"Aiuto le irlandesi ad abortire perché non ci provino da sole, rischiando la vita": la storia di Mara Clarke
di ISABELLA CIOTTI
Il 25 maggio sarà ricordato come il giorno in cui la cattolicissima Irlanda avrà cancellato o difeso - con un referendum - la norma costituzionale che vieta l'interruzione di gravidanza. La lotta di Mara Clarke, che ha fondato e dirige l’Abortion Support Network
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"IMMAGINA di vivere in un Paese dove l'aborto è contro la legge, di scoprire di essere incinta e di non poter confessare a nessuno che hai intenzione di abortire. Di doverti allora confidare con degli sconosciuti, e di dover persino chiedere loro dei soldi". Dal 2009 Mara Clarke, americana dell'Illinois ma inglese d'adozione, è alla guida di questo gruppo di sconosciuti: "Quelli che chiami se sei incinta e sei irlandese, e non hai abbastanza soldi per andare ad abortire in Inghilterra".
Domani 25 maggio l'Irlanda vota con un refendum per legalizzare l'interruzione volontaria di gravidanza. Un diritto che in Italia abbiamo dalla legge 194, approvata quarant'anni fa e confermata con un referendum nel 1981. Per le irlandesi la svolta passa dall'abrogazione dell'emendamento numero 8 all'articolo 40.3 della Costituzione (inserito nel 1983 con un altro referendum) che mette sullo stesso piano il diritto alla vita della donna e quello del nascituro, facendo dell'aborto un reato. Abrogarlo significa poter legiferare sull'interruzione volontaria, oggi vietata e punita - anche con la reclusione fino a 14 anni - praticamente in tutti i casi (stupro e anomalie del feto inclusi), a meno che non sia dimostrabile che la vita della madre è a rischio. Mara Clarke a un comizio sul referendum
Per questo ogni anno una media di cinquemila irlandesi sale su un traghetto o un aereo per sottoporsi alla procedura nelle cliniche inglesi, con costi che vanno dai 300 ai tremila euro a seconda dei casi. Di queste, almeno un migliaio non potrebbe permetterselo. Sono le donne per cui Clarke e i volontari dell'Abortion Support Network, organizzazione no profit da lei fondata, lavorano ogni giorno. Quelle per cui l'unica alternativa è, banalmente, avere figli. O, peggio, provare a procurarsi un aborto da sole con rimedi ugualmente illegali come le pillole abortive o con soluzioni fai da te dolorose e rischiose. "Come quella madre di tre figli che, senza aver mai provato droghe in vita sua, un giorno ha assunto dell'eroina nella speranza di uno shock che le provocasse un aborto spontaneo - racconta Mara con occhi arrabbiati e lucidi - o quelle che hanno ingerito candeggina o detersivo, o ancora quella signora che ha provato ad andare a sbattere con la macchina, quel tanto che serviva a ferirsi e avere un aborto senza però morire".
I volontari dell'Asn rispondono a mail e telefonate di donne disperate, prendono nota di quanto denaro hanno a disposizione e provvedono a fornire il resto, attingendo da quanto ottenuto attraverso raccolte fondi e donazioni di privati. Spiegano loro cosa fare se sono minorenni, si offrono di ospitare chi dopo la procedura ha bisogno di trattenersi in Inghilterra.
"Alcune vivono relazioni violente - continua Clarke - altre sono costrette a mantenere il segreto perché la famiglia considera l'aborto uno scandalo. C'è chi si è sentita dare dell'assassina dal proprio marito, chi, da appartenente ai movimenti pro-vita, è stata costretta a chiamare noi per paura del loro giudizio. Ma a chi prova vergogna nel contattarci noi rispondiamo che è l'Irlanda a doversi vergognare". "Licenza di uccidere?". Uno dei cartelli della campagna per il No
Quarantacinque anni, Clarke è anche mamma e "donna di fede, per quanto alcuni lo trovino scioccante". Ha iniziato collaborando con alcune organizzazioni di New York che offrivano servizi simili a donne di altri Stati. "Non ho inventato nulla - precisa - ho solo esportato l'attività in Europa", dove tra l'altro esiste solo un'altra organizzazione come la sua, che aiuta le donne polacche ad abortire in Germania.
Ci sono anche casi che l'Asn non riesce a risolvere. "Ci chiama una minorenne da un paesino di quelli estremamente conservatori, spiegandoci che se la famiglia dovesse scoprire che è incinta sarebbe capace di ucciderla. Ci adoperiamo per farla venire a Londra, ma quando cerchiamo di ricontattarla troviamo il telefono staccato. Non so più nulla di lei, non so se ha abortito, se sta bene, se la famiglia le ha davvero fatto qualcosa di male", racconta ancora.
Clarke è certa che potrà volare a Dublino, "per abbracciare gli amici e festeggiare con loro la svolta". Ma nel Paese che ha legalizzato il divorzio nel 1995, e dove fino al 1993 l'omosessualità era reato, niente è scontato. È vero che da allora l'Irlanda sui diritti ha accelerato più di altri - nel 2015 ha aperto ai matrimoni gay e lo stesso premier Leo Varadkar è omosessuale - ma non bisogna dimenticare il peso della Chiesa e della tradizione, soprattutto su una certa fascia della popolazione.
Racconta Jessica, 25enne di Dublino: "Diceva l'altro giorno un signore anziano in un bar: ma se le donne hanno davvero bisogno di abortire possono andare all'estero".
Proprio di questo si tratta: decidere, in un Paese dove l'aborto è comunque una realtà, se iniziare a esercitare questo diritto in Irlanda o continuare a confinare gli aborti delle irlandesi in Inghilterra. Ma è evidentemente un voto emozionale, più che razionale. Gli slogan a favore dell'abrogazione della norma che blocca la legislazione sull'aborto
Gli ultimi sondaggi vedono i Sì e i No all'abrogazione molto vicini, con ancora il 20% circa di indecisi, su cui a questo punto si prevede si giocherà il risultato. Gli attivisti del Repeal the 8th ('abroga l'emendamento 8') da un lato e quelli del Save the 8th (salviamo l'8) dall'altro non si sono risparmiati, nelle frasi usate come slogan così come negli accesi confronti televisivi. C'è in generale la sensazione che, se una svolta non arriva nel 2018, rischia di non arrivare più.
Anche in caso di vittoria, comunque, le donne irlandesi continueranno ad avere bisogno di Mara e dei suoi volontari. Perché i tempi per adottare una legislazione sull'aborto potrebbero essere lunghi, perché rimarranno delle restrizioni, e anche perché non tutti i medici vorranno eseguire interruzioni di gravidanza. Come in Italia: "Dove una legge c'è ed è giusta - nota Mara - ma il vero, grande, problema sono i medici obiettori".