Gli smartphone possono uccidere la meditazione buddista
di Kasper Kalinowski , di Kasper Kalinowski“Influenzati dall’idealizzata visione di un mondo dalla produzione di Bollywood, dalle trasmissioni mediatiche o dai social media, molti giovani tibetani abbandonano la pratica del buddismo”, racconta la dott.ssa Malwina Krajewska, autrice di studi sui tibetani che vivono in India e Nepal. Il suo dottorato riguardava il modo in cui il buddismo tibetano sta affrontando i grandi cambiamenti di civilizzazione dei nostri tempi. I problemi da affrontare sono molti. Per esempio la concezione del tempo della cultura buddista differisce significativamente da quella occidentale.
Le differenze culturali non sono state un ostacolo durante le sue ricerche?
“I miei studi riguardavano il buddismo tibetano in esilio. Quello che in seguito all’invasione cinese nel 1959, insieme a migliaia di tibetani, ha attraversato l’Himalaya per stabilirsi nei paesi vicini: India, Nepal e Bhutan. Le mie ricerche si sono presto concentrate sui cambiamenti incorsi nelle pratiche …
“Influenzati dall’idealizzata visione di un mondo dalla produzione di Bollywood, dalle trasmissioni mediatiche o dai social media, molti giovani tibetani abbandonano la pratica del buddismo”, racconta la dott.ssa Malwina Krajewska, autrice di studi sui tibetani che vivono in India e Nepal. Il suo dottorato riguardava il modo in cui il buddismo tibetano sta affrontando i grandi cambiamenti di civilizzazione dei nostri tempi. I problemi da affrontare sono molti. Per esempio la concezione del tempo della cultura buddista differisce significativamente da quella occidentale.
Le differenze culturali non sono state un ostacolo durante le sue ricerche?
“I miei studi riguardavano il buddismo tibetano in esilio. Quello che in seguito all’invasione cinese nel 1959, insieme a migliaia di tibetani, ha attraversato l’Himalaya per stabilirsi nei paesi vicini: India, Nepal e Bhutan. Le mie ricerche si sono presto concentrate sui cambiamenti incorsi nelle pratiche e nelle istituzioni buddiste tradizionali in seguito all’influenza delle nuove condizioni socio-culturali. Consapevole delle rapide trasformazioni in corso, ho cercato di cogliere l’ultimo momento in cui i maestri buddisti nati in Tibet, come il 14° Shamar Rinpoche o il 17° Karmapa (i capi di Karma Kagyü, una delle quattro scuole principali del buddismo tibetano) hanno trasmesso alle generazioni nate in esilio le conoscenze acquisite secondo la tradizionale educazione monastica tibetana. Ero molto curiosa di vedere come gli insegnanti buddisti si adattavano a condizioni del tutto nuove; come hanno cercato di salvare e ricreare la tradizione tibetana in altri contesti culturali. Mi interessava ovviamente anche il punto di vista dei praticanti e come le generazioni successive reagissero ai cambiamenti. Dal punto di vista scientifico, ho attinto dalla teoria costruttivista della religione del sociologo James Beckford, che definisce la religione in modo contestuale, vale a dire ponendo attenzione ai mutamenti delle pratiche che religiose secondo la specifico contesto in cui una persona esercita la propria confessione. Se parliamo delle differenze culturali ricordo come uno dei miei interlocutori ha iniziato un’intervista con queste parole: ‘Sono nato nell’anno del topo ardente’. Il buddismo definisce e modella la percezione che uno ha di se stesso e della realtà in modo molto diverso. Tuttavia, non è stata solo la filosofia buddista a costituire un ostacolo nelle mie ricerche. È molto difficile farsi strada nella ricchezza semiotica della cultura tibetana, ricchezza che si evidenzia sia nel linguaggio che nelle forme artistiche. Essendo consapevole di queste differenze, prima di iniziare il lavoro sul campo ho adottato alcune misure per ridurre al minimo potenziali difficoltà e battute d’arresto. Ho partecipato a corsi sulla storia del Tibet o sulla filosofia tibetana organizzati da vari istituti scientifici in Europa e in Asia. È stato così che ho imparato a convivere con monaci e monache”.
Com’era la sua vita sull’Himalaya?
