ROMA - La grafica curata, da rivista patinata piuttosto che file pdf, stride con la grezza e oscura brutalità delle decapitazioni. Ma, a ben vedere, è in perfetta sintonia con la pulizia delle immagini delle esecuzioni, con la regia e la cura del montaggio, lo scientifico passaggio dal primo piano del condannato, umiliato e in ginocchio, a quello del carnefice, fiero e minaccioso.
Ecco perché Dabiq, il periodico diffuso sul web dall'Is, racconta una volta di più come il jihad oggi si alimenti non solo con il sangue degli infedeli, ma anche con una attentissima strategia dell'informazione. Destinata, come appare evidente dalla lettura del primo numero e dalla pluralità di lingue in cui è reso disponibile, ai musulmani nel mondo. Potenzialmente, l'arma più pericolosa nelle mani dell'Is, quella del "nemico in casa" che spaventa l'Occidente e tiene sulla corda i suoi servizi segreti.
Non a caso, il titolo di copertina del primo numero di Dabiq è "Il ritorno del Califfato". Nel servizio portante, citando il discorso del leader dell'Is Abu Bakr al-Husayni al-Qurashi al-Baghdadi e le parole del portavoce Abu Muhammad al-'Adnani ash-Shami, si annuncia ai musulmani che adesso hanno "uno Stato e un Califfato, che vi ridaranno dignità, opportunità, diritti e leadership. Uno Stato dove arabi e non arabi, bianchi e neri, orientali e occidentali sono tutti fratelli". "E' arrivato il tempo, per intere generazioni annegate in oceani di disgrazia, cresciute con il latte dell'umiliazione, governate dalle più vili tra le genti, di sollevarsi (...). Il sole del Jihad è sorto. Il segno della vittoria è apparso".
LEGGI ANCHE Is è il gruppo terroristico più ricco della storia
A seguire, la visione del mondo secondo al-Baghdadi. "Il mondo è diviso in due. Il campo dell'Islam e della fede, il campo dei miscredenti e dell'ipocrisia", in cui finiscono ebrei, i "crociati", i loro alleati e tutte "le nazioni e le religioni miscredenti, guidate da America e Russia e mobilitate dagli ebrei". E qui, di fronte allo scontro tra l'Islam e il mondo, il leader dell'Is invita tutti i musulmani "ad accorrere nel vostro Stato. Perché la Siria non è dei siriani e l'Iraq non è degli iracheni. La terra è di Allah". "Musulmani in ogni dove, emigrate nello Stato Islamico" esorta al-Baghdadi, ricordando che "l'emigrazione nella terra dell'Islam è un obbligo". Invito rivolto alla gioventù, agli studenti, ma soprattutto agli esperti di giurisprudenza islamica e a quanti abbiano maturato esperienza in campo militare, amministrativo, nei servizi, ai medici e agli ingegneri di qualsiasi specializzazione.
Un altro passaggio emblematico è un servizio chiaramente didattico dedicato alla spiegazione del concetto di Imamah (leadership), spiegato con i versi del "Cammino di Ibrahim". Dove si ricorda che il Profeta disse che la fede "va alimentata, rinnovata e viene messa alla prova da Allah". Il grande "cammino" mira esattamente a scoprire e rafforzare la fede. E riverbera oggi "tra i giovani musulmani in ogni angolo del mondo, incluse le nazioni europee. Molti di quei giovani hanno preso a indirizzare anche gli altri su di esso spiegandolo nei centri, nei raduni (...). Il cammino ha restaurato nell'anima di quei giovani la fiducia nella loro religione. Soprattutto in merito al tema dell'aperta dissociazione di se stessi dalle altre religioni. In contrasto con quanti, per tanto tempo, si sono prostrati davanti ai miscredenti e impedito agli altri di mostrarsi apertamente con la loro religione in mezzo a quanti vi si oppongono, affermando falsamente che questo è nel bene della pace globale invocata dalle Nazioni Unite e dalle 'fedi divinamente rivelate'".
Il primo numero di Dabiq prosegue esaltando l'autentica leadership dello Stato Islamico e il suo ruolo di inevitabile, seducente polo di attrazione. Ne descrive la storia che lo ha preceduto, esaltando la figura al-Zarqawi, leader di Al Qaeda nella regione fino alla morte, il 7 giugno 2006, a seguito di un attacco aereo compiuto da forze statunitensi e giordane a Baquba. Uno dei più importanti "ponti", al-Zarqawi, tra le diverse anime del Jihad, fondamentale nella prospettiva di arrivare un giorno alla sintesi del Califfato. Dabiq narra delle battaglie vittoriose dell'Is e dei suoi martiri, ma documenta anche gli incontri con i capi delle tribù irachene, trasformati in convinti sostenitori e fiancheggiatori della sfida dello Stato Islamico al mondo. E dedica un capitolo a come l'Is viene raccontato dagli ipocriti occidentali.
[[ge:rep-locali:repubblica:95911198]]
Proprio ad al-Zarqawi, infine, è riferita la frase che spiega il nome della rivista. "La scintilla è stata accesa qui in Iraq e il suo calore continuerà a intensificarsi, con il permesso di Allah, fino a bruciare gli eserciti crociati a Dabiq". Una profezia di vittoria che affonda la sua visione indietro nei secoli, al 1516. Quando, proprio a Dabiq, cittadina della Siria settentrionale vicino Aleppo, ebbe luogo la battaglia tra mamelucchi e ottomani che segnò la supremazia di questi ultimi. Secondo l'Is, dunque, Dabiq sarà ancora teatro di una delle più grandi battaglie tra l'Occidente e le forze dell'Islam. Il punto di partenza di un nuovo mondo? Forse l'Apocalisse.
