Esteri

Libia, nell'inferno di Tarhuna 7 fratelli hanno seminato l'orrore: funerale collettivo per le vittime nelle fosse comuni

Questo paesone di campagna a 100 chilometri da Tripoli per mesi è stato un regno del terrore. A giugno 2020 le truppe di Tripoli l'hanno liberata e ieri si è svolto questo rito collettivo. Centinaia di vittime mancano ancora all'eppello
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TARHUNA – I morti di Tarhuna non verranno dimenticati, Non è possibile. Anche perché non sono ancora stati ritrovati tutti. Sono dispersi. Bruciati, smembrati, seppelliti ancora vivi, oppure uccisi con un colpo solo alla testa. Tutti seppelliti da migranti africani che la notte venivano fatti uscire dai capannoni in cui erano prigionieri per andare a fare il lavoro sporco. Ne hanno ritrovati 183, ne mancano ancora centinaia. Decine e decine sono ancora nascosti nella terra rossa e sabbiosa in cui gli olivi piantati dagli italiani negli Anni ’30 crescono ancora forti e rigogliosi.

La sfilata del 2016 in cui i 7 fratelli Kaniat portarono in trofeo 2 leonesse
La sfilata del 2016 in cui i 7 fratelli Kaniat portarono in trofeo 2 leonesse 

Questo paesone di campagna a 100 chilometri da Tripoli per mesi è stato un regno del terrore governato dalla banda mafiosa del 7 fratelli Kanyat. Mafiosi che si sono imposti con i metodi che il Daesh, l’Islamic State ha adoperato a Mosul in Iraq oppure a Sirte, qui in Libia. Mafiosi che prima erano riusciti a diventare perfino la “Polizia” di Tripoli, una milizia che il governo pagava purché controllasse la città. E poi, nel 2019, dopo aver tradito Fayez Serraj, si erano gettati dalla parte del generale Haftar, aprendo la città alle milizie che per un anno e mezzo hanno assediato la capitale.

“Si, i Kanyat hanno fatto come i terroristi del Daesh: hanno terrorizzato, rapinato, sequestrato, ucciso e scaricato i corpi dei miei compaesani in pubblico, per terrorizzare e sottomettere tutti”. Parla Abubaker Saed, il deputato locale alla Camera dei rappresentanti libica. A lui i Kanyat avevano rapito e torturato un fratello. Per farsi pagare un riscatto, far fuggire tutta la sua famiglia e impossessarsi di case e fattorie. I primi corpi non li nascondevano: li scaricavano nel “triangolo della morte”, una grande aiuola all’incrocio della strada che arriva dal mare.

Le fosse comuni
Le fosse comuni 

È stato un genocidio, “e il massimo è stato raggiunto poche settimane prima che le milizie di Haftar si ritirassero”, continua il deputato. Allora i Kanyat sono andati a scovare i loro nemici perfino negli ospedali. Erano tutti testimoni. Hanno scaricato nelle fosse comune donne, vecchi e anche bambini. Scavando i volontari hanno trovato anche le lenzuola dell’ospedale e perfino le flebo che qualcuno aveva ancora collegate al braccio.

Questi 7 maledetti fratelli dal 2012, poco alla volta, erano riusciti ad impossessarsi della città. Tarhuna era una felice cittadina a Sud di Tripoli: una buona falda acquifera per anni aveva permesso una buona agricoltura. Ai tempi degli italiani molti coloni avevano fattorie attorno a Tarhuna, agrumi, olive, bestiame. Ieri arrivando per lunghi minuti abbiamo costeggiato una fattoria enorme, 10 chilometri per 10 chilometri, “è la Fattoria Napoli, il più grande oliveto di tutto il Nord Africa”. Gheddafi per anni ha mantenuto buoni rapporti con alcuni clan locali, che gli garantivano fedeltà, e anche per questo la Giamahiria aveva sempre trattato con un occhio di riguardo la municipalità di Tarhuna.

Nel 2011, allo scoppiare della rivoluzione, questa famiglia Kanyat, disperati, gente senza arte né parte, capì che il vuoto lasciato da Gheddafi poteva essere riempito rapidamente. “Questi sette fratelli erano gente miserabile, un branco di iene che appena possibile litigavano fra di loro, si picchiavano con bastoni anche mentre erano a funerali o matrimoni”, raccontano a Tarhuna.