“In India e Nepal ho partecipato alle celebrazioni buddiste della traduzione della sotto scuola Karma Kagyü. Mi sono concentrata principalmente su feste e cerimonie, perché sapevo che coinvolgono in maniera complessa la comunità tibetana in esilio. Le mie ricerche traevano stimolo dal presupposto che queste cerimonie fossero la cartina di tornasole perfetta per mostrare l’atteggiamento dei tibetani contemporanei nei confronti della propria tradizione. Ho osservato i preparativi, i rituali e quello che accadeva una volta che erano portati a termine. Ho assistito, tra l’altro, alle diverse settimane di celebrazioni legate alla festa del Losar, il capodanno tibetano (secondo il calendario tibetano, ci troviamo nel 2148, l’anno del Bue di Ferro), al festival di preghiera Kagyü Monlam Chenmo organizzato ogni anno a Bodh Gaya (il luogo dell’illuminazione del Buddha) o alle solennità legate alla consacrazione di un nuovo monastero costruito a Ladakh. Negli anni 2014-2018 ho condotto nove viaggi a scopo di ricerca. Gli inizi sono stati ovviamente difficili. Anche se ero in possesso di tutti i permessi necessari per condurre i miei studi, fatto in sé molto raro, durante il mio primo viaggio ero io quella ad essere costantemente l’osservata! Tuttavia, dopo qualche tempo, superata la diffidenza iniziale, il mio rapporto con i monaci si è trasformato in amicizia. Non sono più stata percepita come una minaccia. Ritengo che le differenze culturali e fisiche tra me e i rappresentanti di quella comunità abbiano contribuito al distendersi e poi allo stringersi delle nostre relazioni. Vede, rispetto alla media tibetana io sono molto alta: un metro e ottantacinque. Per questo mi è stato dato il soprannome ‘Lambu’, che in hindi significa ‘persona alta’. E continuo a essere chiamata così. Dopo la discussione del mio dottorato, alcuni tibetani hanno iniziato a chiamarmi ‘Dottoressa Lambu’. Anche dopo che ho lasciato quelle comunità sono riuscita a mantenere quei rapporti grazie alla tecnologia e alla messaggistica istantanea. Durante i soggiorni nei luoghi delle mie ricerche, ho cercato di lavorare in maniera consapevole sulla mia identità, sia culturale che professionale. Calandomi nel ruolo dell’antropologa autoriflessiva, ho cercato di costruire con grande cura le relazioni con le persone che studiavo e intervistavo. Ho sempre manifestato un segno di grande rispetto per i lama (titolo tributato dai tibetani agli insegnanti buddisti) e per i monaci in generale. Se partecipavo alle loro cerimonie lo facevo come buddista. Con il tempo i monaci hanno iniziato a insegnarmi molte cose, fatto che si è rivelato di straordinaria utilità nelle mie ricerche sul campo. Sono diventata non solo co-partecipante, ma anche co-produttrice degli eventi che osservavo. Aiutavo a decorare l’altare con i fiori, facevo le fotografie o partecipavo alla registrazione dei video delle varie cerimonie che venivano organizzate. Non solo osservavo quello che accadeva, per così dire, sulla scena ma partecipavo attivamente alla vita dietro le quinte. Ricordo che una volta durante i preparativi di una cerimonia, un laico nepalese si è mostrato terribilmente indignato nel vedermi aiutare i monaci. Mi aveva percepita come un’intrusa che, autolegittimatasi, aveva osato profanare l’altare. Fortunatamente, i monaci hanno chiarito subito quel malinteso. Durante i miei viaggi successivi, non mi sono mai più trovata in tali situazioni. Alla fine tutti si abituavano alla mia presenza”.
Ma lei pratica il buddismo?
“Sì, sono una buddista-convertita anche se devo dire di non amare molto questa espressione. Da oltre tredici anni sperimento personalmente come il buddismo modelli la vita quotidiana e cambi la percezione del mondo circostante. Le mie esperienze individuali e l’immaginazione sociologica raffinata nel corso dei miei studi mi hanno permesso di guardare al dharma (l’insieme delle leggi e degli insegnamenti buddisti) attraverso il prisma della società. In principio ero interessata alla migrazione e all’adattamento del buddismo nel nostro contesto culturale. Mentre lavoravo alla monografia ‘Il Buddismo della Via di Diamante in Polonia. Il racconto degli inizi’, ho iniziato a domandarmi come sia potuto accadere che oggi diverse migliaia di polacchi si identifichino con una religione così lontana ideologicamente e culturalmente. Nel tempo, ho spostato i miei interessi di ricerca più vicino alla loro fonte, l’Himalaya”.
