Esteri

Ucciso in Pakistan cantante Sufi, per i Talebani era un "blasfemo"

E' morto a Amjad Sabri, raggiunto da numerosi proiettili in una strada di Karachi. La sua arte osteggiata dagli islamici radicali

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Amjad Sabri era una voce celebre e unica in Pakistan, figlio d’arte e maestro del Qawwali, uno degli stili musicali derivati dalla antica e tollerante scuola islamica del sufismo. La sua uccisione è avvenuta mercoledì in un trafficato quartiere di Karachi, colpito da numerosi proiettili sparati contro la sua auto da due uomini in moto mentre si recava a registrare un programma tv.

Pakistan, talebani uccidono cantante sufi: la musica di Amjad Sabri


Un “atto di terrore” secondo gli investigatori che ha provocato un’onda di choc in tutto il Paese e all’estero, dove era ben conosciuto per la sua voce possente e il messaggio di pace dei suoi testi. La conferma della rivendicazione da parte dei Talebani del Pakistan è giunta dallo stesso portavoce del gruppo, che lo accusa senza specificare altro di ritenerlo un “blasfemo”. Non sono chiare ancora le ragioni dell’accusa, ma il sufismo praticato dalla vittima è solo uno dei tanti nemici dei fondamentalisti sunniti, sempre più agguerriti e determinati a creare un clima di terrore in tutto il Paese contro sètte “eretiche” e influenze occidentali. Recentemente Amjad aveva partecipato a una cena di beneficienza in America per aiutare vittime e familiari della strage di Lahore del 29 marzo scorso, quando 75 persone saltarono in aria per un attacco suicida talebano durante una festa religiosa dentro un grande parco pubblico. Nel suo passato di poeta e cantore dell’amore universale professato dal sufismo, c’è anche un altro episodio che meno di due anni fa lo porto’ all’attenzione dei fondamentalisti. Amjad si limito’ a citare in diretta tv alcune non meglio preecisate “figure religiose” – la stampa locale timorosa di ripercussioni non ne ripete i nomi – durante un suo spettacolo mattutino di qawwali. Un gruppo islamico lo denuncio’ e fu avviato un fascicolo ancora pendente ai suoi danni per offesa all’Islam.

Ma in più di un’occasione il cantante, definito un Ambasciatore viaggiante del Pakistan, ha subito minacce come molti altri suoi colleghi, specialmente gli artisti pashtun protagonisti delle feste di matrimonio nelle province del Nord Ovest, spesso costretti ad abbandonare Peshawar e i loro villaggi per il clima di terrore contro ogni espressione d’arte, le esecuzioni o persecuzioni di musicisti avvenute del passato. Anche a Karachi il clima era diventato sempre più pesante. Secondo i familiari (lascia tre maschi e due femmine alle cure dei fratelli, a loro volta musicisti) Amjad aveva chiesto tempo fa una scorta, ma le autorità della sicurezza negano di aver mai ricevuto la sua lettera.

In Pakistan Amjad Sabri acquista in giovane età una fama riflessa come figlio di Ghulam Farid Sabri e nipote di Maqbool Ahmed Sabri, i due membri originari del leggendario gruppo qawwali Sufi “Fratelli Sabri”. Ma presto la voce possente e la sua ispirazione capace di muovere alle lagrime il pubblico, lo imposero come una star di questa tradizione creata attorno al 1300 da un santo Sufi capace di fondere armonie persiane, arabe, turche e indiane.

Il fine mistico della musica Sufi sotto ogni forma è il raggiungimento dell’estasi, uno stadio che permette l’unità con il divino attraverso il veicolo del suono devozionale. Sia i maestri di questa via spirituale (seguita secondo molti studiosi dallo stesso Maometto) che i loro discepoli, sono molto popolari in Pakistan dove masse di pellegrini visitano ogni giorno i luoghi dei loro più celebri santi. Queste figure, osteggiate dagli islamici radicali perché spingono a commettere il peccato mortale dell’”idolatria”, furono pero’ decisive per il propagarsi dell’Islam in Oriente. Giunsero con il volto gentile della loro arte e si associarono in India a poeti e musicisti di fede tollerante come i Baul, prima della radicalizzazione successiva all’arrivo di Imam sunniti educati nelle madrassa ortodosse.

Un celebre Sufi disse che “l'artista, lo scrittore o il musicista che mette il cuore e l'anima in ciò che compone e lo dedica al Grande Creatore, sta offrendo preghiere altrettanto sincere di qualsiasi [religioso] che si inginocchia cinque volte al giorno”. Un messaggio eccessivo per i talebani e gli altri gruppi fondamentalisti inorriditi alla sola idea che un essere umano possa guardare nell’estasi o nel sogno il volto di Dio – come diceva nei suoi versi Ajmad - un’offesa mortale per una cultura che rifiuta ogni raffigurazione divina, figurarsi una persona considerata santa.

Lo stile del cantante ucciso è innovativo rispetto al qawwali tradizionale diffuso dalle dinastie moghul che conquistarono l’India, ma ne mantiene l’essenza. Il suo sogno era quello di diffonderlo nelle scuole del Pakistan, e si era offerto di andare personalmente a insegnare non solo la tecnica ma anche la filosofia di pace e armonia universale del sufismo. Sapeva bene gli ostacoli cui andava incontro nel clima teso di una società vittima del terrore di pochi gruppi armati decisi a imporre un modello di Islam opposto al suo. “L'amore è gratuito – dice una delle opere Sufi più volte cantate dall’artista ucciso - l'amore non è né indù né musulmano. Solo il proprio dovere e la propria fede sono amore”.

Tra i numerosi messaggi in sua memoria postati sui web in tutto il mondo c’è quello di un altro popolare cantante sufi, Arieb Azhar. "Il nostro caro Amjad Sabri è stato un vero amante di Dio, della vita e di tutto ciò che è buono – ha detto - la sua missione di amore è tragicamente stata accorciata da coloro che diffondono odio nel mondo".