Immigrato suicida. E dopo l'annuncio da parte del governo di una accelerazione delle espulsioni di migranti irregolari, un cittadino messicano di 44 anni si è suicidato gettandosi da un ponte a Tijuana, nel nord-ovest del Messico: lo hanno riferito le autorità locali ieri sera. L'uomo, che era stato espulso dagli Stati Uniti verso le ore 8.20 locali, "si è lanciato da un ponte" situato a pochi metri dalla frontiera, ha spiegato il responsabile locale della sicurezza pubblica. Guadalupe Olivas Valencia, questo il nome dell'immigrato, era nato a Sinaloa, lo stato nel nord-ovest del Messico, dilaniato dalle violenze legate al narcotraffico. Testimoni oculari hanno raccontato che "pareva molto angosciato dal fatto di essere stato espulso e di ritrovarsi in una città dove non conosceva nessuno".
I nuovi decreti. Il ministro della Sicurezza Interna, John Kelly, ha emanato due nuovi decreti per dare un drastico taglio al numero dei migranti illegali, ponendo a rischio di espulsione quasi la metà degli 11 milioni di stranieri privi di documenti che si stima vivano negli Usa. Le nuove regole prevedono esplicitamente che le pattuglie di frontiera e gli agenti dell'immigrazione espellano il più rapidamente possibile qualsiasi clandestino venga trovato, salvo i bambini.
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Le espulsioni. Sicurezza alle frontiere come priorità, aveva promesso Trump in campagna elettorale: così - dopo i 'raid' dei giorni scorsi con l'arresto di centinaia di clandestini che avevano commesso reati - da una parte il memo (e poi la Casa Bianca per voce del suo portavoce Sean Spicer) rassicura che l'obiettivo non sono le espulsioni di massa ma dall'altra espande le categorie per gli immigrati illegali soggetti al provvedimento (con Obama lo era soltanto chi era accusato di reati gravi o costituisse una minaccia per la sicurezza nazionale), modificando anche i tempi delle espulsioni, d'ora in poi possibili anche a 'posteriori', ovvero anche per chi abbia vissuto negli Usa fino a due anni e ovunque nel Paese. La precedente amministrazione tendeva invece a dedicare maggiori risorse ai casi a ridosso della frontiera (fino a 100 miglia negli Usa) e per chi si fosse fermato nel Paese non oltre i 14 giorni.
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"Via tutti gli illegali". "L'aumento dell'immigrazione illegale alla frontiera sud" ha creato "una significativa vulnerabilità nella sicurezza nazionale Usa", afferma il testo, firmato dal segretario alla Sicurezza interna, John Kelly. Non solo, spiega il documento, saranno perseguiti gli immigrati senza documenti con reati violenti a carico, ma anche chi abbia "abusato" dei sussidi pubblici, commesso reati minori, e che "a giudizio dell'agente dell'immigrazione possa rappresentare un rischio per la sicurezza pubblica e nazionale". Sean Spicer, portavoce della Casa Bianca, ha detto che "tutti coloro che sono illegalmente negli Usa potranno essere espulsi in qualsiasi momento".
A parte chi abbia commesso crimini, che sono la priorità, chiunque non abbia un permesso potrà essere incarcerato o rispedito immediatamente in Messico, in attesa di un'udienza in tribunale. "Con eccezioni estremamente ridotte, il ministero non escluderà classi o categorie di persone da rimandare in patria" perché "tutti coloro che hanno violato la legge sull'immigrazione sono soggetti alle procedure di legge, fino all'espulsione dagli Usa" ha specificato il ministero.
I dreamers. Delle indicazioni in vigore durante l'era Obama resta solo una cosa: l'amministrazione Trump lascerà le tutele esistenti per i cosiddetti 'dreamers', ossia gli immigranti che entrano illegalmente nel Paese come bambini. Lo hanno precisato i dirigenti della Homeland Security. Il programma, noto come Deferred Action for Childhood Arrivals, prevede per loro permessi di lavoro e l'immunità dalla espulsione.
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Trump in campagna elettorale aveva promesso che sarebbe stato il Messico a pagare il muro, ma nelle ultime settimane ha fatto passi indietro affermando che saranno gli Usa ad assumersi i costi, facendoli poi rimborsare in seguito. Affermazioni che il Messico ha respinto in toto. Secondo recenti stime, il costo del muro si aggira intorno ai 21.600 milioni di dollari.
