Esteri

Thailandia, incubo guerra civile

L'analisi. L'ennesimo colpo di stato militare difficilmente potrà porre fine allo scontro politico che paralizza il Paese da almeno sei mesi. I sostenitori del governo esautorato e della famiglia Thaksin promettono battaglia e si rincorrono le voci di attacchi e incidenti

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Stavolta in Thailandia giochi si fanno pesanti. Con l'annuncio dell'ennesimo golpe militare non siamo più nella fase delle battute tranquillizzanti e dei sorrisi, dei selfie con i soldati armati. In tutta Bangkok corrono voci - fino a questo momento non confermate - di attacchi delle camicie rosse filo governative contro l'esercito a Chaeng Wattana, uno dei luoghi di raduno del movimento di popolo per le riforme (PRDC) più volte preso di mira da granate e abbandonato oggi dai manifestanti dopo l'annncio del colpo di stato. Altre voci, anche queste senza conferme ufficiali, parlano di proclami con cui i "rossi" minacciano attacchi punti strategici della capitale come i popolari treni di superficie della BTS e la metro. Incidenti si sarebbero già verificati ai confini con Myanmar e Laos dove la presenza dei sostenitori della famiglia Thaksin e del loro residuo di governo temporaneo è più massiccia.

Per ora, in assenza di notizie certe, la dichiarazione del 12esimo colpo di stato e il coprifuoco notturno in tutto il regno della Thailandia, ancorché attesa dopo tre giorni di legge marziale, sembra ben lontana dall'ottenere il risultato sperato di ristabilire l'ordine e di garantirlo a ogni costo. Per ora è una vera e propria doccia fredda per quanti speravano in una riconciliazione pacifica quantomeno a lungo termine.

La possibilità di un lieto fine dopo l'annuncio della restrizioni imposte con la legge militare, era stata affidata dal capo dell'esercito alla responsabilità e disponibilità di partiti e parti sociali a trovare una soluzione per risolvere la crisi istituzionale che da molti mesi semiparalizza il regno e ha causato numerosi morti e feriti negli scontri tra filo e anti-governativi. Ma il generale Prayuth Chan Ocha probabilmente immaginava già che non ci sarebbe stata nessuna via d'uscita unamine, come infatti è successo. La sua "punizione" per i rappresentanti delle varie parti in causa riunite nel Club esclusivo dell'esercito reale, è stato il fermo e probabile arresto almeno dei due leader degli schieramenti, l'ex democratico Suthep Thaugsuban e il capo delle camicie rosse Jatuporn Prompan. Un gesto questo che potrebbe aver infiammato ancora di più gli animi dei filo-governativi.

Dal luogo dei meeting i partecipanti erano stati tutti portati via sotto scorta, compresi gli inviati del governo e della Commissione elettorale chiamata a partecipare in caso di una soluzione per il voto a luglio. Il primo ministro facente funzione, Niwattumrong Boonsongpaisan, si trova intanto in una località segreta, e si sa poco del suo destino prossimo venturo, visto che aveva apertamente sfidato l'autorità del comandante dell'esercito durante i giorni della legge marziale, dichiarandosi lui il vero responsabile del Paese, deciso a non farsi da parte come invece lo obbliga a fare ora Prayuth con le regole del golpe.

Vista la velocità con cui evolve la crisi, è ancora presto per dire se la presa di potere dei militari sarà temporanea "per mantenere l'ordine" - come ha detto Prayuth - o se implicherà la costituzione di un governo con le stellette. Di certo non si vedono spiragli, perché le parti in causa sono divise su un punto fondamentale. I manifestanti che per mesi hanno tenuto in scacco Bangkok, determinati a far cadere il governo di Yingluck Shinawatra e il potere stesso della dinastia creata da suo fratello Thaksin, chiedono un governo eletto dall'alto, quindi eventualmente anche sotto l'egida dell'esercito fedele (come loro) al re. La Commissione elettorale proponeva invece le dimissioni del governo pro-tempore e una nuova tornata elettorale entro due mesi. Nessuna delle due soluzioni però è stata accettata dai rappresentanti del governo e delle camicie rosse, che hanno insistito nel mantenere in vita l'esecutivo degli Shinawatra fino alle eventuali nuove elezioni.