Il buddismo ha la straordinaria capacità di adattarsi alle nuove condizioni. Oggi, quando viene praticato in esilio, come resiste al confronto con la modernità?
“Le istituzioni e gli insegnanti buddisti stanno cominciando a rendersi conto che sono necessari dei cambiamenti. I monasteri in Tibet hanno sempre svolto un ruolo completamente diverso rispetto al buddismo praticato in Occidente. Costituivano delle realtà molto ermetiche e omogenee, erano uno dei pilastri fondamentali della vita sociale dei tibetani. Nelle narrazioni storiche è possibile imbattersi nell’espressione ‘mass monasticism’; stando ai documenti conservati, si stima che nel XVII secolo ci fossero oltre 1.800 monasteri sparsi in tutto il Tibet, numero poi salito a 2.700 nella prima metà del XX secolo (a quei tempi i monaci costituivano il 24% circa della popolazione totale tibetana, quando – per esempio – nella Thailandia buddista erano solo il 2%). Capitava spesso che, al di là delle funzioni tipicamente religiose, i monasteri fossero anche centri di cultura, scienza e artigianato. La realtà descritta dai primi orientalisti o antropologi in visita in Tibet era quella di un mondo feudale altamente strutturato. Per questo motivo, nel contesto dell’esilio e per poter sopravvivere, le forme di vita sociale e le modalità di trasferimento della conoscenza sviluppatesi nel corso dei secoli hanno dovuto adattarsi rapidamente alle nuove condizioni di vita. Tra le diverse novità i monaci che oggi frequentano i monasteri studiano anche materie occidentali. L’accesso all’istruzione garantisce ai giovani la libertà di scelta. In altre parole, possono decidere il loro futuro senza vincoli istituzionali. Un tempo, un monaco che abbandonasse la vita monastica era condannato a un destino molto difficile. Non era preparato a condurre la propria esistenza nella società laica. Attualmente, questa scelta dipende solo dai desideri e dalle preferenze individuali dei giovani. Sono loro a decidere se continuare la propria educazione nel monastero o se abbracciare la condizione laicale. A cambiare in modo significativo è stato anche il modello educativo e gestionale delle istituzioni monastiche. Il fascino del Tibet ha spinto molte persone a intraprendere dei viaggi in India, Nepal e Bhutan. Alcuni di loro hanno scelto la strada del volontariato presso queste istituzioni. È stato grazie alla presenza di questi occidentali che queste istituzioni sono cominciate gradualmente a cambiare. Quei monasteri, un tempo così chiusi alle influenze del mondo circostante, oggi si stanno lentamente liberalizzando. Per esempio offrono attività di co-educazione per i più giovani. Anche i riti e le cerimonie sono notevolmente cambiati. Alle cerimonie un tempo dedicate esclusivamente ai monaci, oggi possono partecipare anche i laici e non necessariamente i tibetani. Durante il festival di preghiera Kagyü Monlam Chenmo di dicembre, sotto l’albero della Bodhi (nel luogo dove il Buddha ebbe l’illuminazione più di 2.500 anni fa) insieme ai tibetani stendono le proprie stuoie buddisti provenienti dalle Americhe, dall’Australia, dall’Europa e dalla Russia. Meditano tutti insieme e recitano i loro auguri per la pace, la prosperità e la felicità nel mondo”.
A causa della popolarità del buddismo e di film come “Sette anni in Tibet”, nell’immaginario occidentale persiste un’immagine piuttosto romantica e antiquata del Tibet. Eppure la vita quotidiana di un monastero deve essere oggi completamente diversa.
