ROMA - Dopo che al vertice a cinque di Hannover è stata certificata l'unanime volontà di Usa, Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia a sostenere il nuovo governo libico, giungono le prime precisazioni e anche le prime smentite a quanto in realtà si stia muovendo per venire incontro alla richiesta di aiuto del premier Fayez Serraj. La Francia, che a inizio aprile aveva escluso attraverso il ministro degli Esteri Jean-Marc Ayrault l'invio di truppe o raid aerei sulle fazioni dello Stato Islamico, oggi si dice "pronta" a garantirne la "sicurezza marittima". "Dobbiamo attendere che il premier Serraj ci dica quali misure di sicurezza intenda adottare e quali sollecitazioni conta di fare alla comunità internazionale per assicurare la sicurezza marittima della Libia. Noi siamo pronti", ha dichiarato a radio Europe 1 il ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian.
In Italia, tanto Palazzo Chigi quanto lo Stato Maggiore della Difesa hanno dovuto sottolineare l'infondatezza della notizia secondo cui Roma avrebbe offerto alla Libia l'invio di 900 soldati con funzioni di protezione di siti sensibili, come i pozzi petroliferi, e con funzioni di addestramento dell'esercito locale, come sostenuto da alcuni organi di informazione. Fonti della Difesa, invece, confermano a Repubblica l'esistenza di un piano già predisposto per una spedizione da 250 uomini, tra Esercito e Carabinieri, a protezione delle sedi diplomatiche e delle organizzazioni internazionali. Tra l'altro, oggi è a Tripoli una delegazione di ambasciatori europei per incontrare Serraj e i rappresentanti del Consiglio di presidenza del governo libico. Ne fanno parte, tra gli altri, l'inviato del governo italiano Giorgio Starace, il capo della delegazione dell'Unione europea in Libia Nataliya Apostolova e l'ambasciatore tedesco Christian Mukh.
In un'intervista a Rid, la rivista della Difesa, anche la ministra Roberta Pinotti spiega come la rinascita in Libia debba avere per protagonisti "i libici stessi. Spetta solo a loro chiedere alla comunità internazionale ciò di cui hanno bisogno. Il primo passo riguarderà verosimilmente la ricostruzione dello Stato, a cominciare dal comparto sicurezza e dunque un compito fondamentale per ogni eventuale missione internazionale sarà quello dell'addestramento della Forze armate e delle forze di Polizia: attività che l'Italia stava già facendo prima del 2014, quando è scoppiata la guerra civile".
Che il pronto invio di 900 militari sia un falso, spiega il comunicato del governo, "si poteva facilmente evincere dal punto stampa del presidente del Consiglio Matteo Renzi al termine del vertice di Hannover". Quando il premer italiano aveva sottolineato che "tutte le iniziative" della comunità internazionale "dovranno essere richieste dal governo" libico e che "i pozzi petroliferi" per i quali è stata chiesta protezione "non sono i pozzi dell'Eni ma altre strutture". Anche la nota diffusa dalla Casa Bianca dopo il vertice di Hannover rimarca il passaggio: l'aiuto può essere fornito solo su richiesta delle autorità libiche, per rispondere alla minaccia dello Stato Islamico e all'impatto "destabilizzante delle reti di contrabbando criminali" con la crescita dell'economia libica la costruzione di "capacità nel settore della sicurezza". Ma, questa volta è la nota di Palazzo Chigi a parlare, "nessuna offerta a fronte di nessuna richiesta".
Tornando alla sicurezza al largo delle coste libiche, su cui i francesi sono pronti a intervenire, è il capitolo della questione Libia su cui l'intera Ue è più sensibile, per la condivisa preoccupazione di una primavera di massicci sbarchi in Italia, primo approdo verso gli altri Paesi dell'Unione. Il mandato dell'operazione EuNavForMed "Sophia", architettata in sede Ue nel maggio del 2015 e varata un mese dopo contro i trafficanti di esseri umani, per il momento limita le attività alle acque internazionali mancando l'autorizzazione libica a intervenire nelle sue acque territoriali. O di un mandato su risoluzione Onu, "necessario" come per "ogni azione sul terreno, ma non siamo ancora a questo stadio" dichiara alla Rai il vicesegretario generale dell'Onu, lo svedese Jan Eliasson, dopo un incontro con l'Alto rappresentante della politica estera Ue, Federica Mogherini. Situazione che, inevitabilmente, favorisce l'attività costiera delle organizzazioni criminali e le spedizioni dei barconi in alto mare.