Quando esplose la rivoluzione, buona parte di Tarhuna all’inizio rimase fedele a Gheddafi. I Kanyat avevano conti da regolare con una famiglia di loro cugini che erano sempre stati gheddafiani, e iniziarono uccidendoli uno alla volta, facendosi poi passare per rivoluzionari. Ma questo avviò una faida, un ciclo di vendette, e Alì, il più giovane dei Kanyat, venne assassinato. Immediatamente gli altri fratelli lo trasformarono in una leggenda, un “martire”: i Kanyat risposero poi andando a caccia non solo degli assassini, ma uccisero decine di persone, sterminarono le intere famiglie dei loro rivali.

Sempre più velocemente, furono capaci di impossessarsi di armi, di prendere il controllo della polizia locale, di rastrellare armi pesanti. Riuscirono a battezzarsi come “Settima Brigata”, a Tripoli bussarono al ministero della Difesa e degli Interni e si fecero riconoscere come “milizia autorizzata”. Iniziarono a ricevere migliaia e migliaia di dollari dal governo per mantenere l’ordine a Tarhuna e tenere le milizie rivali di Tripoli lontane dalla capitale.

Il capo del loro piccolo stato era diventato Mohammed, il secondo per età, salafita convinto, l’unico con un minimo di educazione. Nella grande caserma che aveva conquistato alla polizia regolare il capo si era fatto dipingere un ritratto, si faceva chiamare “ministro della Difesa”. Sotto di lui c’era Abdul Rahim, incaricato della “sicurezza interna” in città. Era il primo fra gli assassini, il capo delle squadre della morte della milizia.

Abdulhakim Ahmed Naama, 35 anni, aveva quattro fratelli: uno è stato ucciso, un altro è scomparso. “Molti di noi andavano a Tripoli, raccontavano cosa succedeva nella nostra città. Ma a Tripoli erano deboli, avevano arruolato i Kanyat, erano la loro polizia”.

Nel settembre del 2019 un drone turco colpisce un convoglio della milizia, uccidendo Mohsen Al Kanyat e il fratello più piccolo Abdul Adhim. È l’inizio del terrore totale: decine e decine di uccisioni, di rapimenti ogni notte, per continuare a tenere in pugno la città. Giugno 2020, le truppe di Tripoli liberano Tarhuna: quel che rimane dei fratelli Kanyat e delle milizie di Haftar si ritira verso Bengasi. “In Cifrenaica ci sono ancora 3 fratelli Kanyat, protetti da qualcuno in quella regione”, dice Mohammed: “Ma soprattutto ci sono almeno 100 dei loro tagliagole, dei loro “soldati”: li conosciamo tutti, uno per uno, nome per nome. Erano gli assassini che hanno obbedito agli ordini del Kanyat. E sono ancora lì”.

Dall’estate del 2020 il governo di Tripoli ha fatto partire una campagna di scavo, con esperti forensici. Per identificare i corpi ormai decomposti nelle fosse comuni hanno utilizzato i test del DNA, ma presto sono finiti i reagenti chimici, ora i test sono inutilizzabili. E nessuno sa come identificare i mucchi di ossa estratti dalla terra. Altri corpi, come quei 13 ricomposti e seppelliti ieri con nome e cognome, sono stati riconosciuti perché erano stati nascosti da poco tempo. Erano ancora quasi riconoscibili, oppure sono stati individuati dalle scarpe, dal vestitino di una bambina, dagli abiti di un padre.

Hamza viene considerato uno dei capi dei ribelli “veri”, quelli che si sono rivoltati a Gheddafi e poi sono stati costretti a fuggire dai Kanyat. Spiega cosa sono stati questi mesi: “Da giugno la nuova polizia ha catturato alcuni dei criminali, li hanno interrogati e quelli hanno rivelato i luoghi delle prime fosse comuni. Poi hanno iniziato a parlare i vicini, che avevano visto gli africani seppellire le vittime a decine. Per mesi non avevano parlato, perché i Kanyat terrorizzavano tutti. Poi ancora abbiamo iniziato anche a consultare Google Earth: abbiamo paragonato la terra smossa di recente, ci siamo inventati analisti di fotografie satellitari. Stiamo ancora cercando”.

Ieri, mentre nella piazza principale si svolgeva questo funerale collettivo trasmesso in diretta dalla tv, una delegazione di Bengasi è venuta a Tarhuna per provare a dialogare con i sopravvissuti e con i parenti. Il popolo di Bengasi non ha colpe, ma i 3 fratelli Kanyat sopravvissuti, assieme a un centinaio di criminali tutti identificati con nome e cognome, assieme a ben 10.000 cittadini di Tarhuna, evidentemente compromessi con i Kanyat, tutti vivono ancora in quella regione.

Oggi in Libia c’è un tentativo di governo di unità nazionale. Bisognerebbe riunire il paese. Ma Tarhuna non potrà essere riunificata. Senza giustizia e senza aver scoperchiato anche l’ultima fossa comune.