L'uomo che spaventa le élite del Perù
di Inés Santaeulalia e Jacqueline Fowks , di Inés Santaeulalia e Jacqueline FowksLIMA. A mille chilometri da Lima, in sella a un cavallo e con un cappello di paglia a tesa larga, un maestro di una scuola rurale sfida lo status quo peruviano. Pedro Castillo punta da Chota (nella regione settentrionale di Cajamarca) al Palazzo del Governo come vincitore del primo turno delle elezioni presidenziali dell'11 aprile del Perù. Le élite della società di Lima, culla del potere nel Paese sudamericano e da cui sono usciti gli ultimi cinque presidenti, si sono svegliate dopo la sbornia elettorale stordite dalla presenza del più scomodo di tutti i candidati per il loro ecosistema. Il maestro sindacalista della sinistra radicale, che non era in testa nei sondaggi fino all'ultima settimana, sta bussando alle porte della presidenza con lo slogan “basta poveri in un paese ricco”.
LIMA. A mille chilometri da Lima, in sella a un cavallo e con un cappello di paglia a tesa larga, un maestro di una scuola rurale sfida lo status quo peruviano. Pedro Castillo punta da Chota (nella regione settentrionale di Cajamarca) al Palazzo del Governo come vincitore del primo turno delle elezioni presidenziali dell'11 aprile del Perù. Le élite della società di Lima, culla del potere nel Paese sudamericano e da cui sono usciti gli ultimi cinque presidenti, si sono svegliate dopo la sbornia elettorale stordite dalla presenza del più scomodo di tutti i candidati per il loro ecosistema. Il maestro sindacalista della sinistra radicale, che non era in testa nei sondaggi fino all'ultima settimana, sta bussando alle porte della presidenza con lo slogan “basta poveri in un paese ricco”.
Pedro Castillo Terrones, 51 anni, è nato a Cajamarca, una regione andina tra le più povere del Perù. Il maestro, terzogenito in una famiglia di nove fratelli, diventò maestro elementare nella sua regione nel 1995, ma ha sempre avuto aspirazioni politiche. Leader regionale del partito Perù Posible dal 2005, è rimasto un completo sconosciuto nel resto del Paese fino al 2017. In quell'anno, una massiccia protesta degli insegnanti – si chiedeva che le valutazioni periodiche degli insegnanti fossero accompagnate da aumenti salariali - paralizzò per 75 giorni la didattica nella maggior parte del Perù. Castillo si mise alla guida delle mobilitazioni e da allora in poi nessuno avrebbe più dimenticato il suo nome.
Il maestro naviga in acque ideologiche complesse. “Ha una retorica rivendicativa, un discorso fondamentalmente radicale, adattabile alla sinistra e alla destra”, spiega l'analista José Carlos Requena. Nei suoi discorsi ricorre spesso agli esempi dell'Ecuador e della Bolivia, ma sottolinea anche la nazionalizzazione del petrolio in Venezuela: “Ci dicono spesso che la nazionalizzazione è un male. Tuttavia, abbiamo esempi che smentiscono questa assurda teoria”. Castillo promette di nazionalizzare il gas di Camisea, il progetto energetico più importante del Paese. Vuole anche aumentare la spesa per la salute nel bilancio statale e assicura che porterà la spesa per l'istruzione al 10% - attualmente è circa il 4 per cento del Pil. Analisti e avversari considerano le sue proposte irrealizzabili.
Se riuscirà a insediarsi nel Palazzo del Governo, promette di abrogare la Costituzione del 1993 (promulgata durante il governo di Alberto Fujimori) e minaccia di chiudere il Congresso se gli impedirà di farlo. L'elenco delle sue proposte scatena un vero e proprio panico nelle élite peruviane, che hanno sempre respinto qualsiasi manifestazione di sinistra. A Lima, il voto conservatore (in gran parte ultra-conservatore) ha superato domenica il 50 per cento, sostenuto da un discorso che ha sempre legato la sinistra al terrorismo di Sendero Luminoso, che causò migliaia di morti negli anni Ottanta, e al chavismo. In Castillo vedono riflesse ambedue le cose.
Dallo sciopero del 2017, il maestro viene messo in relazione con gruppi politici formati da membri di Sendero Luminoso tornati il libertà dopo aver scontato le loro condanne. Lui si è sempre dissociato, ma la loro ombra lo ha seguito fino alle urne. Il giorno prima del voto, il quotidiano Perù 21 avvertiva in prima pagina: “Attenzione, Sendero Luminoso sarà presente in queste elezioni”. Una prima pagina che, in ogni caso, non ha raggiunto i suoi elettori, la maggior parte dei quali sono sparsi nel sud e nei dipartimenti più poveri. In Perù, il 20 per cento della popolazione vive in condizioni di povertà, secondo le ultime stime ufficiali, ma si ritiene che questa percentuale sia cresciuta durante la pandemia. Castillo è passato al secondo turno con il 18 per cento dei voti.
Nonostante l'enorme distanza, il leader di Perù Libre condivide parte delle idee dei politici conservatori più votati nella capitale, come Keiko Fujimori, Hernando de Soto o il candidato di estrema destra Rafael López Aliaga. L'agenda sociale, cosa rara nella politica peruviana, si riassume in una riforma di tutte le conquiste sociali che riguardano poco sia la maggior parte dei grattacieli di Lima che gran parte delle montagne andine. Rifiuto dell'aborto, rifiuto del matrimonio gay, rifiuto di includere l'uguaglianza di genere nel programma scolastico, rifiuto dell'eutanasia.
Castillo promette di dare battaglia alla classe dirigente forte del suo passato di “rondero”, ovvero di militante e poi dirigente delle Rondas campesinas (Ronde contadine) un'organizzazione sociale creata a Chota negli anni Settanta da contadini e contadine per difendersi dai furti di bestiame e dalla violenza. Il regime dei “ronderos”, ai margini della legge, comprende frustate ed esposizione al pubblico ludibrio nei confronti di ladri e delinquenti. Nei vent’anni durante i quali il Perù subì la violenza di Sendero Luminoso (1980-2000), la vigilanza e la forza delle ronde di Cajamarca impedirono al terrorismo di entrare nella regione, mentre seminava morte e attentati nella maggior parte delle Ande.
Mancano meno di due mesi al secondo turno delle elezioni presidenziali. La leader del fujimorismo dovrà rappresentare un settore del Perù che non vuole Castillo nemmeno in fotografia. Ma anche lei piace poco alla maggioranza dei cittadini. Keiko Fujimori è la candidata che suscita più rifiuto tra gli elettori ma, in elezioni così frammentate, l'appoggio dei fujimoristi più convinti le ha fatto guadagnare la seconda posizione con solo il 14 per cento dei voti.
(Copyright El País/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Luis E. Moriones)