Colombia, proiettili sulla folla, persone sparite e stupri in carcere. Sangue sulla rivolta del pane
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoRabbia e dolore. Paura e grida disperate. Macchie di sangue sull’asfalto. L’odore dei lacrimogeni che aleggia sulle piazze. Le fiamme degli assalti a negozi, uffici, case, commissariati, punteggiano città come Bogotà, Medellin, Cali. Strade piene di pietre, bastoni, drappi, scarpe, magliette. E bossoli. Tanti. Proiettili veri esplosi da pistole vere.
Le immagini che ci arrivano dalla Colombia raccontano un paese in rivolta dal 28 aprile scorso. La patria di García Márquez e di Botero, delle Farc e di Escobar, del caffè e del cacao, dell’eterno scontro tra liberali e conservatori, piange i suoi 31 morti, gli oltre 700 feriti, alcuni gravissimi. Uno sciopero compatto contro la riforma fiscal…
Rabbia e dolore. Paura e grida disperate. Macchie di sangue sull’asfalto. L’odore dei lacrimogeni che aleggia sulle piazze. Le fiamme degli assalti a negozi, uffici, case, commissariati, punteggiano città come Bogotà, Medellin, Cali. Strade piene di pietre, bastoni, drappi, scarpe, magliette. E bossoli. Tanti. Proiettili veri esplosi da pistole vere.
Le immagini che ci arrivano dalla Colombia raccontano un paese in rivolta dal 28 aprile scorso. La patria di García Márquez e di Botero, delle Farc e di Escobar, del caffè e del cacao, dell’eterno scontro tra liberali e conservatori, piange i suoi 31 morti, gli oltre 700 feriti, alcuni gravissimi. Uno sciopero compatto contro la riforma fiscale voluta dal presidente Iván Duque si trasforma in una battaglia campale che diventa guerriglia e adesso rischia di trasformarsi in un nuovo confitto armato. Sul paese aleggia lo spettro del “bogotazo”: la rivolta nata dopo l’assassinio del candidato liberale alla presidenza Jorge Eliécer Gaitán il 9 aprile del 1948. Un ritorno al passato. L’inizio di tutto. Delle settimane che misero a ferro e fuoco l’intera Colombia, che fecero intervenire l’esercito, con migliaia di morti, il coprifuoco, i golpe, i carri armati che ancora una volta sostano nelle periferie pronti a dar man forte ai gruppi speciali della polizia antisommossa.
Ci arrivano mail, ci riempiono di messaggi sule pagine social e nelle chat che condividiamo con i colleghi sul posto. Raccontano di un clima tragico, intriso di morte e di vendetta, con richieste di giustizia, di madri e padri che chiedono dei loro figli scomparsi mentre altri piangono quelli caduti negli scontri. Mentre scriviamo le strade tornano a riempirsi. Accade da otto giorni. Sono previsti tre cortei, due veglie funebri, un corso di primo soccorso per le persone che anche oggi potrebbero essere ferite. Dalla polizia, messa sotto accusa per un uso spropositato della forza. Hanno sparato e ucciso. Ma anche da altre armi che spuntano un po’ ovunque: pistole e altri fucili. E poi i coltelli con cui molti lanceranno gli attacchi ai CAI, i Centri di assistenza immediata, piccole stazioni di polizia sparpagliate in ogni quartiere.
Mercoledì notte, dopo l’ennesima giornata di scontri furibondi, ne hanno assaltati 25. Uno è stato dato alle fiamme con dentro 15 agenti. Se la sono cavata per un soffio. Anche loro piangono una vittima e 457 feriti. Venti sono in condizioni gravi. Lo sciopero indetto dai sindacati, dal mondo agricolo, dalle comunità indigene falcidiate dagli omicidi, continua. È la classe media a protestare. Quella più colpita dalla crisi economica (crollo del 7,8 per cento) a cui questa terza ondata del Covid, con la variante brasiliana P.1, ha inferto la mazzata finale.
Metà dei colombiani è caduta in povertà. Molti hanno perso il lavoro, gli informali sono rimasti a casa per il lockdown, i prezzi dei beni di base sono aumentati. Il governo ha dovuto mettere mano alle riserve per i sussidi e si trova adesso con un buco da 6,3 miliardi di dollari. La riforma tocca tasse, pensioni, industrie. Ma anche la scuola, la sanità pubblica, i trasporti. E i salari. Persino quelli minimi. È una crisi di sistema che il Covid ha esasperato e che scuote l’intero Continente latinomaericano. È accaduto in Ecuador, in Cile, in Brasile con Bolsonaro sotto inchiesta per “genocidio”, adesso in Colombia. Tre mesi fa in Perù dove il 6 giugno un maestro elementare marxista-leninista può diventare il nuovo presidente. Lo spettro del comunismo, del “castrochavismo”, agita le classi agiate mentre quella povere e contadine sognano un riscatto per un pur minimo benessere strappato dalla pandemia.
La forte opposizione al piano ha costretto il presidente a ritirarlo e a sacrificare il suo ministro dell’Economia. Ne presenterà al Congresso un altro dopo un primo dialogo che ha aperto ieri con le poche forze disponibili. Punta a un tavolo negoziale il 10 maggio. Ma potrebbe essere tardi. Cresce la sfiducia. In chi guida il paese e in chi è chiamato a mantenere l’ordine. Troppe violazioni. C’è un gran bisogno di giustizia. E di una pace che non riesce a imporsi da mezzo secolo. Le violenze esplose per i primi due giorni, con battaglie durissime tra polizia e i giovani degli Escudos Azules, movimento formato da ventenni, hanno dato fiato alla destra. Álvaro Uribe, già presidente della Colombia, méntore di Duque, ha invocato l’intervento dell’esercito. Ha giustificato l’uso delle armi contro i manifestanti. Benzina sul fuoco.
“L’intervento delle forze di sicurezza”, ci conferma al telefono José Miguel Vivanco, direttore di Human Rights Watch per le Americhe, “è stato molto, molto violento. Chi era per strada è stato represso con sconcertante brutalità. Le prove raccolte dimostrano che 11 dei 31 morti sono avvenuti per mano degli agenti. Di altri 20 stiamo valutando gli elementi dei testimoni. Sappiamo però che mercoledì notte ci sono state altre vittime”. Il responsabile di HRW conferma anche gli 89/90 scomparsi. “Ma potrebbero essere stati arrestati”, aggiunge. Ci sono 11 denunce di stupro di donne e minorenni nelle stazioni di polizia. L’Onu parla di “situazione grave e allarmante”.
La folla inizia a camminare verso il centro. Una marea compatta vestita di bianco, le mani alzate in segno di pace. Lo scontro adesso è su tutto. Protestano i sindaci della città ma chiedono la fine della violenza. Sui social diventa virale l’hashtag #Nosestanmatando, ci stanno uccidendo. Cala la notte. Un’altra notte di fuochi. Duque è pronto a proclamare lo stato d’assedio.