Sfiorato il colpo di Stato nel neonato Sud Sudan. Ieri alcuni comparti della guardia repubblicana con base a Juba, la capitale del Paese, hanno attaccato installazioni militari dopo aver saccheggiato il principale deposito di armi e munizioni della città. Come affermato dal portavoce dell'esercito, Philip Aguer, i soldati regolari sono riusciti a bloccare i golpisti guidati da Riek Mashar, l'ex vicepresidente del Sud Sudan scaricato il luglio scorso dal compagno di partito e attuale presidente, Salva Kiir.
E' cominciato tutto di mattina presto, quando i militari golpisti si sono riforniti di munizioni e hanno assaltato alcuni siti sensibili in vari punti della capitale con mitragliatrici pesanti e mortai: la televisione nazionale ha sospeso le trasmissioni, l'aeroporto è stato chiuso e sono stati registrati in tutta Juba blackout nelle telecomunicazioni. Non sono state riportate vittime poiché da quanto affermato dai giornalisti sul posto i civili sono rimasti in casa e non hanno fornito aiuto ai rivoltosi. Dopo 24 ore di scontri la situazione nella capitale è tornato sotto controllo, anche se il presidente Kiir ha imposto un coprifuoco dall'alba al tramonto.
"Sono in contatto costante con i leader chiave degli scontri per avviare una mediazione - ha detto l'inviato speciale delle Nazione Unite in Sud Sudan, Hilde Johnson - e ho già chiesto alle fazioni in gioco di cessare immediatamente le ostilità e di stare calme".
Gli scontri di questi giorni però s'inseriscono nelle rivalità tribali mai assopitesi dopo la proclamazione d'indipendenza del 2011, arrivata dopo una sanguinosa guerra civile con il nord del Paese. Gli scontri sembrano infatti essere infuriati tra soldati appartenenti al clan Dinka di Riir contro quelli del Clan Nuer, fedeli al deposto Mashar. La rottura era parsa evidente già con il licenziamento dell'ex vice presidente: in quell'occasione, in cui emerse con forza la lotta al potere all'interno del partito al governo, Mashar aveva detto che non sarebbe stata tollerata "la guida di un solo uomo, né tantomento una dittatura". In seguito all'indipendenza molti gruppi ribelli sono rimasti attivi nel Paese africano, alimentando tensioni tribali per il controllo delle risorse petrolifere.
Allarme umanitario in Darfur Si contano quasi due milioni di sfollati in Darfur, regione occidentale del Sudan martoriata da dieci anni dalla guerra civile. "Stimiamo che gli sfollati all'interno del paese siano vicini a 1,9 milioni", ha riferito un alto funzionario delle Nazioni unite, Ali al-Zàtari, in un intervento da Al Fashir, capitale dello stato del nord Darfur, aggiungendo che altri 1,3 milioni di rifugiati (non interni) sono colpiti dalle violenze e/o non hanno abbastanza cibo. Quest'anno le Nazioni Unite avevano già annunciato che almeno 460mila persone erano sfollate a causa del conflitto.
E' cominciato tutto di mattina presto, quando i militari golpisti si sono riforniti di munizioni e hanno assaltato alcuni siti sensibili in vari punti della capitale con mitragliatrici pesanti e mortai: la televisione nazionale ha sospeso le trasmissioni, l'aeroporto è stato chiuso e sono stati registrati in tutta Juba blackout nelle telecomunicazioni. Non sono state riportate vittime poiché da quanto affermato dai giornalisti sul posto i civili sono rimasti in casa e non hanno fornito aiuto ai rivoltosi. Dopo 24 ore di scontri la situazione nella capitale è tornato sotto controllo, anche se il presidente Kiir ha imposto un coprifuoco dall'alba al tramonto.
"Sono in contatto costante con i leader chiave degli scontri per avviare una mediazione - ha detto l'inviato speciale delle Nazione Unite in Sud Sudan, Hilde Johnson - e ho già chiesto alle fazioni in gioco di cessare immediatamente le ostilità e di stare calme".
Gli scontri di questi giorni però s'inseriscono nelle rivalità tribali mai assopitesi dopo la proclamazione d'indipendenza del 2011, arrivata dopo una sanguinosa guerra civile con il nord del Paese. Gli scontri sembrano infatti essere infuriati tra soldati appartenenti al clan Dinka di Riir contro quelli del Clan Nuer, fedeli al deposto Mashar. La rottura era parsa evidente già con il licenziamento dell'ex vice presidente: in quell'occasione, in cui emerse con forza la lotta al potere all'interno del partito al governo, Mashar aveva detto che non sarebbe stata tollerata "la guida di un solo uomo, né tantomento una dittatura". In seguito all'indipendenza molti gruppi ribelli sono rimasti attivi nel Paese africano, alimentando tensioni tribali per il controllo delle risorse petrolifere.
Allarme umanitario in Darfur Si contano quasi due milioni di sfollati in Darfur, regione occidentale del Sudan martoriata da dieci anni dalla guerra civile. "Stimiamo che gli sfollati all'interno del paese siano vicini a 1,9 milioni", ha riferito un alto funzionario delle Nazioni unite, Ali al-Zàtari, in un intervento da Al Fashir, capitale dello stato del nord Darfur, aggiungendo che altri 1,3 milioni di rifugiati (non interni) sono colpiti dalle violenze e/o non hanno abbastanza cibo. Quest'anno le Nazioni Unite avevano già annunciato che almeno 460mila persone erano sfollate a causa del conflitto.