Tra il re, gli Usa e l’islam: i tanti volti di Khashoggi
di di BEN HUBBARD e DAVID KIRKPATRICK
La scomparsa del giornalista saudita nel consolato di Istanbul è diventata un intricato caso diplomatico-economico internazionale. Ma anche la sua biografia rivela un intreccio complesso di passioni, interessi, legami
Aggiornato 8 minuti di lettura
BEIRUT - Jamal Khashoggi atterrò a Washington lo scorso autunno, lasciandosi dietro una lunga lista di cattive notizie giù in patria. Dopo una brillante carriera come consigliere e portavoce ufficioso della famiglia reale saudita, il nuovo principe della corona gli aveva vietato di scrivere all'interno dei confini del regno, perfino su Twitter. La sua rubrica su un quotidiano arabo di proprietà saudita era stata cancellata. Il suo matrimonio stava naufragando. Le autorità avevano proibito ai suoi parenti di uscire dal Paese, come mezzo di pressione per indurlo a smetterla di criticare il potere.
Poi, dopo il suo arrivo negli Stati Uniti, un'ondata di arresti aveva fatto finire nelle prigioni del regime molti suoi amici e lui aveva preso la difficile decisione di restare lì: tornare a casa era troppo pericoloso nell'immediato futuro, forse per sempre.
Così, negli Stati Uniti, si reinventò come oppositore, scrivendo editoria…
BEIRUT - Jamal Khashoggi atterrò a Washington lo scorso autunno, lasciandosi dietro una lunga lista di cattive notizie giù in patria. Dopo una brillante carriera come consigliere e portavoce ufficioso della famiglia reale saudita, il nuovo principe della corona gli aveva vietato di scrivere all'interno dei confini del regno, perfino su Twitter. La sua rubrica su un quotidiano arabo di proprietà saudita era stata cancellata. Il suo matrimonio stava naufragando. Le autorità avevano proibito ai suoi parenti di uscire dal Paese, come mezzo di pressione per indurlo a smetterla di criticare il potere.
Poi, dopo il suo arrivo negli Stati Uniti, un'ondata di arresti aveva fatto finire nelle prigioni del regime molti suoi amici e lui aveva preso la difficile decisione di restare lì: tornare a casa era troppo pericoloso nell'immediato futuro, forse per sempre.
Così, negli Stati Uniti, si reinventò come oppositore, scrivendo editoriali per il Washington Post, convinto di essere al sicuro in Occidente. Ma la protezione che gli poteva offrire l'Occidente, come si è scoperto, arrivava solo fino a un certo punto.
L'ingresso del consolato saudita a Instanbul (ap)
Khashoggi è stato visto l'ultima volta il 2 ottobre, mentre entrava nel consolato saudita di Istanbul, dove doveva prendere un documento per il suo matrimonio. Lì, secondo le autorità turche, una squadra di agenti sauditi lo ha ucciso e ha fatto a pezzi il cadavere. Le autorità saudite sostengono di non aver torto un capello a Khashoggi, ma quasi due settimane dopo la sua scomparsa non sono ancora riuscite a produrre prove che abbia lasciato il consolato, e non hanno fornito nessuna versione credibile di quello che potrebbe essergli successo.
La sua scomparsa ha creato una spaccatura tra Washington e l'Arabia Saudita, il principale alleato arabo dell'amministrazione Trump. E ha pesantemente intaccato la reputazione del principe della corona Mohammed bin Salman, il trentatreenne uomo forte del regime, che questa volta potrebbe essersi spinto troppo in là anche per i suoi più convinti sostenitori in Occidente.
La possibilità che il giovane principe abbia ordinato l'eliminazione di un dissidente crea seri problemi per il presidente Trump e potrebbe avvelenare relazioni fin qui molto solide. Potrebbe convincere quei governi e quelle aziende che avevano chiuso gli occhi sulla distruttiva campagna militare del principe nello Yemen, sul sequestro del primo ministro libanese e sulle ondate di arresti ai danni di religiosi, uomini d'affari e membri della famiglia reale, che è un dittatore spietato che non si ferma di fronte a nulla per combattere i suoi nemici.
Manifestazione a Washington
La sparizione del giornalista, oltre a gettare una luce nuova e sgradevole sul principe della corona, ha attirato l'attenzione sull'intreccio di affinità che ha caratterizzato tutta la carriera di Khashoggi, in equilibrio fra un'apparente propensione privata per la democrazia e l'islam politico e la sua lunga storia al servizio della famiglia reale.