Anche la Nato dovrebbe lanciare nel giro di qualche mese i primi pattugliamenti marittimi sotto la sua egida al largo della Libia. Secondo la ministra della Difesa Pinotti, il via libera dovrebbe arrivare con il vertice dell'Alleanza Atlantica del 7 luglio a Varsavia. Le operazioni Nato sarebbero inquadrate in un piano più ampio e organico che mira a sbarrare la rotta occidentale del Mediterraneo e a rispedire nei Paesi di origine i migranti mossi da motivazioni economiche.
Nel frattempo continua la missione diplomatica dell'inviato dell'Onu per la Libia, Martin Kobler, per arrivare a una completa adesione alla "riconciliazione nazionale" attorno al governo Serraj, nato grazie al decisivo sostegno delle Nazioni Unite. Kobler ha dato dieci giorni al parlamento di Tobruk per votare la fiducia a Serraj e, secondo il sito "al Wasat", ha ribadito il suo sostegno al documento diramato giovedì scorso da 102 deputati che lo sostengono. Il presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, è stato recentemente colpito da sanzioni da parte dell'Unione europea per aver ostacolato la formazione del governo libico. L'inviato Onu non ha escluso altre sanzioni contro personalità libiche e istituzioni ostruzioniste.
Tra quelle "personalità" vi è di certo il generale Khalifa Haftar, che dopo aver combattuto con la sua milizia gli islamisti a Bengasi ora, di fatto, tiene in ostaggio l'assemblea parlamentare di Tobruk impedendole di votare la fiducia al governo Serraj. Nei giorni scorsi il generale ha ricevuto armi e veicoli dagli Emirati Arabi Uniti, che assieme ad Egitto e Francia sono suoi grandi alleati, in violazione dell'embargo Onu. A questo punto Haftar, con nuove armi e nuovi finanziamenti, sarebbe in grado di avanzare verso i pozzi della "mezzaluna petrolifera", una zona che le sue forze non hanno mai controllato.
In queste ore un'altra vicenda rafforza l'idea che Haftar vada verso una prova di forza contro Tripoli. In violazione del divieto Onu alle esportazioni di petrolio "parallele" a quelle della National Oil Company, il governo di Tobruk è riuscito imbarcare 650mila barili di greggio sulla petroliera "Distya Ameya", salpata lunedì dal porto di Hariga e diretta a Malta, dove il carico sarebbe preso in consegna dalla società degli Emirati DSA Consultancy. Una volta giunta in acque maltesi, la nave è stata bloccata dalla marina e ha gettato l'ancora a 12 miglia dalla costa perché le autorità portuali ne hanno proibito l'attracco. Un portavoce del ministero per gli Affari Esteri de La Valletta ha spiegato che il governo maltese è in contatto con Tripoli e altri governi europei sulla vicenda.
In Italia, tanto Palazzo Chigi quanto lo Stato Maggiore della Difesa hanno dovuto sottolineare l'infondatezza della notizia secondo cui Roma avrebbe offerto alla Libia l'invio di 900 soldati con funzioni di protezione di siti sensibili, come i pozzi petroliferi, e con funzioni di addestramento dell'esercito locale, come sostenuto da alcuni organi di informazione. Fonti della Difesa, invece, confermano a Repubblica l'esistenza di un piano già predisposto per una spedizione da 250 uomini, tra Esercito e Carabinieri, a protezione delle sedi diplomatiche e delle organizzazioni internazionali. Tra l'altro, oggi è a Tripoli una delegazione di ambasciatori europei per incontrare Serraj e i rappresentanti del Consiglio di presidenza del governo libico. Ne fanno parte, tra gli altri, l'inviato del governo italiano Giorgio Starace, il capo della delegazione dell'Unione europea in Libia Nataliya Apostolova e l'ambasciatore tedesco Christian Mukh.
In un'intervista a Rid, la rivista della Difesa, anche la ministra Roberta Pinotti spiega come la rinascita in Libia debba avere per protagonisti "i libici stessi. Spetta solo a loro chiedere alla comunità internazionale ciò di cui hanno bisogno. Il primo passo riguarderà verosimilmente la ricostruzione dello Stato, a cominciare dal comparto sicurezza e dunque un compito fondamentale per ogni eventuale missione internazionale sarà quello dell'addestramento della Forze armate e delle forze di Polizia: attività che l'Italia stava già facendo prima del 2014, quando è scoppiata la guerra civile".
