Charlie Hebdo, la guerra per vendicare il nome del Profeta continua a uccidere in Pakistan
di Raimondo Bultrini , di Raimondo BultriniBANGKOK. Molti si erano illusi che il fantasma di Charlie Hebdo sarebbe presto svanito con il sacrificio dei suoi giornalisti, impiegati e malcapitati cittadini, uccisi per vendicare le offese satiriche della rivista parigina a Maometto. Come era accaduto altre volte in passato, dopo una vignetta o una frase considerata blasfema dall’ortodossia islamica gruppi o singoli individui hanno reagito con attentati o accoltellamenti, mentre ovunque nel mondo islamico religiosi e seguaci della fede scendevano in piazza spesso con violenza. Ma dopo qualche settimana lo sdegno spontaneo o organizzato per l’ennesima offesa dell’occidente “infedele” al Profeta si acquietava, e solo pochi irriducibili continuavano a protestare in toni sempre più deboli.
Devastazione e morti
BANGKOK. Molti si erano illusi che il fantasma di Charlie Hebdo sarebbe presto svanito con il sacrificio dei suoi giornalisti, impiegati e malcapitati cittadini, uccisi per vendicare le offese satiriche della rivista parigina a Maometto. Come era accaduto altre volte in passato, dopo una vignetta o una frase considerata blasfema dall’ortodossia islamica gruppi o singoli individui hanno reagito con attentati o accoltellamenti, mentre ovunque nel mondo islamico religiosi e seguaci della fede scendevano in piazza spesso con violenza. Ma dopo qualche settimana lo sdegno spontaneo o organizzato per l’ennesima offesa dell’occidente “infedele” al Profeta si acquietava, e solo pochi irriducibili continuavano a protestare in toni sempre più deboli.
Devastazione e morti
Domenica scorsa tra le strade della pachistana Lahore, importante città al confine con l’India, capitale intellettuale di un paese alleato a Cina e Occidente, la rabbia radicale organizzata è tornata però a esplodere con devastazioni e morti. L’incubo del Pakistan radicale torna a inquietare lo stesso governo di Islamabad e molti altri in giro per il mondo. Alcuni media riferiscono di otto persone uccise in varie località della protesta compresi agenti in servizio, ma il governo lo nega, anche se è stato costretto a umilianti trattative per liberare 11 o 12 poliziotti e ufficiali sequestrati dentro la loro caserma da una folla inferocita, che li ha portati in moschea senza risparmiargli torture.
A motivare gli autori dell’impresa, conclusa con la liberazione degli ostaggi e il ritiro dal sito degli scontri sia della polizia che dei ribelli dopo un giorno estenuante di trattative e scontri, sono state le frasi pronunciate ormai sei mesi fa dal presidente francese Macron all’indomani dell’accoltellamento a Parigi di due persone erroneamente scambiate per dipendenti di Charlie Hebdo e dell'uccisione dell'insegnante Samuel Paty colpito per aver mostrato ai suoi studenti vignette satiriche accusate di blasfemia.
Blasfema è stata considerata la difesa del capo dell'Eliseo che ha rivendicato il diritto dei francesi di continuare a esprimersi liberamente anche in materie religiose altrui, condendo le sue affermazioni con un’accusa all’Islam di essere una religione “separatista” e “in crisi”. Per questo da mesi, e sempre più rumorosamente, il popolare movimento religioso di nome Tehreek-e-Labbaik Pakistan (traducibile come Movimento del presente) chiede l’espulsione dell’ambasciatore di Parigi. Per ora – dopo i giorni dei disordini e l’assedio alle caserme - si è accontentato della promessa del governo di Islamabad di farne discutere il Parlamento. Ma nessuno sa dire quali saranno le prossime mosse del Tlp nel caso di un (altamente probabile) mancato raggiungimento dei suoi obiettivi. La sua vasta area di influenza nel mondo radicale comprende anche fasce degli ultraortodossi sunniti, che però considerano il Movimento in odore di eresia, perché troppo settario.
