Criticata dalle comunità ebraiche mondiali e dalla Ue alla fine la Polonia della maggioranza nazionalconservatrice ha deciso per la prima volta un passo indietro. Su richiesta del premier Mateusz Morawiecki (leader dell'ala tecnocratica del PiS, Prawo i Sprawiedlywosc cioè Legge e giustizia, partito al potere dal novembre 2015) il Sejm, camera bassa del Parlamento, ha apportato una significativa modifica alla recente, contestata legge sull'olocausto. Quella che punisce e condanna chiunque parli di complicità di cittadini polacchi con l'esecuzione della shoah da parte degli occupanti nazisti. I legislatori hanno eliminato dalla legge il capitolo che prevedeva persino pene detentive per chiunque parlasse o scrivesse di partecipazione di polacchi all'Olocausto o di pogrom condotti da cittadini polacchi contro concittadini ebrei, fatti documentati dai più autorevoli storici del mondo e dai sopravvissuti.
Probabilmente Morawiecki si è deciso a fare marcia indietro per "reculer pour mieux sauter". Cioè per arrivare con un volto più presentabile all'imminente consulto europeo sull'emergenza migranti. Al quale si annuncia l'ennesimo confronto tra l'Europa francotedesca e la Commissione da un lato, e il Gruppo di Viségrad (Polonia Cèchia Ungheria Slovacchia, appoggiati ora in parte da Slovenia e Austria) dall'altro. Comunque la scelta è stata apprezzata da autorevoli fonti ebraiche: la direzione dello Yad Vashem, l'istituto-sacrario israeliano per la Memoria delle vittime dell'Olocausto, l'ha definita una mossa nella giusta direzione.
"La modifica era necessaria", ha detto il premier, spiegando: "Per noi resta imperativo difendere la nostra Storia, ma non possiamo imporlo a tutto il mondo fino a pene detentive". Parole in parte concilianti, cui il più importante membro orientale di Ue e Nato ci aveva disabituati da tempo. La legge era stata duramente criticata sia da Israele, sia dal Dipartimento di Stato americano come "il colpo più grave alla verità storica, alla Memoria, alla reputazione della Polonia nel mondo".
In base alla formulazione originaria della legge, persino il recente discorso in Polonia del capo dello Stato israeliano sarebbe stato passibile di sanzioni penali. Adesso Varsavia appunto frena. Il Centro Simon Wiesenthal ha recentemente pubblicato un preciso dossier di 33 pagine che documenta sia complicità e delazioni di polacchi contro concittadini ebrei durante l'occupazione nazista, sia pogrom come quelli di Jedwabne o Kielce, avvenuti coll'assenso tacito sia di Chiesa cattolica sia poi della dittatura comunista installata a Varsavia dopo il 1945 da Mosca.
Su altri fronti, però, le posizioni di Varsavia e della Ue restano lontane. A cominciare dalla riforma della giustizia in Polonia. La quale secondo la Ue abolisce di fatto l'indipendenza del potere giudiziario, valore costitutivo del mondo libero e dei Trattati europei. Nel frattempo l'Ungheria del carismatico premier sovranista Viktor Orbán, sempre più líder maximo di Viségrad, prepara la creazione di un nuovo sistema giudiziario parallelo, dipendente dal governo e non dalla magistratura, e al quale saranno affidate le cause che riguardano i politici.
Probabilmente Morawiecki si è deciso a fare marcia indietro per "reculer pour mieux sauter". Cioè per arrivare con un volto più presentabile all'imminente consulto europeo sull'emergenza migranti. Al quale si annuncia l'ennesimo confronto tra l'Europa francotedesca e la Commissione da un lato, e il Gruppo di Viségrad (Polonia Cèchia Ungheria Slovacchia, appoggiati ora in parte da Slovenia e Austria) dall'altro. Comunque la scelta è stata apprezzata da autorevoli fonti ebraiche: la direzione dello Yad Vashem, l'istituto-sacrario israeliano per la Memoria delle vittime dell'Olocausto, l'ha definita una mossa nella giusta direzione.
"La modifica era necessaria", ha detto il premier, spiegando: "Per noi resta imperativo difendere la nostra Storia, ma non possiamo imporlo a tutto il mondo fino a pene detentive". Parole in parte concilianti, cui il più importante membro orientale di Ue e Nato ci aveva disabituati da tempo. La legge era stata duramente criticata sia da Israele, sia dal Dipartimento di Stato americano come "il colpo più grave alla verità storica, alla Memoria, alla reputazione della Polonia nel mondo".
In base alla formulazione originaria della legge, persino il recente discorso in Polonia del capo dello Stato israeliano sarebbe stato passibile di sanzioni penali. Adesso Varsavia appunto frena. Il Centro Simon Wiesenthal ha recentemente pubblicato un preciso dossier di 33 pagine che documenta sia complicità e delazioni di polacchi contro concittadini ebrei durante l'occupazione nazista, sia pogrom come quelli di Jedwabne o Kielce, avvenuti coll'assenso tacito sia di Chiesa cattolica sia poi della dittatura comunista installata a Varsavia dopo il 1945 da Mosca.
Su altri fronti, però, le posizioni di Varsavia e della Ue restano lontane. A cominciare dalla riforma della giustizia in Polonia. La quale secondo la Ue abolisce di fatto l'indipendenza del potere giudiziario, valore costitutivo del mondo libero e dei Trattati europei. Nel frattempo l'Ungheria del carismatico premier sovranista Viktor Orbán, sempre più líder maximo di Viségrad, prepara la creazione di un nuovo sistema giudiziario parallelo, dipendente dal governo e non dalla magistratura, e al quale saranno affidate le cause che riguardano i politici.