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L'ultimo paradosso cinese: Xi apre a internet, ma il partito lo censura

(afp)
Il presidente: "Dovrebbe esserci più tolleranza verso gli utenti". Ma i media e il partito si affrettano a rimuovere i commenti degli utenti entusiasti
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PECHINO - Il web cinese censura le aperture del presidente Xi Jinping verso un "internet più libero". È l'ultimo paradosso di Pechino: il potere del partito-Stato che oscura anche se stesso. L'appello del "nuovo Mao" ad una maggiore tolleranza alle critiche online era arrivato a sorpresa martedì ad un forum sulla sicurezza informatica. "Dovrebbe esserci più pazienza e più tolleranza per gli utenti di internet - aveva detto Xi - e se le intenzioni sono buone i funzionari devono accogliere le critiche e valutarle con attenzione. Lo Stato e il partito dovrebbero studiare con cura i rilievi che arrivano dal web, anche se sono formulati con toni aspri".

Si è trattato di un appello senza precedenti, in una Cina dove la Rete rimane politicamente censurata, in cui i social network stranieri restano inaccessibili e dove la minima critica verso le autorità costa l'arresto per "sovversione".

L'apertura del leader cinese è stata inattesa e sorprendente al punto che gli stessi media controllati dal governo, presi alla sprovvista e temendo di fornire interpretazioni non in linea con le direttive delle autorità, si sono limitati a riportarla in modo essenziale e senza commenti. I chiarimenti non sono però tardati ad arrivare, confermando il paradosso tutto cinese di un autoritarismo spaventato anche da se stesso.

I media di Stato, a poche ore dal "grande balzo in avanti" di Xi Jinping, si sono affrettati a bloccare tutti i commenti che gli internauti cercavano di postare come reazione ai punti salienti del discorso presidenziale.

L'agenzia ufficiale Xinhua ha chiuso la sezione commenti facendo apparire il messaggio "questo post è bloccato per i messaggi". La censura è calata anche sui social della tivù di Stato Cctv e sui service Sina news e China News. Una situazione surreale: il primo post informativo all'appello alla tolleranza web di Xi Jinping è stato condiviso da decine di migliaia di cinesi, ma i commenti sono rimasti sedici, presto oscurati.

Uno di questi, prima di sparire, esultava incredulo e si diceva d'accordo sul fatto che "è una buona cosa ascoltare l'opinione pubblica attraverso internet". Al suo posto ne è presto apparso un altro, non rimosso: "La cosa più importante - recita - è salvaguardare la sicurezza informatica del Paese e un ambiente limpido per il popolo. I commenti distorti, diffamatori e impropri devono essere eliminati".  

Chi nelle ultime ore ha tentato di riprendere la discussione online sull'appello di Xi ad ascoltare le critiche della Rete, ha subìto l'immediata cancellazione dei messaggi e la censura su qualsiasi piattaforma di microblogging. Silenzio assoluto anche su stampa e tivù, che normalmente riservano per giorni ampio spazio alle dichiarazioni presidenziali.

In Cina e all'estero si impone così la sensazione che l'apparato comunista abbia deciso di frenare la fuga in avanti di Xi Jinping, temendo di essere travolto da incontenibili contestazioni online, difficili poi da reprimere. Mai come oggi il web cinese è nella morsa della censura di Stato, che considera internet come la fonte più pericolosa di una possibile "destabilizzazione politica orchestrata da forze straniere ostili".

In febbraio l'account del miliardario Ren Zhiqiang è stato bloccato dopo che il magnate aveva osato esprimere perplessità sul richiamo di Xi Jinping affinché i media siano "più fedeli al partito". Nelle ultime settimane la Rete cinese ha oscurato le rivelazioni dei Panama Papers sui tesori dei famigliari del presidente e di altri leader rossi, nascosti nei paradisi fiscali.

Proprio ieri il South China Morning Post di Hong Kong, quotidiano da poco acquistato dal miliardario cinese Jack Ma, ha pubblicato la prima intervista al fondatore del colosso dell'e-commerce Alibaba, fedelissimo di Xi Jinping e neo-editore. Mentre sul giornale Ma garantiva ai propri lettori "indipendenza e libertà d'espressione", il vicedirettore che aveva approvato la pubblicazione dei Panama Papers sugli scandali della nomenclatura di Pechino, riceveva la lettera di licenziamento.

I cinesi e i governi stranieri così ora si interrogano su chi vincerà il braccio di ferro sulla 'libertà di web' nel mercato internet più ricco del mondo. Per ora i vertici hanno provato ad aprire una porta, ma l'apparato si è affrettato a richiuderla.