“All’idealizzazione del Tibet in Occidente hanno senz’altro anche contribuito il mito di Shangri-La (invenzione lettera dello scrittore britannico James Hilton che presenta l’immagine idealizzata di una valle mistica e idillica situata nell’Himalaya) o di Shambhala (il regno ricco e misterioso descritto in uno degli insegnamenti buddisti). E a questa idealizzazione hanno contributo anche gli scritti dei missionari, dei viaggiatori e dei primi orientalisti che a partire dal XVII secolo cominciarono a diffondere in Occidente una visione mistico-magica del Tibet. Le narrazioni che ci hanno trasmesso, mescolate con idee e valori buddisti, hanno contribuito alla creazione dell’immagine irreale di un paese puro o addirittura paradisiaco. Ma la vita monastica è qualcosa di completamente diverso. Nel corso dei miei primi viaggi a Kalimpong o Kathmandu ho potuto osservare in quali difficili condizioni si sviluppasse la vita monastica; quanto grande fosse la loro povertà e misera la loro alimentazione. I monaci tibetani vivono per lo più senza l’accesso costante all’acqua calda e al riscaldamento, fatto che rende la loro vita ancora più dura durante l’inverno. Ovviamente ci sono delle eccezioni, esistono anche monasteri più ricchi dove talvolta si impiega il riscaldamento elettrico. Tuttavia di norma il riscaldamento non viene utilizzato. I monaci si alzano solitamente alle 5 del mattino e fanno una doccia fredda, a colazione mangiano tsampa [un impasto a base di farina di orzo] accompagnandola con il tè o con una minestra. Nonostante queste dure condizioni di miseria, i monaci nutrono un grande rispetto per il buddismo, provano autentica soddisfazione e gioia per quello che fanno. Non solo non si lamentano, ma guardano alla realtà con grande ottimismo”.
Diciamo pure le cose come stanno: la vita monastica tibetana è la negazione del mondo occidentale. Ma il mondo degli smartphone e di Netflix è ancora in grado di trarre qualche insegnamento dal buddismo? O forse è il buddismo che deve adattarsi alla modernità?
“Il ruolo esercitato dalle nuove tecnologie e dai media non può essere giudicato in maniera univoca. Possiamo riconoscere in esso un impatto positivo, perché è proprio grazie ai social media e allo streaming che le persone della diaspora tibetana possono, ad esempio, partecipare a conferenze e meditazioni online. Durante la pandemia è stato interessante vedere come le nuove tecnologie abbiano iniziato ad essere utilizzate dai monasteri durante la trasmissione delle cerimonie. Indubbiamente questo è uno degli aspetti positivi della modernità. Tuttavia, molti dei miei interlocutori e maestri tibetani hanno messo in guardia dai rischi rappresentati da Internet e dagli smartphone. Distraggono e disturbano i giovani adepti nelle pratiche monastiche e meditative. A causa della tecnologia i giovani monaci smettono di perfezionarsi nelle tecniche contemplative, appaiono più svogliati e invece di meditare preferiscono la socializzazione offerta dai social media. Nel corso del mio lavoro di ricerca ho potuto notare come Internet e le nuove tecnologie rappresentino una minaccia enorme. Determinano l’emergere di nuovi tipi di personalità: gli utenti dei social media vogliono crearsi e definirsi in modo diverso. Inoltre i social alternano le gerarchie tra le priorità della vita; sono dei potenti fattori di distrazione che agitano davanti agli occhi dei giovani monaci la meravigliosa e idilliaca visione della società secolare occidentale, stornando la loro attenzione della tradizione buddista. I giovani tibetani si trovano oggi a un bivio. Molti di loro smettono di attribuire importanza alle cerimonie e si realizzano e definiscono attraverso i modelli consumistici che le nuove tecnologie contribuiscono a creare. È interessante notare che questo problema viene lentamente notato anche dagli stessi interessati. Durante i miei viaggi, ho visto come gradualmente i lama più anziani hanno cominciato a riconoscere la minaccia. Alcuni monaci hanno creato dei profili Facebook, conoscono il mondo occidentale attraverso il filtro dei social media e trascorrono sempre più tempo online. Di conseguenza, nei monasteri si cominciano a introdurre delle regole per l’utilizzo di Internet. Un fenomeno simile è stato presentato nel film 'La coppa' del 1999, in cui alcuni giovani monaci del Bhutan escono di soppiatto dal monastero per guardare le trasmissioni dei Mondiali di calcio in un bar locale. Anche se molte cose sono cambiate dall’avvento della televisione satellitare, il meccanismo è molto simile a quello che sta accadendo vent’anni dopo. È inoltre singolare che i monaci delle diverse tradizioni amino così tanto il gioco del calcio. Durante le pause nel corso di alcuni festival di preghiera, tra un rituale e l’altro, vengono giocate delle partite. Del resto è noto che alcune stelle del calcio mondiale facciano visita ai monaci in Nepal o nel nord dell’India”.
