Esteri

Il regista Amadei, sopravvissuto alla strage
di Nassirya: "Non è mai stata fatta giustizia"

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Aureliano Amadei, lei era Nassiriya per girare un documentario sulla base italiana e rimase gravemente ferito durante l'attentato. Dieci anni dopo, quali immagini conserva di quanto accadde quel giorno?
"Ne parlo tutti i giorni di quell'attentato. Adesso, per esempio, sono in Cina per proiettare il film che feci su quella tragedia, Venti sigarette. La memoria non si è fermata a quei 10 minuti di terrore ma è passata attraverso una elaborazione che dura da allora. La mia salvezza è stata di aver condiviso quell'esperienza e aver cercato di farne qualcosa di costruttivo".

E' stata una scelta, quella di non partecipare alle cerimonie organizzate in Italia?
"Sì, perché in tutti questi anni mi sarei aspettato di più da parte delle istituzioni. C'è stata, invece, una sorta di rimozione collettiva, o meglio, una vergognosa distrazione. E' troppo facile ricordare Nassiriya una volta l'anno o, peggio, una volta ogni dieci anni".

Che cosa si aspettava?
"Sono state annunciate tante cose, ma nulla è stato fatto. I comandanti delle basi italiane sono stati condannati per negligenza delle misure di sicurezza, ma hanno continuato a fare carriera. Credo che sia stata una strage annunciata e essenzialmente politica, perché molti militari avevano chiesto maggiori condizioni di sicurezza, ma sono stati inascoltati. E lo sa perché? Perché non dovevamo sembrare un Paese in guerra, ma un Paese in missione di pace".