Ma in tutto il mondo islamico e a vari livelli le frasi di Macron sono state una conferma che il comune nemico miscredente avrebbe continuato a insultare l’Islam e che occorreva una risposta. Il Movimento del Presente ha scolpito nello statuto e nei requisiti di arruolamento proprio il compito di prendersi in carico in Pakistan la difesa dell’onore del Profeta. Ne ha fatto una missione fin dal 2017, all’atto dello statuto scritto dal fondatore Khadim Hussain Rizvi, morto dopo mesi di carcere per il ruolo in altre rivolte e omicidi. E’ stato suo figlio Saad (a sua volta agli arresti in questi giorni) a guidare i suoi militanti scesi in piazza nei giorni scorsi a Lahore, Karachi, Rawalpindi e in altre città del paese per mostrare la forza del movimento.
Pur non avendo ancora ottenuto le ritorsioni anti-francesi richieste e la liberazione di Saad, i sostenitori del Tlp sono riusciti a mettere in crisi la delicata diplomazia estera di Islamabad, e da Parigi è giunto l’ordine per 15 diplomatici di abbandonare gli uffici di rappresentanza. Infatti, nonostante l’attuale tregua seguita al rilascio dei poliziotti e al ritiro delle forze dell’ordine dal suo quartier generale di Lahore, il Tlp non sembra per nulla destinato a demordere. Il premier Imran Khan – vecchio alleato del Movimento ai tempi dell’opposizione quando il Tlp prendeva 2 milioni di voti - ha detto che è francamente impensabile allontanare l’ambasciatore mettendo in crisi interessi economici enormi che legano Francia e Pakistan.
Eppure non fanno parte dell'ala radicale
L’apparente paradosso, nel turbolento paese islamico a costituzione secolare e maggioranza moderata, è che il Tlp non è parte dell’ala radicale dei musulmani nota come Deobandi – la stessa di Al Qaeda - ma un erede della tollerante filosofia Barelvi popolare nell'Asia meridionale, ispirata dai Sufi e da rituali considerati non ortodossi dall’ala saudita. L’illusione che a ispirarlo fosse un ideale pacifico venne però fugata quando un seguace di Rizvi uccise il governatore del Punjab Salman Taseer, autore delle proposte di riforma delle leggi sulla blasfemia punite legalmente con la morte almeno 78 volte dal 1990.
Fin dal suo anno di nascita, proprio per difendere le norme coraniche, il Tlp di Rizvi "occupo’" la capitale Islamabad con 3000 sostenitori e i potenti generali li lasciarono fare. Venne usato – come si scoprirà - per dare una spinta finale alla militarmente inaffidabile Pakistan Muslim League-N dell'ex primo ministro Nawaz Sharif.
Questo accrebbe la forza del movimento al punto che Rizvi si spinse a criticare lo stesso esercito per non aver utilizzato – disse – “il muscolo nucleare del Pakistan” per impedire ai media olandesi e francesi di insultare il profeta dell'Islam. La sua ribellione giunse a un punto di rottura per l’evidente impossibilità di scendere a compromessi col governo in materia di politica internazionale e interessi di bilancio.
Dalla sua morte e la sostituzione con il figlio è passato un anno, al termine del quale le ambizioni di Saad di continuare l’opera del padre si sono temporaneamente arenate dopo che nei giorni scorsi il “Movimento del presente” è stato dichiarato fuori legge in quanto “terrorista” e lui è finito agli arresti.
“Non possono fare quello che vogliono - ha detto il ministro degli Interni – Cosi presentano al mondo il Pakistan come un paese di estremisti”. Ma alla fine ha accettato di allontanare i poliziotti e lasciato che i militanti si ritirassero un chilometro indietro nel loro markaz, o quartier generale presso la moschea Rehmat ul Alimeen dove sono ancora oggi, pronti a ricominciare le proteste se necessario.
L’altra contraddizione alla base di questa prova di forza tra radicalismo e legalità costituzionale pachistana è la precedente aura moderata del Movimento che spinse l’ex generale dittatore Musharraf a raccomandare all’alleato Usa i Barelvi e la tradizione Sufi come “alternativa naturale” al dominio dei rigidi Deobandi della scena religiosa nazionale. Dopo l'11 settembre Musharraf convinse perfino il governo americano a finanziare i Barelvi come parte degli sforzi di "deradicalizzazione" del Pakistan. Li considerava una specie di antidoto ai veleni diffusi nella regione negli anni ‘80 con i finanziamenti Usa ai guerriglieri fondamentalisti Deobandi e a Bin Laden per sconfiggere i russi e il comunismo in Afghanistan.