Il suo interesse per l'islam politico ha contribuito a forgiare un legame personale con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ora pretende che l'Arabia Saudita fornisca spiegazioni su quello che è successo al suo amico.
L'idea di autoesiliarsi in Occidente aveva rappresentato un duro colpo per il sessantenne Khashoggi, che aveva lavorato come giornalista, commentatore e direttore di giornale, diventando uno dei personaggi più conosciuti dell'Arabia Saudita. La sua notorietà a livello internazionale era cominciata con l'intervista a un giovane Osama bin Laden, prima di diventare famoso come confidente di re e principi.
La sua carriera gli aveva procurato una ricca dote di entrature: di statura alta, socievole e accomodante, sembrava conoscere tutte le persone che avevano avuto a che fare in qualche modo con l'Arabia Saudita negli ultimi trent'anni.
Ma stabilirsi a Washington aveva i suoi vantaggi. Un amico lo aveva invitato per la Festa del Ringraziamento, l'anno scorso, e lui aveva condiviso con il suo milione e settecentomila follower su Twitter una sua foto alla cena, mentre si rimpinzava di tacchino e patate dolci. Sempre alla cena, quando era arrivato il suo turno di dire per cosa era grato, aveva dichiarato: "Perché sono diventato libero e posso scrivere liberamente".
Secondo decine di persone intervistate che conoscevano Khashoggi e il suo rapporto con la dirigenza saudita, è stata proprio questa sua inclinazione a scrivere liberamente, e le sue battaglie dall'estero per una riforma politica che lo hanno messo in rotta di collisione con il principe della corona.
L'Arabia Saudita, tradizionalmente, veniva governata sulla base di un consenso fra i principi più importanti, ma Mohammed bin Salman ha smantellato quel sistema, eliminando quasi completamente gli ostacoli al suo potere. Se davvero è stata presa una decisione per mettere a tacere un uomo percepito come traditore, probabilmente quella decisione è stata presa da lui.
La polizia scientifica turca all'interno del consolato saudita a Istanbul (ansa)
Il primo passaporto per la fama di Khashoggi fu la sua conoscenza di Osama bin Laden. Khashoggi aveva vissuto a Gedda, la città natale di bin Laden, e come bin Laden proveniva da una famiglia prestigiosa non imparentata con la casa regnante. Il nonno di Khashoggi era un medico che aveva curato il primo re saudita. Suo zio era Adnan Khashoggi, un famoso commerciante d'armi, anche se Jamal non aveva beneficiato della ricchezza di suo zio.
Khashoggi aveva studiato all'Università statale dell'Indiana ed era tornato in Arabia Saudita per scrivere su un quotidiano in lingua inglese. Diversi suoi amici dicono che Khashoggi era anche entrato molto presto nei Fratelli Musulmani. Anche se in seguito smise di frequentare le riunioni dell'organizzazione, conservò una certa dimestichezza con la loro retorica conservatrice, islamista e spesso antioccidentale, che poteva esibire o occultare a seconda delle persone con cui voleva entrare in confidenza.
I suoi colleghi al giornale lo ricordano come una persona amichevole, riflessiva e devota. Spesso guidava le preghiere comuni in redazione, ricorda Shahid Raza Burney, un redattore indiano che aveva lavorato con lui.
Come molti sauditi negli anni 80, Khashoggi appoggiava con entusiasmo la jihad contro i sovietici in Afghanistan, sostenuta dalla Cia e dall'Arabia Saudita. Così, quando ricevette un invito a vedere la guerra con i suoi occhi da un altro giovane saudita, bin Laden, non se lo fece ripetere due volte.
Jamal Khashoggi in Afghanistan
In Afghanistan, Khashoggi indossava abiti locali e si fece fotografare con un fucile d'assalto in mano, con grande imbarazzo dei suoi capi al giornale. Ma non sembra che abbia effettivamente combattuto durante la sua permanenza nel Paese centroasiatico.
"Era lì innanzitutto come giornalista: certamente solidale con la jihad afghana, ma lo stesso si può dire per molti giornalisti arabi all'epoca, e anche per molti giornalisti occidentali", dice Thomas Hegghammer, un ricercatore norvegese che aveva intervistato Khashoggi sul suo periodo in Afghanistan. I suoi colleghi la pensano alla stessa maniera. "Dire che Jamal era una sorta di estremista è una bugia assoluta", dice Burney, che ora dirige un giornale in India.
