LUSSEMBURGO - Le sanzioni Ue alla Russia, che nei giorni scorsi sono state prorogate fino al gennaio 2016, costano agli europei molto più del previsto. La conclusione dell'inchiesta della Leading European Newspaper Agency, il consorzio di Repubblica con altri sei giornali europei, ci offre più di un motivo di riflessione. Verosimilmente, dato che il Pil della Russia è pari a circa un sesto di quello europeo, in termini assoluti il prezzo che paghiamo per sanzionare l'aggressione all'Ucraina è addirittura superiore a quello che facciamo pagare a Putin, anche se l'impatto negativo sull'economia russa è proporzionalmente sicuramente superiore a quello che si abbatte sull'economia europea.
L'altro dato che emerge dall'inchiesta è che la Commissione di Bruxelles non è attrezzata per valutare con precisione gli effetti di una decisione che ha motivazioni politiche e non economiche. Quando l'Europa ha combattuto dure guerre commerciali con gli Stati Uniti in seno al Wto, l'analisi dei costi e benefici era precisa e puntuale. E dunque c'era un'attenzione quasi ossessiva nell'assicurarsi che il danno provocato alla controparte fosse superiore a quello subito in modo da costringere Washington a trovare una soluzione mutualmente conveniente.
Ma quella che si sta combattendo con Mosca non è una battaglia economica. E' uno scontro sui princìpi della politica internazionale. Princìpi violati quando la Russia ha occupato la Crimea e ha fomentato la secessione armata dell'Ucraina orientale. Poiché l'Europa non può, e fortunatamente non vuole, impegnarsi militarmente al fianco di Kiev in una guerra reale, usa le sanzioni come strumento di pressione sul Cremlino. Sarebbe ingiusto e sbagliato valutare l'efficacia di questa scelta solo in base al conto economico. Nessuno, al momento di decidere le misure restrittive, pensava che queste alla fine ci avrebbero fatto guadagnare qualcosa. L'unico vantaggio che ne possiamo ricavare è quello di evitare una radicalizzazione del conflitto e di costringere Putin a trattare. Questo risultato è stato in larga misura raggiunto con gli accordi di Minsk. Le sanzioni sono state prorogate perché gli accordi non sono ancora pienamente rispettati. Ma comunque si sono rivelate efficaci.
E' difficile calcolare quanto l'embargo europeo abbia influito nella recessione economica che ha colpito la Russia, e che sicuramente è provocata anche dal brusco crollo dei prezzi del petrolio. Ma è certo che i russi hanno accusato il colpo. Nel mondo globalizzato, di cui ormai anche Mosca fa parte a pieno titolo dopo che nel 2012 le abbiamo aperto le porte del Wto, l'impatto di sanzioni commerciali è inevitabilmente ripartito in modo sostanzialmente equivalente tra sanzionati e sanzionatori. Ma la Russia ha dovuto pagare un pesante sovrapprezzo in termini di isolamento internazionale. Questo sovrapprezzo è costituito dai mancati investimenti esteri e dalla fuga dei capitali che hanno penalizzato l'economica russa molto più della mancata vendita di qualche macchinario petrolifero o di qualche software militare. E' così che Putin è stato costretto, nonostante le dichiarazioni che grondano retorica nazionalista, a tenere aperto il dialogo con l'Europa e a frenare i suoi falchi in divisa.
Secondo i servizi segreti tedeschi, la guerra civile in Ucraina ha fatto finora cinquantamila vittime: dieci volte di più di quanto dicano le statistiche ufficiali. Senza le sanzioni, senza gli accordi di Misk che la pressione commerciale ha contribuito a determinare, il tributo di sangue sarebbe stato certamente molto, ma molto più alto. E' questo il metro su cui bisogna misurare il rapporto costi-benefici della decisione europea. Il costo è stato certamente più elevato del previsto. Ma senza le sanzioni il prezzo da pagare in termini di sangue versato e di sicurezza perduta sarebbe stato sicuramente ancora più alto.
L'altro dato che emerge dall'inchiesta è che la Commissione di Bruxelles non è attrezzata per valutare con precisione gli effetti di una decisione che ha motivazioni politiche e non economiche. Quando l'Europa ha combattuto dure guerre commerciali con gli Stati Uniti in seno al Wto, l'analisi dei costi e benefici era precisa e puntuale. E dunque c'era un'attenzione quasi ossessiva nell'assicurarsi che il danno provocato alla controparte fosse superiore a quello subito in modo da costringere Washington a trovare una soluzione mutualmente conveniente.
Ma quella che si sta combattendo con Mosca non è una battaglia economica. E' uno scontro sui princìpi della politica internazionale. Princìpi violati quando la Russia ha occupato la Crimea e ha fomentato la secessione armata dell'Ucraina orientale. Poiché l'Europa non può, e fortunatamente non vuole, impegnarsi militarmente al fianco di Kiev in una guerra reale, usa le sanzioni come strumento di pressione sul Cremlino. Sarebbe ingiusto e sbagliato valutare l'efficacia di questa scelta solo in base al conto economico. Nessuno, al momento di decidere le misure restrittive, pensava che queste alla fine ci avrebbero fatto guadagnare qualcosa. L'unico vantaggio che ne possiamo ricavare è quello di evitare una radicalizzazione del conflitto e di costringere Putin a trattare. Questo risultato è stato in larga misura raggiunto con gli accordi di Minsk. Le sanzioni sono state prorogate perché gli accordi non sono ancora pienamente rispettati. Ma comunque si sono rivelate efficaci.
E' difficile calcolare quanto l'embargo europeo abbia influito nella recessione economica che ha colpito la Russia, e che sicuramente è provocata anche dal brusco crollo dei prezzi del petrolio. Ma è certo che i russi hanno accusato il colpo. Nel mondo globalizzato, di cui ormai anche Mosca fa parte a pieno titolo dopo che nel 2012 le abbiamo aperto le porte del Wto, l'impatto di sanzioni commerciali è inevitabilmente ripartito in modo sostanzialmente equivalente tra sanzionati e sanzionatori. Ma la Russia ha dovuto pagare un pesante sovrapprezzo in termini di isolamento internazionale. Questo sovrapprezzo è costituito dai mancati investimenti esteri e dalla fuga dei capitali che hanno penalizzato l'economica russa molto più della mancata vendita di qualche macchinario petrolifero o di qualche software militare. E' così che Putin è stato costretto, nonostante le dichiarazioni che grondano retorica nazionalista, a tenere aperto il dialogo con l'Europa e a frenare i suoi falchi in divisa.
Secondo i servizi segreti tedeschi, la guerra civile in Ucraina ha fatto finora cinquantamila vittime: dieci volte di più di quanto dicano le statistiche ufficiali. Senza le sanzioni, senza gli accordi di Misk che la pressione commerciale ha contribuito a determinare, il tributo di sangue sarebbe stato certamente molto, ma molto più alto. E' questo il metro su cui bisogna misurare il rapporto costi-benefici della decisione europea. Il costo è stato certamente più elevato del previsto. Ma senza le sanzioni il prezzo da pagare in termini di sangue versato e di sicurezza perduta sarebbe stato sicuramente ancora più alto.