Che il pronto invio di 900 militari sia un falso, spiega il comunicato del governo, "si poteva facilmente evincere dal punto stampa del presidente del Consiglio Matteo Renzi al termine del vertice di Hannover". Quando il premer italiano aveva sottolineato che "tutte le iniziative" della comunità internazionale "dovranno essere richieste dal governo" libico e che "i pozzi petroliferi" per i quali è stata chiesta protezione "non sono i pozzi dell'Eni ma altre strutture". Anche la nota diffusa dalla Casa Bianca dopo il vertice di Hannover rimarca il passaggio: l'aiuto può essere fornito solo su richiesta delle autorità libiche, per rispondere alla minaccia dello Stato Islamico e all'impatto "destabilizzante delle reti di contrabbando criminali" con la crescita dell'economia libica la costruzione di "capacità nel settore della sicurezza". Ma, questa volta è la nota di Palazzo Chigi a parlare, "nessuna offerta a fronte di nessuna richiesta".
Tornando alla sicurezza al largo delle coste libiche, su cui i francesi sono pronti a intervenire, è il capitolo della questione Libia su cui l'intera Ue è più sensibile, per la condivisa preoccupazione di una primavera di massicci sbarchi in Italia, primo approdo verso gli altri Paesi dell'Unione. Il mandato dell'operazione EuNavForMed "Sophia", architettata in sede Ue nel maggio del 2015 e varata un mese dopo contro i trafficanti di esseri umani, per il momento limita le attività alle acque internazionali mancando l'autorizzazione libica a intervenire nelle sue acque territoriali. O di un mandato su risoluzione Onu, "necessario" come per "ogni azione sul terreno, ma non siamo ancora a questo stadio" dichiara alla Rai il vicesegretario generale dell'Onu, lo svedese Jan Eliasson, dopo un incontro con l'Alto rappresentante della politica estera Ue, Federica Mogherini. Situazione che, inevitabilmente, favorisce l'attività costiera delle organizzazioni criminali e le spedizioni dei barconi in alto mare.
Anche la Nato dovrebbe lanciare nel giro di qualche mese i primi pattugliamenti marittimi sotto la sua egida al largo della Libia. Secondo la ministra della Difesa Pinotti, il via libera dovrebbe arrivare con il vertice dell'Alleanza Atlantica del 7 luglio a Varsavia. Le operazioni Nato sarebbero inquadrate in un piano più ampio e organico che mira a sbarrare la rotta occidentale del Mediterraneo e a rispedire nei Paesi di origine i migranti mossi da motivazioni economiche.
Nel frattempo continua la missione diplomatica dell'inviato dell'Onu per la Libia, Martin Kobler, per arrivare a una completa adesione alla "riconciliazione nazionale" attorno al governo Serraj, nato grazie al decisivo sostegno delle Nazioni Unite. Kobler ha dato dieci giorni al parlamento di Tobruk per votare la fiducia a Serraj e, secondo il sito "al Wasat", ha ribadito il suo sostegno al documento diramato giovedì scorso da 102 deputati che lo sostengono. Il presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, è stato recentemente colpito da sanzioni da parte dell'Unione europea per aver ostacolato la formazione del governo libico. L'inviato Onu non ha escluso altre sanzioni contro personalità libiche e istituzioni ostruzioniste.
Tra quelle "personalità" vi è di certo il generale Khalifa Haftar, che dopo aver combattuto con la sua milizia gli islamisti a Bengasi ora, di fatto, tiene in ostaggio l'assemblea parlamentare di Tobruk impedendole di votare la fiducia al governo Serraj. Nei giorni scorsi il generale ha ricevuto armi e veicoli dagli Emirati Arabi Uniti, che assieme ad Egitto e Francia sono suoi grandi alleati, in violazione dell'embargo Onu. A questo punto Haftar, con nuove armi e nuovi finanziamenti, sarebbe in grado di avanzare verso i pozzi della "mezzaluna petrolifera", una zona che le sue forze non hanno mai controllato.
In queste ore un'altra vicenda rafforza l'idea che Haftar vada verso una prova di forza contro Tripoli. In violazione del divieto Onu alle esportazioni di petrolio "parallele" a quelle della National Oil Company, il governo di Tobruk è riuscito imbarcare 650mila barili di greggio sulla petroliera "Distya Ameya", salpata lunedì dal porto di Hariga e diretta a Malta, dove il carico sarebbe preso in consegna dalla società degli Emirati DSA Consultancy. Una volta giunta in acque maltesi, la nave è stata bloccata dalla marina e ha gettato l'ancora a 12 miglia dalla costa perché le autorità portuali ne hanno proibito l'attracco. Un portavoce del ministero per gli Affari Esteri de La Valletta ha spiegato che il governo maltese è in contatto con Tripoli e altri governi europei sulla vicenda.