Ecco perché Dabiq, il periodico diffuso sul web dall'Is, racconta una volta di più come il jihad oggi si alimenti non solo con il sangue degli infedeli, ma anche con una attentissima strategia dell'informazione. Destinata, come appare evidente dalla lettura del primo numero e dalla pluralità di lingue in cui è reso disponibile, ai musulmani nel mondo. Potenzialmente, l'arma più pericolosa nelle mani dell'Is, quella del "nemico in casa" che spaventa l'Occidente e tiene sulla corda i suoi servizi segreti.
Non a caso, il titolo di copertina del primo numero di Dabiq è "Il ritorno del Califfato". Nel servizio portante, citando il discorso del leader dell'Is Abu Bakr al-Husayni al-Qurashi al-Baghdadi e le parole del portavoce Abu Muhammad al-'Adnani ash-Shami, si annuncia ai musulmani che adesso hanno "uno Stato e un Califfato, che vi ridaranno dignità, opportunità, diritti e leadership. Uno Stato dove arabi e non arabi, bianchi e neri, orientali e occidentali sono tutti fratelli". "E' arrivato il tempo, per intere generazioni annegate in oceani di disgrazia, cresciute con il latte dell'umiliazione, governate dalle più vili tra le genti, di sollevarsi (...). Il sole del Jihad è sorto. Il segno della vittoria è apparso".
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A seguire, la visione del mondo secondo al-Baghdadi. "Il mondo è diviso in due. Il campo dell'Islam e della fede, il campo dei miscredenti e dell'ipocrisia", in cui finiscono ebrei, i "crociati", i loro alleati e tutte "le nazioni e le religioni miscredenti, guidate da America e Russia e mobilitate dagli ebrei". E qui, di fronte allo scontro tra l'Islam e il mondo, il leader dell'Is invita tutti i musulmani "ad accorrere nel vostro Stato. Perché la Siria non è dei siriani e l'Iraq non è degli iracheni. La terra è di Allah". "Musulmani in ogni dove, emigrate nello Stato Islamico" esorta al-Baghdadi, ricordando che "l'emigrazione nella terra dell'Islam è un obbligo". Invito rivolto alla gioventù, agli studenti, ma soprattutto agli esperti di giurisprudenza islamica e a quanti abbiano maturato esperienza in campo militare, amministrativo, nei servizi, ai medici e agli ingegneri di qualsiasi specializzazione.
Un altro passaggio emblematico è un servizio chiaramente didattico dedicato alla spiegazione del concetto di Imamah (leadership), spiegato con i versi del "Cammino di Ibrahim". Dove si ricorda che il Profeta disse che la fede "va alimentata, rinnovata e viene messa alla prova da Allah". Il grande "cammino" mira esattamente a scoprire e rafforzare la fede. E riverbera oggi "tra i giovani musulmani in ogni angolo del mondo, incluse le nazioni europee. Molti di quei giovani hanno preso a indirizzare anche gli altri su di esso spiegandolo nei centri, nei raduni (...). Il cammino ha restaurato nell'anima di quei giovani la fiducia nella loro religione. Soprattutto in merito al tema dell'aperta dissociazione di se stessi dalle altre religioni. In contrasto con quanti, per tanto tempo, si sono prostrati davanti ai miscredenti e impedito agli altri di mostrarsi apertamente con la loro religione in mezzo a quanti vi si oppongono, affermando falsamente che questo è nel bene della pace globale invocata dalle Nazioni Unite e dalle 'fedi divinamente rivelate'".
Il primo numero di Dabiq prosegue esaltando l'autentica leadership dello Stato Islamico e il suo ruolo di inevitabile, seducente polo di attrazione. Ne descrive la storia che lo ha preceduto, esaltando la figura al-Zarqawi, leader di Al Qaeda nella regione fino alla morte, il 7 giugno 2006, a seguito di un attacco aereo compiuto da forze statunitensi e giordane a Baquba. Uno dei più importanti "ponti", al-Zarqawi, tra le diverse anime del Jihad, fondamentale nella prospettiva di arrivare un giorno alla sintesi del Califfato. Dabiq narra delle battaglie vittoriose dell'Is e dei suoi martiri, ma documenta anche gli incontri con i capi delle tribù irachene, trasformati in convinti sostenitori e fiancheggiatori della sfida dello Stato Islamico al mondo. E dedica un capitolo a come l'Is viene raccontato dagli ipocriti occidentali.
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Proprio ad al-Zarqawi, infine, è riferita la frase che spiega il nome della rivista. "La scintilla è stata accesa qui in Iraq e il suo calore continuerà a intensificarsi, con il permesso di Allah, fino a bruciare gli eserciti crociati a Dabiq". Una profezia di vittoria che affonda la sua visione indietro nei secoli, al 1516. Quando, proprio a Dabiq, cittadina della Siria settentrionale vicino Aleppo, ebbe luogo la battaglia tra mamelucchi e ottomani che segnò la supremazia di questi ultimi. Secondo l'Is, dunque, Dabiq sarà ancora teatro di una delle più grandi battaglie tra l'Occidente e le forze dell'Islam. Il punto di partenza di un nuovo mondo? Forse l'Apocalisse.