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Giudici e ammiragli, spioni e blogger : prima di Comey tutti i pezzi persi dall'amministrazione Trump

Cacciati o invitati a dimettersi senza clamore: il caso del capo dell'Fbi rimosso è solo l'ultimo di una lunga serie di licenziamenti e riposizionamenti all'interno della Casa Bianca
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"Fired", "licenziato". Trump fa fuori anche James Comey, il capo dell'Fbi, che stava indagando sui rapporti tra lo staff del presidente e la Russia, ma lo spoil system applicato dal presidente - o comunque la sua rapidità nel far fuori chi nell'amministrazione non si adegua o si riposiziona o semplicemente non abbassa il capo - da subito, ancor prima della sua elezione, si era dimostrata efficace e chirurgica. Ecco alcuni dei casi più noti.

Si comincia il 20 giugno dello scorso anno, Trump ancora in campagna elettorale e i sondaggi che lo davano parecchio indietro alla Clinton. Da un giorno all'altro abbatte Corey Lewandowski, imprenditore e lobbista, sanguigno manager della sua campagna elettorale: un video lo aveva inchiodato mentre aggrediva fisicamente una giornalista. Il suo rivale nello staff del candidato, Paul Manafort, finalmente la spunta e finisce così anche la faida interna che per diverso tempo ha dilaniato la macchina…
"Fired", "licenziato". Trump fa fuori anche James Comey, il capo dell'Fbi, che stava indagando sui rapporti tra lo staff del presidente e la Russia, ma lo spoil system applicato dal presidente - o comunque la sua rapidità nel far fuori chi nell'amministrazione non si adegua o si riposiziona o semplicemente non abbassa il capo - da subito, ancor prima della sua elezione, si era dimostrata efficace e chirurgica. Ecco alcuni dei casi più noti.

Si comincia il 20 giugno dello scorso anno, Trump ancora in campagna elettorale e i sondaggi che lo davano parecchio indietro alla Clinton. Da un giorno all'altro abbatte Corey Lewandowski, imprenditore e lobbista, sanguigno manager della sua campagna elettorale: un video lo aveva inchiodato mentre aggrediva fisicamente una giornalista. Il suo rivale nello staff del candidato, Paul Manafort, finalmente la spunta e finisce così anche la faida interna che per diverso tempo ha dilaniato la macchina da guerra di Trump.

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E' il 31 gennaio, Trump insediato da un paio di settimane, e scoppia il primo clamoroso caso, la ministra della Giustizia Sally Yates in carica che viene rimossa perchè in netto disaccordo col presidente sulla linea dura del bando anti-immigrazione. E' uno scontro durissimo con la ministra che ha ordinato ai legali del suo dipartimento di non difendere il decreto presidenziale in tribunale. "Ha tradito il dipartimento di Giustizia rifiutando di attuare un ordine messo a punto per difendere i cittadini americani", ha affermato la Casa Bianca e l'ha fatta fuori. Al suo posto è stata nominata Dana Boente, procuratore per il distretto orientale della Virginia, che ha subito affermato di essere pronta ad applicare il decreto immigrazione, dando istruzioni agli uomini e alle donne del dipartimento della giustizia "di fare il loro dovere e di difendere gli ordini del nostro presidente".

Un altro pezzo forte, l'amministrazione Trump lo perde a metà febbraio e questo il presidente l'avrebbe volentieri evitato. Con l'infamante accusa di essere "ricattabile dalla Russia" si dimette il generale Michael Flynn, il generale a capo dell'Nsa, a poco più di tre settimane dall'inizio mandato. Ed è un vero e proprio scandalo quello che decapita l'organismo che elabora per il presidente le strategie militari e di politica estera. Lo stesso Dipartimento di Giustizia aveva dato l'ultimatum a Trump, avvisandolo che la posizione di Flynn era ormai insostenibile. Il presidente ha accettato le dimissioni e nominato il sostituto ad interim, Joseph Keith Kellogg Jr.

A schiacciare il generale, fresco di nomina come National Security Adviser della Casa Bianca, erano stati due elementi. Una o più telefonate e contatti compromettenti in cui Flynn aveva discusso con l'ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, sulla possibile fine delle sanzioni su Mosca. La telefonata era avvenuta quando ancora Flynn non si era insediato nel suo nuovo incarico, ma vi era stato già designato: come tale, le sue conversazioni erano obbligatoriamente intercettate dalle agenzie di intelligence. Secondo passo falso, per certi versi peggiore: messo alle strette dal vicepresidente Mike Pence che voleva chiarimenti su quei negoziati segreti tra Flynn e l'alto rappresentante di Vladimir Putin, il generale mentì.

Meno eclatante, ma anche questo nella nutrita squadra dei pezzi persi dall'amministrazione, il no di Andrew Pudzer all'incarico di ministro. E' il 15 febbraio, Trump decide che l'imprenditore di fast food Pudzer potrebbe essere un ottimo ministro del Lavoro ma subito appare un curriculum impresentabile: come chief executive della catena di fast-food Cke (nota al pubblico coi marchi Carl's Jr e Hardee) Pudzer aveva in piedi parecchie cause per abusi contro i dipendenti. Era anche un nemico dichiarato delle leggi sui minimi salariali. Ed è spuntata anche una denuncia dalla ex moglie per violenze domestiche. Talmente impresentabile che neppure i repubblicani se la sentivano di votarlo. Così, su imput presidenziale, si è volontariamente defilato.

Due giorni dopo un altro no, stavolta arrivato dal  vice-ammiraglio Robert Harward a cui Trump aveva proposto il comando della Nsa, ruolo del dimissionato Flynn. Ex membro dei commando speciali Seal, ex responsabile anti-terrorismo di Bush, top manager della Lockheed Martin, in quanto responsabile per la vendita di armi in Medio Oriente, insomma, non uno qualunque, Harward ci ha pensato 24 ore e poi ha cortesemente risposto "no grazie" .
 
Il 27 febbraio, un altro pezzo grosso se ne va. Philip Bilden, businessman ed ex ufficiale dell'intelligence militare nell'esercito dei riservisti scelto da Trump come segretario della Marina, ha annunciato di volersi ritirare: ufficialmente per non essere in grado di soddisfare i requisiti dell'ufficio etico del governo, in pratica per seguire meglio gli interessi privati della sua famiglia.

Poco meno di un mese dopo, ed ecco un'altra uscita dal team ristretto di Trump: Katie Walls, numero due di Reince Priebus, il capo di gabinetto che nell'organigramma della Casa Bianca è il più stretto collaboratore del presidente, "ha accettato un altro incarico al di fuori dell'organizzazione".

E il 5 aprile altro colpo di scena. Il fedelissimo (e discusso) Steve Bannon, uno degli artefici della vittoria elettorale di Trump, scaltro e muscoloso ex blogger che portava nella Stanza Ovale le istanze della destra più estrema, esce dal Consiglio per la Sicurezza nazionale, l'organismo che più di ogni altro influenza le decisioni del presidente degli Stati Uniti in questioni come il terrorismo, la politica internazionale e le scelte per garantire la sicurezza. Una svolta inattesa per l'amministrazione anche se la Casa Bianca nega che la defenestrazione implichi una sua perdita di potere. E ieri il caso Comey, dimesso dal presidente che ha contribuito a fare eleggere, su cui si riparlerà a lungo e che di certo non sarà l'ultimo.