Jamal Khashoggi in Afghanistan nel 1988 con i mujaheddin, l'immagine illustrava un suo articolo su Arab News
Ma il fatto che la guerra non fosse riuscita a creare basi solide per l'Afghanistan era ragione di grande amarezza per Khashoggi, come anche la successiva deriva terroristica di bin Laden. "Era deluso che dopo tutta quella fatica e sofferenza, gli afghani non fossero mai riusciti a mettersi insieme", dice un amico saudita di Khashoggi, che ha parlato a condizione di restare anonimo, per timore di rappresaglie.
I viaggi di Khashoggi in Afghanistan e il suo rapporto con il principe Turki al-Faisal, che dirigeva i servizi segreti sauditi, fanno sospettare ad alcuni dei suoi amici che facesse anche la spia per conto del Governo saudita. Anni dopo, quando un commando americano uccise bin Laden in Pakistan, nel 2011, Khashoggi espresse cordoglio per il suo vecchio amico e quello che era diventato. "Sono crollato a piangere poco fa, con il cuore spezzato per te, Abu Abdullah", scrisse su Twitter usando il soprannome di bin Laden. "Eri bello e valoroso in quei bellissimi giorni in Afghanistan, prima che cedessi all'odio e alla passione".
Da giornalista a uomo di fiducia della famiglia reale
Quando la sua carriera giornalistica decollò, Khashoggi faceva reportage dall'Algeria, andava in Kuwait durante la prima Guerra del Golfo. Ascese fino ai vertici del mondo dei media saudita, dove i giornali sono proprietà dei principi, i contenuti sono censurati e gli scandali che coinvolgono la famiglia reale passano sotto silenzio. Dopo gli attacchi dell'11 settembre, smontò le teorie del complotto diffuse nel mondo arabo, scrivendo che gli aerei dirottati "avevano attaccato anche l'islam come fede, e i valori di tolleranza e coesistenza che predica".
Fu nominato direttore del quotidiano saudita al-Watan nel 2003, ma licenziato neanche due mesi dopo per un articolo che si scagliava contro uno stimato erudito islamico per i suoi insegnamenti, usati per giustificare gli attacchi contro i non musulmani. Fu reinsediato nel suo ruolo nel 2007, e questa volta durò un po' più a lungo. Viaggiava con re Abdullah e divenne intimo del principe al-Walid bin Talal, l'investitore miliardario che anni dopo sarebbe stato arrestato dal principe della corona Mohammed. Il principe Turki, l'ex capo dei servizi segreti, assunse Khashoggi come consulente quando ricopriva l'incarico di ambasciatore in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Fu in quel periodo che Khashoggi comprò l'appartamento a McLean, in Virginia, dove sarebbe andato a vivere una volta fuggito dal regno.
Jamal Khashoggi durante una conferenza a Londra, il 29 settembre scorso (reuters)Sostenitore delle rivolte all'estero, delle riforme in patria
Molti degli amici di Khashoggi dicono che durante tutta la sua carriera al servizio della monarchia aveva sempre tenuto nascoste le sue inclinazioni personali per la democrazia elettorale e l'islam politico in stile Fratelli musulmani. Quando un colpo di Stato militare in Algeria, nel 1992, spazzò via le speranze di un partito politico islamista di conquistare il controllo del Parlamento, Khashoggi, senza dare nell'occhio, mise in piedi insieme a un amico islamista di Londra un'organizzazione chiamata "Gli amici della democrazia in Algeria".
Il gruppo comprò spazi pubblicitari sui giornali inglesi, prima delle elezioni politiche in quel Paese, in cui c'era scritto: "Quando andrete a depositare la vostra scheda nell'urna, ricordatevi che questo è un privilegio che a molte persone, in ogni parte del mondo, è negato, per esempio agli algerini", ricorda il suo amico, Azzam Tamimi, che agiva come volto pubblico dell'iniziativa, tenendo nascosto il ruolo di Khashoggi.
A cinquant'anni, il rapporto di Khashoggi con i Fratelli musulmani era ambiguo. Molti esponenti del movimento questa settimana hanno dichiarato di aver sempre avuto la percezione che lui fosse dalla loro parte. Molti dei suoi amici laici non lo ritengono verosimile.
Khashoggi si è sempre limitato a invocare riforme graduali per la monarchia saudita, finendo per sostenere gli interventi militari del regno per frenare l'espansione dell'influenza iraniana (dal punto di vista dei sauditi) in Bahrein e nello Yemen. Ma era entusiasta delle rivolte che erano scoppiate in buona parte del mondo arabo nel 2011.
