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Sud Sudan, il sogno di un giovane Stato schiacciato dall'abbaglio dell'oro nero

L'obiettivo dei furiosi scontri a Juba è la zona cuscinetto tra il Sud e il Nord, ricca di petrolio e giacimenti di gas. Un presidente troppo accentratore, e rivalità etniche mai sopitedi DANIELE MASTROGIACOMO
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Storiche rivalità etniche e brama di potere. Dietro gli scontri a Juba, la giovane capitale del giovanissimo SudSudan, degenerati in una battaglia a colpi di armi pesanti con almeno 400 morti e 800 feriti, ci sono i vecchi problemi che hanno impedito al nuovo Stato di trovare per decenni una sua identità. Nato grazie alle pressioni statunitensi e a un lento ma costante lavoro diplomatico internazionale, il SudSudan fatica a trovare un suo equilibrio tra i diversi clan presenti sul territorio e distribuiti nella squadra di governo.

L'obiettivo è il controllo della zona di cuscinetto tra sud e nord del Sudan, l'unica ricca di petrolio e di giacimenti di gas naturale. Le incursioni delle milizie controllate dal presidente Omar al Bashar in questo caso non c'entrano nulla. Il vecchio dittatore del Sudan resta a guardare e preferisce assistere al regolamento di conti tra le due etnie maggioritarie che governano nella parte meridionale del paese: i Dinka e i Nuer. Le ri…
Storiche rivalità etniche e brama di potere. Dietro gli scontri a Juba, la giovane capitale del giovanissimo SudSudan, degenerati in una battaglia a colpi di armi pesanti con almeno 400 morti e 800 feriti, ci sono i vecchi problemi che hanno impedito al nuovo Stato di trovare per decenni una sua identità. Nato grazie alle pressioni statunitensi e a un lento ma costante lavoro diplomatico internazionale, il SudSudan fatica a trovare un suo equilibrio tra i diversi clan presenti sul territorio e distribuiti nella squadra di governo.

L'obiettivo è il controllo della zona di cuscinetto tra sud e nord del Sudan, l'unica ricca di petrolio e di giacimenti di gas naturale. Le incursioni delle milizie controllate dal presidente Omar al Bashar in questo caso non c'entrano nulla. Il vecchio dittatore del Sudan resta a guardare e preferisce assistere al regolamento di conti tra le due etnie maggioritarie che governano nella parte meridionale del paese: i Dinka e i Nuer. Le rivalità decennali erano state assopite durante la formazione del nuovo Stato e il voto del referendum che ne decretò la nascita. Ma ora, ad oltre due anni da quella straordinaria data (9 luglio 2011), sono esplose con la violenza tipica degli scontri tribali. Il presidente Salva Kiir è stato accusato di aver concentrato nelle sue mani le leve del potere e di aver cambiato completamente il suo approccio decisionale con metodi apertamente dittatoriali.

Un cambiamento che molti osservatori hanno notato anche da un punto di vista estetico. Kiir avrebbe smesso persino di indossare il famoso cappello da cowboy che aveva attirato le simpatie statunitensi e dei tanti cittadini del SudSudan (tra cui molti famosi giocatori della Nba) emigrati e cresciuti negli Usa, tornati in massa nel nuovo Stato per ricominciare una vita nella terra che non avevano mai conosciuto. Aveva preferito la divisa militare che sfoggiava in pubblico e privato in una contagiosa emulazione del suo vicino di casa a Khartum. Era diventato più duro, meno conciliante nelle decisioni collettive, più sospettoso. Vedeva nemici dappertutto. Temeva trappole e congiure. Sentiva di non aver più il controllo del potere. Ha quindi deciso di forzare la mano e ha spezzato sul nascere quello che riteneva un tentativo di golpe.

L'estate scorsa ha licenziato un paio di ministri del suo gabinetto. Questo ha finito per esasperare la tensione che si è trascinata per mesi. I contrasti sono esplosi con forza all'interno del Spla, il Movimento di liberazione del SudSudan, protagonista della lunga battaglia per la scissione da Khartum. Domenica è scoccata la scintilla. La guardia presidenziale, di stretta osservanza Dinka, è stata attaccata da alcuni reparti dell'esercito legati all'etnia Nuer. C'è stata una lunga sparatoria, con i primi morti e i primi feriti, che si è poi allargata al resto dell'esercito. Sono spuntate le armi pesanti, cannoni e tank, e la battaglia si è estesa a tutta la capitale.

Il presidente ha ordinato il coprifuoco, ha chiesto alla popolazione di restare in casa. Ma molti hanno capito che si rischiavano rappresaglie, che presto i militari dei due clan sarebbero passati alle retate casa per casa con la classica caccia ai nemici dichiarati in base alla propria appartenenza. Per la prima volta dal 2011, una enorme folla, si parla di almeno 16 mila persone, si è riversata per strada e ha raggiunto le sedi degli organismi internazionali. Le palazzine e i compound delle Nazioni unite sono stati presi d'assalto e poi invasi da questa folla di uomini, donne e bambini terrorizzati. L'alto numero di morti e feriti si deve agli scontri che sono proseguiti per tre giorni.

E' scattata la repressione. Diversi ministri del governo sono stati arrestati. Stessa sorte è toccata a quelli dell'ultimo gabinetto. Il vicepresidente Riek Machar, legato all'etnia Nuer, è stato accusato di essere la mente del tentato golpe. Adesso si nasconde da qualche parte e viene ricercato. Le armi, per il momento, tacciono. Ma la battaglia con i suoi morti e feriti ha tracciato un solco che difficilmente sarà colmato. Anzi: il timore è che la reazione provochi altri scontri e altre vittime. Con una prospettiva peggiore: la storia felice del SudSudan si trasformerà nell'ennesima tragedia di un popolo schiacciato da una dittatura abbagliata dalla ricchezza dell'oro nero.