Ma i membri delle giovani generazioni in esilio sono ancora ancora interessati al buddismo e alla vita nei monasteri?
“Una volta, durante una mia missione di ricerca, ho parlato con una studentessa tibetana di sociologia di Kathmandu. Era molto colpita dal mio livello di conoscenza del buddismo tibetano. Mi ha addirittura chiesto alcuni chiarimenti riguardo ad alcune questioni che conosceva solo confusamente dalle pratiche di sua madre e sua nonna. Conversare con quella studentessa è stata per me una grande esperienza di scambio di conoscenze e riflessioni su Émil Durkheim e Pierre Bourdieu, nonché di considerazioni sugli insegnamenti impartiti da Chökyi Nyima Rinpoche (uno dei maestri buddisti che vivono oggi a Kathmandu). Con la generazione più giovane le cose vanno in modo diverso, ci sono diversi atteggiamenti. A volte gli stessi giovani tibetani affermano di essere ispirati dagli occidentali, perché parlando con loro si rendono conto di avere delle lacune nelle loro conoscenze. Quindi iniziano a chiedersi perché mai quelle persone percorrano migliaia di chilometri e spendano molto denaro solo per incontrare un maestro, ascoltare le sue lezioni o partecipare a pratiche di meditazione. Nonostante ciò, condizionati dalla visione del mondo idealizzato della produzione bollywoodiana, dai contenuti dei media e dei social media, molti giovani tibetani rinunciano alla vita monastica. L’unica cosa che li accomuna tutti e che sembra non tramontare è il grande rispetto che nutrono per la tradizione. Non mi sono mai trovata in una situazione in cui un rappresentante della generazione più giovane abbia negato il valore del buddismo e dei suoi insegnamenti. E non è raro che anche i maestri tibetani in esilio, persone che avevano ricevuto la propria istruzione ancora in Tibet, decidano di rinunciare alla vita monastica. In generale i monasteri si stanno oggi misurando con il problema della carenza di persone disposte a intraprendere quella strada. Ci sono molti meno monaci rispetto a un tempo. Prima che il Tibet perdesse la sua indipendenza, nei grandi centri monastici intorno a Lhasa vivevano anche diverse migliaia di monaci. Attualmente, nelle istituzioni che ho visitato, ce ne sono solo alcune decine o al massimo alcune centinaia. Ciò nonostante, anche se i grandi maestri stanno morendo, ci sono ancora molte persone sinceramente dedite alla pratica del buddismo e capaci di raggiungere livelli impressionanti di comprensione senza farsi distrarre dalla tecnologia e dalle tentazioni della modernità. Quando la Cina invase il Tibet, ebbe inizio la diaspora tibetana. I monaci ripararono non solo in India, Nepal e Bhutan, ma anche in Europa e in Australia. In esilio cominciarono a sorgere varie istituzioni. In Francia, per esempio, ci sono monasteri dove vengono formati monaci che sono oramai occidentali, autoctoni. Si prenda il caso del centro monastico Dhagpo Kagyu Ling, dove insegnano sia i lama formatisi in Oriente sia gli insegnanti occidentali riconosciuti come tulku, ovvero incarnazioni di maestri precedenti”.
Il buddismo rischia di andare incontro a quello che è accaduto in Irlanda o in Spagna dove le chiese appaiono ormai svuotate?
“Uno dei miei interlocutori, il direttore di una scuola Karma Kagyü, al quale ho rivolto una domanda simile, mi ha dato una risposta molto interessante. Ha considerato il fatto, in sé molto triste, della netta diminuzione dei praticanti rispetto a un tempo. Tuttavia, ha aggiunto che la consapevolezza di questa transitorietà potrebbe diventare paradossalmente un fattore che permetterà al buddismo di sopravvivere. Le mutevoli condizioni politiche e socio-culturali potrebbero portare un giorno alla situazione in cui, consapevolmente, il buddismo sarà praticato da molte meno persone rispetto a oggi. Eppure è possibile che la pratica di questi pochi porterà a maggiori risultati, perché nascerà “direttamente dal cuore”, da una motivazione autenticamente sentita. In questo modo queste persone diventeranno il mezzo che garantirà la durata del messaggio”.