Come la jihad in Afghanistan in passato, però, anche i movimenti della Primavera Araba lo delusero, quando precipitarono nella violenza e l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti usarono la loro ricchezza per schiacciare l'opposizione e rafforzare i dittatori. "Non ha mai gradito il fatto che l'Arabia Saudita usasse le sue politiche per accelerare la repressione in tutta la regione", dice Sigurd Neubauer, un esperto di Medio Oriente a Washington che conosceva Khashoggi.
Il principe ereditario plenipotenziario saudita Mohammed bin Salman (ap)
La tolleranza delle autorità saudite per le critiche, anche minime, è diminuita progressivamente dopo che re Salman è salito al trono, nel 2015, e ha concesso poteri smisurati a suo figlio Mohammed, il principe della corona conosciuto colloquialmente come "Mbs", dalle sue iniziali.
Il giovane principe aveva annunciato un programma per diversificare l'economia e allentare le rigide strutture sociali, con misure come la concessione alle donne del diritto di guidare.
Khashoggi aveva applaudito queste decisioni, ma non sopportava il modo autoritario con cui il principe gestiva il potere. Quando Khashoggi aveva criticato Trump dopo la sua elezione, per esempio, le autorità saudite gli avevano proibito di parlare, temendo che potesse danneggiare i loro rapporti con la nuova amministrazione.
Il principe Mohammed ha usato tutto il suo potere per perseguitare i detrattori, vietando loro di viaggiare e gettandone alcuni in prigione. Khashoggi aveva lasciato il Paese l'anno scorso, prima che decine di suoi amici venissero arrestati e centinaia di personalità in vista della società saudita fossero rinchiuse nel Ritz-Carlton di Riad con accuse di corruzione: molti di loro, fra cui almeno due figli di ex sovrani, sono ancora detenuti.
Khashoggi aveva cominciato a scrivere editoriali sul Washington Post, paragonando il principe Mohammed al presidente russo Vladimir Putin. Gli amici di Khashoggi ipotizzano che quegli articoli lo abbiano fatto finire sulla lista nera di Mbs. "Mohammed bin Salman aveva pagato e continuava a pagare milioni di dollari per creare una certa immagine di se stesso, e Jamal Khashoggi stava distruggendo tutti i suoi sforzi con poche parole", dice il suo amico Tamimi. "Il principe della corona doveva essere furibondo". Ma Khashoggi non si fermava.
Aveva in mente di creare un sito per pubblicare notizie tradotte sulle economie dei Paesi arabi, Arabia Saudita inclusa, dove secondo lui molte persone non si rendevano conto della vastità della corruzione o del futuro limitato della ricchezza petrolifera. Stava anche fondando un'organizzazione chiamata Dawn (Democracy in the Arab World Now), per portare avanti le sue battaglie politiche. Stava cercando di trovare finanziatori e mettere in piedi un consiglio d'amministrazione quando è scomparso, dicono gli amici.
Mohammed bin Salman con Donald Trump (afp)
Ad aprile, quando aveva ricevuto un premio dal Center for the Study of Islam and Democracy, di tendenze islamiste, Khashoggi aveva detto che la democrazia era sotto attacco in tutto il mondo arabo, da parte degli islamisti radicali, degli autocrati e delle classi dirigenti che temevano che la partecipazione popolare avrebbe portato il caos. Condividere il potere, diceva, era il solo modo per fermare le guerre civili e garantire Governi migliori. Il principe Mohammed "sta investendo centinaia di miliardi di dollari in progetti futuri, e lo sta facendo basandosi sulla propria capacità di giudizio e l'abilità di una cerchia ristretta di consulenti", diceva Khashoggi. "È abbastanza? No, non è abbastanza".
Dopo il suo trasferimento a Washington, emissari di Mbs lo avevano contattato ripetutamente, chiedendogli di smussare le sue critiche e invitandolo a tornare a casa, aveva detto agli amici. Ma lui si stava costruendo una nuova vita. Aveva deciso di sposarsi con una ricercatrice turca, Hatice Cengiz, e di mettere su casa a Istanbul. Maggie Mitchell Salem, un'amica di vecchia data, era preoccupata per lui e gli chiedeva di mandargli un Sms ogni volta che andava all'ambasciata saudita a Washington. "Rideva quando glielo dicevo: 'Oh Maggie, Maggie, sei ridicola'".
Ben Hubbard ha scritto questo articolo da Beirut e David D. Kirkpatrick da Istanbul. Julian Barnes, Sharon LaFraniere, Edward Wong e Mark Mazzetti hanno contribuito all'articolo da Washington, e Karam Shoumali da Berlino.
Copyright The New York Times (Traduzione di Fabio Galimberti)