Esteri

Cina, il blogger dissidente "confessa" in tv:
"Ho diffuso notizie false, chiedo scusa"

Charles Xue, nome d'arte Xue Manzi, imprenditore di successo era la star del portale più cliccato del Paese. Accusato di festini a luci rosse con prostitute è stato arrestato. Ora la gogna televisiva, una vittoria per la leadership comunista. Il mondo del web sotto shock

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PECHINO - Charles Xue, fino a un mese fa, era un uomo d'affari di successo. La fortuna non gli sorrideva solo nel business. Sino-americano, nome d'arte Xue Manzi, aveva un talento speciale: conosceva il segreto per tenere il popolo del web incollato al computer. Star di "Sina Weibo", il portale più cliccato della Cina, contava oltre 12 milioni di followers. I suoi commenti, su ogni argomento, diventavano immediatamente opinione comune della Rete. Tutto è filato liscio fino a quando, nonostante qualche tollerata sfrontatezza, ha deciso di alzare il tiro su un obiettivo che oltre la Grande Muraglia resta proibito: il Partito comunista. Le critiche al potere, le ripetute ironie e il dissenso su temi politici e sociali, per qualche settimana sono cadutI nel vuoto della censura, accendendo la speranza dei suoi sostenitori. Poi un giorno Charles Xue è stato arrestato. I giudici lo hanno accusato di festini a luci rosse con alcune prostitute, infamia classica adottata dalla repressione per colpire i dissidenti. Il blogger vip più seguito della Cina, considerato un intoccabile grazie alla sua popolarità, è sparito in carcere, seguito solo dalla pubblica vergogna. A sorpresa è riapparso l'altro ieri nel telegiornale della Cctv, la tv di Stato. Smagrito e privo della sua espressione di sfida, ha confessato di aver diffuso "messaggi irresponsabili" e "notizie false", forte di un successo che gli aveva suggerito la licenza di "sfogare sul web ogni umore negativo". "Mi sono sentito come un imperatore - ha detto - vedendo milioni di risposte e di contatti ad ogni mio commento. La vanità mi ha trascinato, fino a sottovalutare la responsabilità di chi forma l'opinione sociale".

Il suo intervento in tv, concluso con pubbliche scuse, per gli internauti è stato un shock. L'ex blogger coraggioso, ardito fino a sfidare il potere, è parso trasformato in un discolo pentito e si è spinto fino ad assicurare di essere "pronto a collaborare con le autorità per rendere internet più sicuro". "Il web è una realtà virtuale - ha detto - ma ha bisogno di ordine. Un cyberspazio maturo necessita di regole e la legge viene prima della libertà".

Per la leadership di Pechino, il "mea culpa" del dissidente online è stato un trionfo. Nelle ultime settimane confessioni e scuse in diretta tv si sono moltiplicati. Hanno cominciato i manager delle multinazionali arrestati per aver pagato tangenti milionarie ai funzionari corrotti. Poi è stata la volta dell'ex leader neo-maoista Bo Xilai, crollato al terzo giorno di udienze in tribunale. Infine è toccato a Wang Gongquan, altro blogger di successo e avvocato impegnato sul fronte dei diritti umani, arrestato per "aver disturbato l'ordine in un luogo pubblico".

Gli esuli cinesi sostengono che il nuovo leader Xi Jinping, nonostante l'immagine di riformista, sta riportando la Cina ai tempi della Rivoluzione Culturale di Mao, quando i dissidenti venivano costretti alla gogna e a migliaia dovevano porgere pubbliche scuse per reati inesistenti. L'agenzia di Stato Xinhua ha annunciato che contro Charles Xue, nel frattempo deciso a "cooperare con la propaganda", sono in arrivo nuove accuse, che sono in corso di raccolta informazioni su altri "crimini online" e che il suo caso è "sotto inchiesta". Una nuova stretta contro la libertà di espressione sulla Rete è stata lanciata infine dall'alta corte di giustizia di Pechino. Se un blogger verrà accusato di diffamazione, qualora i suoi messaggi vengano visti da oltre 5 mila internauti, o ripubblicati più di 500 volte, sono previsti l'arresto immediato e una pena fino a tre anni di carcere.

Per gli analisti, in allarme per la prospettiva di false accuse e di trattamenti violenti da parte della polizia, è l'ultimo stadio della campagna governativa contro i social media, sempre più utilizzati dalla popolazione per aggirare la censura e discutere di temi delicati. La resa televisiva di Charles Xue equipara dunque internet al mondo degli affari, le idee al business, i blogger ai manager stranieri costretti a confessare le mazzette in diretta. Concordi gli avvocati: il punto debole in Cina resta la dipendenza della giustizia dal partito, fattore che renda remota la possibilità di un giusto processo. Tanto più per gli eroi del web.