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Ripercussioni sulla sanità. Nel frattempo a temere un duro contraccolpo in seguito al Muslim ban, ora in via di revisione, sono gli ospedali e il sistema della salute pubblica americana, a rischio per la presenza di 15mila medici nati nei sette Paesi banditi, considerato che un medico su quattro negli Usa è di origine straniera in generale.
La preoccupazione sale anche in vista della scadenza per la scelta di medici già laureati e specializzati all'estero, in attesa di lavorare nelle università e nelle cliniche Usa. "I laureati stranieri in medicina sono un elemento cruciale del sistema sanitario americano - ha detto Andrew Gurman, presidente della American Medical Association - in alcuni posti il medico straniero è 'l'intero sistema sanitario' a cui la comunità fa riferimento. La gente dovrebbe essere molto preoccupata a questo punto".
Ogni medico negli Usa assiste in media tra gli 800 e i 1.500 pazienti l'anno. Con 15mila medici in meno l'impatto riguarderebbe decine di milioni di persone.
Ancora proteste. La piazza intanto continua a ribollire, con le proteste che non si fermano: dal 'Not My President Day' che ha visto la mobilitazione anti-Trump prendere nuovamente forma da un capo all'altro del paese a manifestazioni più circoscritte, sporadiche ma costanti. Negli incontri cosiddetti di 'town hall', raduni locali dove partecipano rappresentanti repubblicani, emergono ad esempio in maniera sempre più regolare episodi di contestazioni, non si sa quanto spontanei o organizzati.
"Refugees welcome", lo striscione sulla Statua della Libertà
Nel pomeriggio di martedì 21 febbraio, giorno in cui il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale americano ha annunciato una nuova stretta sulle politiche di immigrazione, uno striscione enorme con la scritta "Refugees Welcome" è stato srotolato da alcuni attivisti sulla balconata inferiore della Statua della Libertà, il monumento simbolo di New York, degli Stati Uniti e dell'immigrazione che ha fatto la storia del Paese. Il portavoce del National Park Service (l'ente che si occupa della gestione dei parchi e dei monumenti nazionali) Jerry Willis ha detto che lo striscione è stato rimosso dopo circa un'ora.
Il WP cambia la testata: "La democrazia muore nel buio"
"La democrazia muore nel buio". Non l'ha mandata a dire all'Amministrazione Trump il Washington Post, che poche ore fa ha cambiato la testata su Internet, rivoluzionando uno dei siti di notizie più seguiti del mondo. Sin dalla campagna elettorale il quotidiano di Washington, diretto da quel Martin Maron che guidò il Boston Globe nell'inchiesta contro la pedofilia nella Chiesa cattolica e di proprietà di Jeff Bezos di Amazon, è stato uno dei critici più duri del presidente: dalle sue colonne escono le rivelazioni che hanno costretto Michael Flynn a dimettersi da National security adviser per i legami con la Russia, e un'inchiesta che rivela come nei primi 32 giorni di governo Trump abbia mentito 133 volte. Un approccio che fa bene al quotidiano: i lettori aumentano e il Wp è tornato ad assumere giornalisti e sviluppatori per Internet dopo anni di crisi.
Il sondaggio. Ma nonostante le sconfessioni dei media e le proteste popolari, la stretta sugli immigrati irregolari decisa dall'amministrazione Trump piace alla maggior parte degli statunitensi, almeno secondo quanto emerge da un sondaggio realizzato da Harvard-Harris e pubblicato dal sito The Hill. Minore è invece il consenso per quanto riguarda la costruzione del muro sul confine con il Messico. In particolare, su quest'ultimo punto il 53 per cento degli intervistati si dice contrario. Stessa percentuale che invece appoggia il 'travel ban'
Il 52 per cento si dice contrario alle cosiddette 'città santuariò che offrono protezione agli immigrati irregolari, il 75 per cento chiede maggiori controlli sui confini e sostiene l'idea di rafforzare i border patrol, la polizia di confine anti-immigrazione. L'80 per cento sostiene che le autorità locali dovrebbero collaborare con gli agenti federali indicando la presenza di migranti irregolari con i quali entrano in contatto. Un totale del 77 per cento si dice favorevole a una riforma complessiva delle politiche di immigrazione. Il sondaggio, condotto online tra l'11 e il 13 febbraio, ha registrato le opinioni di 2.148 persone.