Ancora oggi il peso del Tlp e dei suoi sostenitori è tale che lo stesso premier Khan ci è andato cauto con le critiche verso le loro azioni violente. Da una parte ha imposto lo scioglimento di un gruppo che fu suo ex alleato politico durante le elezioni del 2018, ne ha arrestato molti capi e militanti e “criticato i metodi”. Ma dall’altra ha cercato di giustificare la bontà dei loro intenti, definendo le violenze il frutto di una “comprensibile indignazione” per le offese recate in Francia e altrove al Profeta di tutti.
Secondo Khan però ci sono altri modi piu’ efficaci delle azioni di sabotaggio contro il proprio paese e i propri fratelli per ottenere maggiore rispetto verso i sentimenti dei seguaci di uno stesso Dio. Uno di questi – ha detto in videoconferenza a reti unificate - è chiedere ai governi occidentali di "penalizzare coloro che diffondono deliberatamente il loro messaggio di odio contro i musulmani", nello stesso modo – ha aggiunto - in cui è stato "bandito ogni commento negativo contro l'Olocausto".
Le due linee parallele lungo le quali continuano a viaggiare le due anime secolare e ortodossa del Pakistan o “Paese dei puri” è dimostrato dalla promessa, fatta dal pragmatico Khan per ammansire i ribelli, di aprire una discussione tra il suo governo e il Parlamento sulle richieste del Tpl di boicottare la Francia e rilasciare i suoi militanti in cella. Ma le sbarre sono ancora chiuse nonostante le pressioni di molti altri gruppi e istituzioni islamiche per liberarli.
Il Comitato della luna
Tra i più indignati, oltre a figure storiche della destra come l’ultrareligioso Maulana Fazlur Rehman, si è dimostrato un ex presidente dell’influente Ruet-e-Hilal Committee. E’ un importante organismo di nomina governativa che assieme al Dipartimento meteorologico del Pakistan decide quando sorge la luna del Ramadan con l’inizio del digiuno e quando si manifesta quella di Eid al-Fitr che vi pone fine. La solidarietà dei suoi vertici con i ribelli anti-francesi è significativa, visto che in tutto il paese si attribuisce enorme importanza ai Mufti del Comitato che decide il calendario della festa di penitenza e redenzione.
Per secoli i fusi orari e le diverse dislocazioni geografiche hanno scatenato furiosi scontri tra le varie fazioni divise sul riferimento all’unico orologio della Mecca o all’effettivo avvistamento della luna nei rispettivi territori e paesi. Nel 1958 il Pakistan fu spaccato letteralmente in due quando Peshawar celebrò l'Eid al Fitr un giorno prima del resto del paese. Ma le divisioni proseguirono negli anni '60 con Karachi che spostò ben tre volte il momento dell’avvistamento stabilito dal governo centrale, finché non venne istituito il Comitato di consulenza governativa formato da Mufti, astrologhi e meteorologi per decidere una volta per tutte sulla base dei diversi avvistamenti fatti dai vari sotto-comitati sul territorio e dai singoli cittadini volontari.
Il momento fatale e magico che coincide con il periodo sacro di purificazione non è pero’ facile da osservare a occhio nudo. Spesso infatti i cieli sono pesantemente coperti senza lasciar trasparire alcun bagliore lunare. Per questo le fazioni religiose considerate piu’ aperte al mondo - come si riteneva la stessa Tlp - raccomandano e non da ora l’uso dei più aggiornati strumenti scientifici per stabilire l’esatta alba della luna, anche se li hanno inventati degli infedeli.
Interpretazioni e polemiche interne all’intero mondo islamico su questioni di dottrina e di fede non sono dunque nuove e non finiranno eventualmente nemmeno nell’utopico caso che Islamabad ceda ai ricatti del Movimento anti-francese, cacciando il rappresentante diplomatico o – ancora meno probabile – boicottando come viene richiesto i prodotti Made in France.
Per ora prevale un argine di ragionevolezza nelle ultime dichiarazioni del premier Khan: "Attuare queste proteste e violenze nel nostro paese non farà alcuna differenza per l'Occidente che insulta il profeta Maometto", ha detto. "Non li ferisce affatto. Ma (qui) stiamo facendo del male a noi stessi."