Come prima misura finanziaria i soldati hanno anche congelato tutti i conti correnti associati in Thailandia a Thaksin e forse a sua sorella Yingluck (anche lei scomparsa dalla circolazione). L'ex premier è stato anche colpito da un nuovo mandato d'arresto e il suo passaporto cancellato.

Giunti a questo punto, tutti ora guardano alla reazione delle camicie rosse, che spesso nel passato hanno minacciato ritorsioni in caso di golpe o di spodestamento del governo eletto (anche se le ultime elezioni sono state annullate per il boicottaggio dell'opposizione). Alcuni dei loro rappresentanti, subito dopo l'annuncio del putsch, hanno fatto sapere che la via militare non passerà senza conseguenze. E se saranno confermate le notizie della loro scelta di guerra civile, lo scenario peggiore potrebbe avvicinarsi a grandi passi. I responsabili del golpe nei giorni scorsi avevano già annunciato di aver sequestrato numerose armi e munizioni di sospetta appartenenza dei gruppi estremi delle camicie rosse, e questa circostanza aveva rafforzato la determinazione dei vertici di imporre una svolta drastica allo stallo che dura da almeno sei mesi.

Prendendo in mano la situazione, con il coprifuoco dalle 10 di sera alle 5 di mattina e la fine dei servizi pubblici alle 8, i vertici militari hanno messo in conto di certo l'eventualità di una rivolta, i cui rischi sarebbero estremamente alti non solo per ribelli e soldati, ma per la popolazione nel suo insieme e per l'economia del Paese, oltre che per le relazioni internazionali delicatissime tra i Paesi dell'area e con il resto dell'Asia e dell'Occidente.

La rigidità del quadro politico spaccato letteralmente in due con pochi mediatori ascoltati da entrambe le parti, è anche la gabbia che impedisce ogni soluzione. A causa della corruzione e di leggi impopolari come l'amnistia per Thaksin e altre migliaia di uomini d'affari accusati di imbrogli, una minoranza (elettoralmente parlando) di manifestanti ha imbracciato la bandiera del re e dell'ordine costituito invocando l'eliminazione dalla scena tout court di una famiglia politica potente e ramificata in ogni attività economica dentro e fuori della Thailandia. Secondo Suthep e i suoi seguaci l'intento degli Shinawatra era anche quello di controllare prima o poi la monarchia e magari puntare a un'alleanza con il principe della corona Maha Vajiralongkorn. A 61 anni il successore destinato al trono attende ancora in linea di successione mentre suo padre, il venerato Bhumibol Aduyadej, non sembra intenzionato a lasciare il regno al suo figlio maggiore, una figura controversa e fonte di imbarazzato per la Corte.

E' anche nei Palazzi solo apparentemente defilati e neutrali della dinastia Chakri che si gioca una parte della confusa partita alla quale tutti ora guardano con attenzione e ansia. Ma oltre questo livello, nessuno è in grado di azzardare ipotesi. Resta la certezza che l'anima delle due fazioni è divisa tra un'aristocrazia che si ritiene l'unica in grado di salvaguardare etica e morale tradizionali a cominciare dal modo di fare gli affari, e una ideologia populista stabilita da Thaksin con il coinvolgimento in politica al suo fianco di masse di popolazione che nel passato non avevano voce, schiacciati dalla superiorità degli "ammat", o elite, in tutte le istituzioni importanti del Paese.

Grazie a questa alleanza i suoi governi e quelli dei suoi familiari si sono alternati al potere per sei anni fino al golpe del 2006, e dopo un breve ritorno nel 2008 per altri tre anni fino ai primi di maggio, quando Yingluck Shinawatra è stata rimossa per aver licenziato "illegalmente" il capo della sicurezza nazionale.

Per questo l'unica speranza di sopravvivenza per il clan Shinawatra sembra a questo punto una rivolta popolare, o una lunga stagione di guerriglia dell'ala dura, piena di incognite inquietanti.