ROMA - "Matteo Renzi ha ragione: se vogliamo rispondere alle cause profonde del terrorismo, se vogliamo dare una risposta a lungo termine dobbiamo impegnarci sul fronte della cultura, dello sviluppo economico e sociale. Ma senza azioni militari i terroristi avrebbero conquistato uno Stato; il Mali, e ricordiamoci che in Iraq il Daesh era a 40 chilometri da Bagdad quando è stato fermato con le bombe".
Elisabeth Guigou, socialista, presidente della Commissione Esteri dell'Assemblea nazionale francese e della Fondazione Anna-Lindh.
Presidente, alcuni leder di governi europei, soprattutto in Francia e Gran Bretagna, dicono che bisogna iniziare a colpire Daesh anche in Libia. E' possibile un'azione militare in Libia anche senza un accordo politico dei libici?
"Come dimostra la conferenza di Roma che si è appena chiusa, tutta la comunità internazionale sostiene la mediazione Onu di Martin Kobler. E noi auspichiamo fortemente che l'accordo possa essere firmato il 16 dicembre a Skhirat. In questo momento non credo possa esservi un'azione militare senza un governo legittimo che dica "abbiamo bisogno di un intervento. Bisogna essere pronti a combattere Daesh ma bisogna spingere per la formazione di questo governo legittimo, sostenuto dall'Onu e dalla comunità internazionale, come è stato fatto alla conferenza di Roma. L'Italia ha dimostrato di essere un paese chiave in questa direzione".
Qualcuno lamenta che c'è stata una reazione fredda dell'Italia alle richieste militari della Francia dopo gli attentati di Parigi.
"Il nostro ministro della Difesa ha chiesto all'inizio di dicembre per la prima volta nella storia della Ue l'applicazione dell'articolo 42.7. Siamo molto soddisfatti dell'unanimità del sostegno che ci è stato offerto dai partner Ue, fra cui l'Italia, molto dall'Italia. Abbiamo chiesto ad ogni paese di fare quel che reputano di poter fare, e d'altronde non abbiamo fatto delle richieste che non fossero - secondo la nostra valutazione - conformi alle tradizioni di ogni Stato, alle capacità, con l'idea che tutto può essere complementare. Maggiore aiuto militare arriva e meglio sarà, è un impegno importante per la Francia. Ma spetta ad ogni Stato dire cosa intende fare. Ho ben colto nei propositi del presidente Renzi che l'Italia è già impegnata in Afghanistan, in Libano, ma che non vi erano opposizioni di principio".
Tra l'altro c'è un forte dibattito, qui in Italia come in Europa, sull'efficacia dei bombardamenti per risolvere la questione di Daesh.
"Guardi che tutte le autorità francesi, che siano al governo o in Parlamento, considerano che le azioni militari sono necessarie, ma che non vi è mai una soluzione militare, la soluzione è sempre politica, alla fine. Le azioni militari sono necessarie per creare un rapporto di forze diverso, per favorire una soluzione politica. Questo è chiaro. L'obiettivo è la soluzione politica. Ma ricordo anche che senza operazioni militari avremmo in Mali uno stato completamente sotto il controllo dei terroristi, o in Iraq il Daesh sarebbe arrivato a Bagdad. Operazioni militari sono necessarie perché in Iraq sono servite a contenere il Daesh che era a 40 km da Baghdad. Con operazioni militari si è riusciti a cacciare Daesh da Sinjar, non è poca cosa. Adesso in Iraq c'è un processo politico, certo imperfetto, ma che dalla sostituzione di Al Maliki va verso un governo più inclusivo. In Siria tutto è molto più complicato, è il caos: ma poiché Daesh si è esteso in Siria, con un'espansione territoriale importante, è necessario combatterlo militarmente anche lì, mettendo anche in piedi un processo politico, e la riunione di Vienna del 14 novembre da questo punto di vista è incoraggiante".
Renzi insiste sulla necessità di studiare una risposta che non sia basata soprattutto sulle azioni militari. Cosa ne pensa?
"Credo che Renzi abbia ragione nel dire che non vi è soltanto l'azione militare. Se vogliamo rispondere alle cause a lungo termine del terrorismo sono importanti misure per lo sviluppo economico e sociale, per la lotta alla corruzione, il consolidamento dello Stato di diritto, la lotta alla radicalizzazione. Quindi non credo si debba parlare in termini di opposizione (fra Italia e Francia, ndr), non abbiamo alcun interesse a farlo. Penso che i paesi del Mediterraneo debbano riflettere insieme a ciò che potrebbe essere una strategia più globale e a medio e lungo termine. Si ha la necessità di attaccare le cause di tali fenomeni. Cause economiche, sociali, c'è una battaglia culturale e ideologica dentro l'Islam da portare avanti, che non si può fare al posto dei Musulmani ma che si può sostenere. E poi c'è la lotta contro la radicalizzazione e ciò è molto importante poiché il cosiddetto Stato islamico non solo vuole costruire un "Califfato" territoriale ma anche immateriale. Vi sono più di 10.000 siti che si rivolgono a stranieri, di cui un quarto di francofoni. Vi rendete conto della potenza ideologica dispiegata? Con dei metodi settari d'arruolamento. Bisogna essere molto attenti a questo, e coordinare delle azioni congiunte. Noi europei non possiamo farlo al posto dei Musulmani all'interno dell'Islam ma dobbiamo prendere delle misure nazionali, europee e agire maggiormente con la società civile. E, per esempio, la Fondazione Anna Lindh che presiedo da gennaio può essere molto utile. Con 4000 ONG, ha già sviluppato da dieci anni, programmi che raggiungono tanti giovani (fra i quali il programma "giovani voci arabe" che ha coinvolto 90.000 giovani e che svilupperemo). Renzi non ha torto di dire che è anche una battaglia culturale".
