I LEADER politici, i capi militari iraniani amano molto i missili. Dalla guerra contro l’Iraq degli anni Ottanta, quella in cui le loro città erano bersagliate dagli ordigni di Saddam Hussein, gli iraniani hanno capito che la vulnerabilità agli ordigni del nemico poteva essere contrastata solo in un modo: riempiendo l’arsenale nazionale con missili ancora più forti di quelli del nemico.
All’inizio della settimana scorsa I media iraniani hanno rilanciato la notizia che I “pasdaran” iraniani hanno inaugurato un’altra città dei missili” capace di custodire missili navali e balistici sulle coste del Golfo Persico. La Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione ha diffuso immagini e video in cui si vedono decine di missili navali, camion pronti ad essere dispersi sul territorio per lanciare i loro missili balistici e altri strumenti militari capaci di difendere il Paese da una località sconosciuta.
In verità periodicamente l’Iran rivela informazioni sulle sue “città dei missili”: L’ultima volta è accaduto il 9 gennaio di quest’anno, mentre una prima presentazione organizzata del genere avvenne già nel gennaio del 2016, quando i capi dei pasdaran portarono il presidente del Parlamento Alì Larijiani in visita di un’altra base, un deposito che custodisce fra gli altri i missili balistici “Emad”, un ordigno capace di volare per 2000 chilometri.
Gli stessi capi dei pasdaran ammettono che “I nemici conoscono bene alcune di queste basi lungo tutto la costa del Golfo Persico e nel Mare di Oman, ma non hanno dettagli precisi sulle nostre attività”. Lunedì scorso a quest’ultima presentazione erano impegnati il comandante in capo dei pasdaran, il generale Hossein Salami, assieme al capo della Marina dell’Irgc l’ammiraglio Alireza Tangsiri.
L’Iran negli anni ha acquisito una notevole capacità di produzione ma anche di utilizzo di missili balistici e di droni, una capacità che in qualche modo nei mesi scorsi è stata impiegata per difendere gli interessi del Paese soprattutto nella guerra dello Yemen. L’Iran ha colpito più volte l’Arabia ogni volta che ha visto i suoi alleati houthi messi in difficoltà dalle offensive saudita della coalizione a guida saudita.
Queste continue presentazioni di basi navali o militari piene di missili hanno però anche uno scopo “strategico”: quello di lanciare un messaggio chiaro al mondo e in particolare agli Stati Uniti, alla vigilia di una possibile ripresa dei negoziati per riattivare l’accordo nucleare JCPOA (Join common plan of action). Il messaggio è chiaro: i missili sono diventati una componente essenziale, decisiva della sicurezza dell’Iran. Per cui le comprensibili richieste di Arabia Saudita e degli altri Paesi arabi del Golfo di prevedere un limite a questi missili nella ripresa dell’accordo nucleare JCPOA troveranno sempre un diniego totale da parte della leadership iraniana.
Questo sembra essere diventato per l’amministrazione di Joe Biden il dilemma principale nel ritorno alla applicazione del JCPOA, che nel 2018 era stato bloccato da Donald Trump. Ritornare a un accordo che limita la ricerca del nucleare militare agli iraniani ma permette loro di tenere in piedi il potente arsenale missilistico non rassicura i Paesi arabi del Golfo. E non rassicura la stessa Israele, che ormai è ampiamente all’interno del raggio d’azione di questi ordigni.
L’Iran vuole tornare al JCPOA, soprattutto perché la sanzioni economiche imposte dall’amministrazione Trump frenano lo sviluppo economico del Paese. Ma parallelamente non vuole dare segnali di debolezza, e anzi inaugura nuove “città del missile” per raccontare al mondo che la Repubblica islamica è sempre pronta a combattere. La storia continuerà nelle prossime settimane.