Niente elezioni e niente nuova Costituzione. Per la seconda volta in pochi mesi, il governo di Sebastián Piñera sceglie di annullare la data per la mega consultazione che oltre a indicare i 155 consiglieri (metà, l’altra sono di nomina parlamentare) chiamati a scrivere una nuova Carta, mandando in soffitta quella voluta da Augusto Pinochet, prevede l'elezione dei parlamentari, dei governatori delle Regioni e dei sindaci delle città. Fissate per il 10 e l’11 aprile, le elezioni sono state posticipate di un mese, il 15 e 16 maggio. I motivi sono legati al Covid. Nonostante abbia già vaccinato 6,4 dei suoi 19 milioni di abitanti (di cui 3,2 hanno ricevuto anche il richiamo) il Cile è aggredito da una violenta seconda ondata con 7 mila contagi al giorno, il doppio della prima.
“Sebbene sia stata una decisione difficile, l'abbiamo presa convinti che si tratti della migliore per il Cile e per i cileni”, ha annunciato in tv il presidente dopo una riunione urgente con il suo gabinetto a La Moneda.
Ma dietro quella che può apparire una scelta opportuna, legata ai numeri del coronavirus, si agitano gli spettri dell’ex dittatore e della sua Costituzione imposta nel 1980. Da allora non è mai stata modificata. Neanche in parte. E questo aveva contribuito al diffuso malessere poi esploso nelle rivolte che per sei mesi misero a ferro e fuoco il paese andino tra il 2019 e il 2020. Non rinnovare la guida in migliaia di Comuni e Regioni, estendere il mandato parlamentare a deputati e senatori, allungare i tempi per la redazione di una nuova Carta Costituzionale mette alla prova la tenuta istituzionale del governo Piñera e la sua credibilità politica.
Il rinvio implica anche l’applicazione di alcune regole e diritti che garantiscono la partecipazione alla campagna e al successivo voto di tutte le forze in campo e di tutti gli elettori. In gioco c’è non solo il rinnovo delle cariche istituzionali, politiche e amministrative ma l’elaborazione di una Costituzione che segnerà il futuro del Cile. I suoi articoli dovranno accogliere principi e valori civili, di genere, di libertà di espressione e di stampa. Viene in qualche modo monato lo stesso processo costituente.
Si affaccia il dilemma con cui, di questi durissimi tempi di pandemia, fanno i conti gran parte dei paesi del mondo: la ricerca di un equilibrio tra scienza e politica, tra salute ed economia. “L’opinione dei medici è rispettabile”, osserva al Pais la sociologa Marcela Ríos, responsabile dell’area governativa dell’ufficio cileno del Programma delle Onu per lo Sviluppo (PNUD). “Ma non si possono prendere decisioni così rilevanti per ragioni puramente sanitarie. Occorre valutare le conseguenze politiche, fiscali, giuridiche. Ci vuole un ampio consenso”.
Il presidente coglie la portata della scelta e già in settimana chiederà che sia approvata dal Parlamento. Ci vogliono i 2/3 dei voti, e tutto lascia pensare che saranno ottenuti. Il vero rischio è la legittimità dell’intero processo. Ci potrebbero essere dei ricorsi, potrebbero essere contestati i risultati, messi in dubbio gli stessi 155 nuovi estensori della Carta. Insomma, un rinvio ai rinvii che allungherebbe i tempi per l’approvazione di una nuova Costituzione.
Il presidente riuscì a placare la rivolta dei cileni solo accettando di cancellare la Costituzione voluta da Pinochet, contestatissima dalla maggioranza. La decisione venne poi confermata da un referendum con il 78,2 per cento dei voti e un 21,7 contrario. La consultazione si svolse in modo impeccabile. Eppure, un anno fa, c’era già il Covid e non si registrarono aumenti nei contagi. Perché dunque rinviare questa? Piñera è convinto che ci saranno molte più persone vaccinate e l’ondata sarà superata. Si basa sui calcoli degli esperti. Ma a molti appare una scusa. Un cedimento a chi non vuole cancellare l’impronta del vecchio dittatore.