Elisabeth Guigou, socialista, presidente della Commissione Esteri dell'Assemblea nazionale francese e della Fondazione Anna-Lindh.
Presidente, alcuni leder di governi europei, soprattutto in Francia e Gran Bretagna, dicono che bisogna iniziare a colpire Daesh anche in Libia. E' possibile un'azione militare in Libia anche senza un accordo politico dei libici?
"Come dimostra la conferenza di Roma che si è appena chiusa, tutta la comunità internazionale sostiene la mediazione Onu di Martin Kobler. E noi auspichiamo fortemente che l'accordo possa essere firmato il 16 dicembre a Skhirat. In questo momento non credo possa esservi un'azione militare senza un governo legittimo che dica "abbiamo bisogno di un intervento. Bisogna essere pronti a combattere Daesh ma bisogna spingere per la formazione di questo governo legittimo, sostenuto dall'Onu e dalla comunità internazionale, come è stato fatto alla conferenza di Roma. L'Italia ha dimostrato di essere un paese chiave in questa direzione".
Qualcuno lamenta che c'è stata una reazione fredda dell'Italia alle richieste militari della Francia dopo gli attentati di Parigi.
"Il nostro ministro della Difesa ha chiesto all'inizio di dicembre per la prima volta nella storia della Ue l'applicazione dell'articolo 42.7. Siamo molto soddisfatti dell'unanimità del sostegno che ci è stato offerto dai partner Ue, fra cui l'Italia, molto dall'Italia. Abbiamo chiesto ad ogni paese di fare quel che reputano di poter fare, e d'altronde non abbiamo fatto delle richieste che non fossero - secondo la nostra valutazione - conformi alle tradizioni di ogni Stato, alle capacità, con l'idea che tutto può essere complementare. Maggiore aiuto militare arriva e meglio sarà, è un impegno importante per la Francia. Ma spetta ad ogni Stato dire cosa intende fare. Ho ben colto nei propositi del presidente Renzi che l'Italia è già impegnata in Afghanistan, in Libano, ma che non vi erano opposizioni di principio".
Tra l'altro c'è un forte dibattito, qui in Italia come in Europa, sull'efficacia dei bombardamenti per risolvere la questione di Daesh.
"Guardi che tutte le autorità francesi, che siano al governo o in Parlamento, considerano che le azioni militari sono necessarie, ma che non vi è mai una soluzione militare, la soluzione è sempre politica, alla fine. Le azioni militari sono necessarie per creare un rapporto di forze diverso, per favorire una soluzione politica. Questo è chiaro. L'obiettivo è la soluzione politica. Ma ricordo anche che senza operazioni militari avremmo in Mali uno stato completamente sotto il controllo dei terroristi, o in Iraq il Daesh sarebbe arrivato a Bagdad. Operazioni militari sono necessarie perché in Iraq sono servite a contenere il Daesh che era a 40 km da Baghdad. Con operazioni militari si è riusciti a cacciare Daesh da Sinjar, non è poca cosa. Adesso in Iraq c'è un processo politico, certo imperfetto, ma che dalla sostituzione di Al Maliki va verso un governo più inclusivo. In Siria tutto è molto più complicato, è il caos: ma poiché Daesh si è esteso in Siria, con un'espansione territoriale importante, è necessario combatterlo militarmente anche lì, mettendo anche in piedi un processo politico, e la riunione di Vienna del 14 novembre da questo punto di vista è incoraggiante".
Renzi insiste sulla necessità di studiare una risposta che non sia basata soprattutto sulle azioni militari. Cosa ne pensa?
"Credo che Renzi abbia ragione nel dire che non vi è soltanto l'azione militare. Se vogliamo rispondere alle cause a lungo termine del terrorismo sono importanti misure per lo sviluppo economico e sociale, per la lotta alla corruzione, il consolidamento dello Stato di diritto, la lotta alla radicalizzazione. Quindi non credo si debba parlare in termini di opposizione (fra Italia e Francia, ndr), non abbiamo alcun interesse a farlo. Penso che i paesi del Mediterraneo debbano riflettere insieme a ciò che potrebbe essere una strategia più globale e a medio e lungo termine. Si ha la necessità di attaccare le cause di tali fenomeni. Cause economiche, sociali, c'è una battaglia culturale e ideologica dentro l'Islam da portare avanti, che non si può fare al posto dei Musulmani ma che si può sostenere. E poi c'è la lotta contro la radicalizzazione e ciò è molto importante poiché il cosiddetto Stato islamico non solo vuole costruire un "Califfato" territoriale ma anche immateriale. Vi sono più di 10.000 siti che si rivolgono a stranieri, di cui un quarto di francofoni. Vi rendete conto della potenza ideologica dispiegata? Con dei metodi settari d'arruolamento. Bisogna essere molto attenti a questo, e coordinare delle azioni congiunte. Noi europei non possiamo farlo al posto dei Musulmani all'interno dell'Islam ma dobbiamo prendere delle misure nazionali, europee e agire maggiormente con la società civile. E, per esempio, la Fondazione Anna Lindh che presiedo da gennaio può essere molto utile. Con 4000 ONG, ha già sviluppato da dieci anni, programmi che raggiungono tanti giovani (fra i quali il programma "giovani voci arabe" che ha coinvolto 90.000 giovani e che svilupperemo). Renzi non ha torto di dire che è anche una battaglia culturale".