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Fiori e candele sulla tomba di Jan Palach (afp)

Cinquant’anni fa il sacrificio di Jan Palach, eroe dell’Est democratico

Commemorazioni nella Repubblica Ceca e in Slovacchia per il giovane che si diede fuoco nel 1969, protesta silenziosa e solitaria contro l'invasione sovietica. Rimasto un simbolo per il riformismo europeo degli anni successivi, oggi l'ultradestra lo strumentalizza e i giovani non conoscono la sua storia
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Jan Palach aveva vent'anni, era un bel ragazzo e uno studente modello, timido, evitava feste e discoteche ma tutti i compagni di studio spesso aiutati da lui a capire Hegel o Kant lo adoravano. Amava la vita, ma scelse l'atroce morte col fuoco per narrare al mondo la tragedia del suo paese. Oggi, cinquant'anni dopo, sarà commemorato solennemente a Praga e a Bratislava con due giorni di cerimonie pubbliche, accademiche, della tv e di tante istituzioni, e nelle ambasciate cèche e slovacche nel mondo. Ma tanti, troppi in Europa e ovunque lo hanno dimenticato. E nell'èra del sovranismo dove a Varsavia e Budapest eroi vivi o morti di decenni di resistenza antisovietica per la libertà, da Imre Nagy a Bronislaw Geremek a Lech Walesa, vengono spesso diffamati dagli autocrati, l'ultradestra abusa della memoria di Jan, ma la maggioranza dei giovani non ha mai udìto il suo nome né la sua Storia.

Era il gelido 16 gennaio del 1969. Dal…
Jan Palach aveva vent'anni, era un bel ragazzo e uno studente modello, timido, evitava feste e discoteche ma tutti i compagni di studio spesso aiutati da lui a capire Hegel o Kant lo adoravano. Amava la vita, ma scelse l'atroce morte col fuoco per narrare al mondo la tragedia del suo paese. Oggi, cinquant'anni dopo, sarà commemorato solennemente a Praga e a Bratislava con due giorni di cerimonie pubbliche, accademiche, della tv e di tante istituzioni, e nelle ambasciate cèche e slovacche nel mondo. Ma tanti, troppi in Europa e ovunque lo hanno dimenticato. E nell'èra del sovranismo dove a Varsavia e Budapest eroi vivi o morti di decenni di resistenza antisovietica per la libertà, da Imre Nagy a Bronislaw Geremek a Lech Walesa, vengono spesso diffamati dagli autocrati, l'ultradestra abusa della memoria di Jan, ma la maggioranza dei giovani non ha mai udìto il suo nome né la sua Storia.

Era il gelido 16 gennaio del 1969. Dal 21 agosto la Cecoslovacchia era stata invasa dai sovietici. Così Leonid Brezhnev volle fermare il socialismo del volto umano o Primavera, l'esperimento riformatore, con 600mila soldati scelti in armi e seimila carri armati che a Vaclavské Námestì, Piazza San Venceslao, macellarono giovani in piazza come vent'anni dopo a Tienanmen. Epurazioni in massa anche nel Partito comunista, arresti, filosofi morti dopo notti d'interrogatorio e di cui elicotteri e Panzer col rumore vennero poi anche a disturbare il funerale. Jan si decise da solo a dire no all'orrore, usando violenza contro se stesso non contro altri.

"All'inizio di gennaio lo vedemmo l'ultima volta", mi narrò dieci anni fa Stepan Bittner, suo compagno d'università. Molti di loro erano ancora vivi e lucidi quando Repubblica mi inviò per il trentennale di quel dramma, li ricordo ancora commossi come fosse stato ieri. "Avevamo organizzato una festicciola all'ostello universitario per rimorchiare ragazze, Jan arrivò triste col suo cappottone: 'Ma come fate a festeggiare coi tempi che corrono?', ci disse, poi salutò: 'Se qualcosa mi dovesse accadere, abbiate un buon ricordo di me'. Purtroppo non capimmo il segnale". Pochi giorni dopo Hubert Bystricán, altro compagno di studi, ricevette da Jan una cartolina con il centro di Praga e, scritto in cèco antico, "Il tuo Jan Hus ti porge i suoi saluti cari". Jan Hus, l'eretico finito sul rogo secoli prima.
Fiori sul memoriale per Jan Palach e Jan Zajic a Praga (afp)
Jan arrivò da solo a Vaclavské Námestì con una tanica in mano. Gettò qualche metro lontano la cartella da studente, si cosparse di benzina, con un fiammifero si dette fuoco. Bruciò correndo, invano i passanti tentarono coi cappotti di spegnere quel rogo umano. Il giovane, con ustioni gravissime sull'85 per cento del corpo, morì in ospedale dopo tre giorni di atroci sofferenze. "Io sono la torcia numero uno, denuncio la condizione della nostra patria col mio sacrificio", era scritto nella lettera d'addio in quella cartella gettata lontano dalle fiamme. Il 25 gennaio un altro studente, Jan Zajic, seguì il suo esempio. Poi, spontaneamente, altri sei giovani cecoslovacchi, col fuoco o col gas, si tolsero la vita.

Difesi contro provocazioni di occupanti e regime dal servizio d'ordine degli studenti, i funerali di Jan riempirono lo splendido centro di Praga, furono una delle piú grandi manifestazioni per la libertà prima del 1989. Sfilarono senza canti e slogan, Bohdan Mikolasek, il cantautore critico del momento, intonò "Il silenzio", commovente canzone dedicata al giovane eroe, poi la folla si unì intonando "Kde domóv moj", il dolce inno nazionale. Il regime lasciò fare, poi arrivò la repressione. Mikolasek e lo scultore Olbram Zoubek che aveva costruito gratis la lapide per Palach, furono brutalmente interrogati per giorni, insieme ai compagni di studi e ai docenti del giovane martire. La famigerata StB, la polizia segreta, e i suoi consiglieri sovietici, tremavano al timore d'un movimento organizzato di cui i giovani suicidi fossero la punta d'iceberg. A Mikolasek e a Zoubek fu proibito di continuare a comporre musica o scolpire. Di notte, agenti segreti rimossero e distrussero la lapide, profanarono la tomba di Jan, ne cremarono la salma consegnando l'urna a mamma Libuse Palachova, ordinando di tacere.
La tomba di Jan Palach (afp)
(afp)
Gli ideali e il sacrificio di Jan Palach furono riabilitati vent'anni dopo con la rivoluzione di velluto. "Anche ricordandolo, lottammo per smettere di vivere nella menzogna", disse il leader del dissenso da poco presidente eletto, Vaclav Havel, in un'intervista alla Repubblica. Cechia e Slovacchia tornarono democratici poli industriali e di high tech come la Cecoslovacchia creata da Tomas Garrigue Masaryk, si lasciarono alle spalle il lungo cupo passato dal 1938 al 1989. Ma  vennero anche delusioni, o demagoghi come l'attuale presidente russofilo e arcinemico dei  media Milos Zeman, nuovi problemi. E nel gruppo di Viségrad – dove competitivi cèchi e slovacchi poi divisi in pace dal "divorzio di velluto" sono i piú moderati – domina la linea dura di Kaczynski e di Orbán. Anche Havel non ebbe il tempo di realizzare appieno il suo sogno. Morì nel dicembre 2011, e ricordo ancora i suoi solenni funerali il 23. L'enorme folla nella cattedrale sul Castello e in strada, sullo sfondo di 21 colpi di cannone, cantò mesta l'inno nazionale come gli studenti ai funerali di Jan: sembrò un omaggio di un popolo non più oppresso, ma forse con poche speranze in cuore.