Che cosa cercano gli occidentali nel buddismo?
“Probabilmente sono attratti dalla razionalità e dall’approccio logico alla vita che traspaiono dagli insegnamenti del buddismo; dall’idea che sia la persona stessa, e non una forza esterna, a essere responsabile della sua vita. Ma a volte gli occidentali cercano anche soltanto qualcosa che li aiuti a vivere meglio giorno dopo giorno. Il buddismo non è soltanto una filosofia: è anche un insieme di pratiche che possono essere adottate nel quotidiano. È nota la discussione infinita sulla natura del buddismo, sul fatto se sia una filosofia o una religione. Quando gli studenti mi fanno questa domanda io gli rispondo sempre che è semplicemente un modo di vivere. Il buddismo ti permette di reagire agli stimoli della realtà in modo più razionale. Contrariamente all’opinione comune, il suo obiettivo non è liberarsi delle emozioni. Il buddista è invece consapevole dell’esistenza delle emozioni, pur non essendo in alcun modo dipendente da esse. Il buddismo è anche un insieme di metodi che aiutano a vivere in modo più consapevole e felice. Una serie di studi condotti nell’ambito della psicologia o delle scienze cognitive confermerebbe l’influenza positiva del buddismo sullo stato d’animo di chi lo pratica. Il divulgatore scientifico e autore di bestseller Robert Wright ha scritto un libro molto interessante, “Why Buddism is True”, sulla base delle proprie esperienze, interviste con esperti e conversazioni avute durante diversi ritiri di meditazione (solitamente eventi della durata di diversi giorni o settimane organizzati da insegnanti qualificati in cui i partecipanti imparano e migliorano le tecniche di meditazione). Wright fornisce una spiegazione essenziale di alcune questioni che possono essere definite come il fulcro stesso del buddismo. Propone una sintesi niente affatto facile poiché sotto il termine “buddismo” si raccoglie un numero enorme di insegnamenti e una grande varietà di tradizioni. Buddha Kyamuni (la figura storica del principe Siddhartha Gautama, vissuto più di duemila e mezzo anni fa nel nord dell’India ed oggi considerato il fondatore del buddismo) ha lasciato circa 84.000 insegnamenti. Il canone in lingua tibetana è composto da 108 libri, di cui i successivi 224 sono una raccolta di commenti. I cittadini delle moderne società occidentali lottano con ogni tipo di problema, con uno stile di vita frenetico e la necessità di controllare quotidianamente un’enorme quantità di informazioni. Sono spinti dalla necessità di raggiungere il successo, di garantire una vita dignitosa a se stessi e agli altri, ma con il tempo si accorgono che, nonostante i grandi sforzi sostenuti, vivono pochi momenti di autentica gioia e soddisfazione. Per questo motivo iniziano a cercare altre soluzioni utili al raggiungimento della felicità, soluzioni che – indipendentemente dagli inevitabili fattori esterni – li aiutino a migliorare la qualità delle loro vite. Tuttavia, la stessa medicina non agisce nello stesso modo su ciascuno di noi. È per questo che il numero delle indicazioni e degli insegnamenti lasciatici dal Buddha e dai successivi maestri buddisti è così grande. Lo sviluppo tecnologico, Internet e i social media favoriscono l’accesso al sapere, ai maestri e ai gruppi di meditazione. Rendono popolari concetti come attenzione (mindfulness in lingua inglese), meditazione e vita consapevole. Tuttavia, comportano anche un certo rischio. Fanno sì che persone inesperte e non qualificate, ma con molti followers sui social media, inizino a trasmettere idee e concezioni della meditazione che, anziché aiutare, possono nuocere il prossimo. Pertanto, invito sempre gli studenti a verificare con attenzione le fonti da cui traggono il proprio sapere, a controllare l’origine e l’esperienza di questi esperti e soprattutto ad accertarsi se effettivamente nella loro vita seguano i precetti che impartiscono”.
La dottoressa Malwina Krajewska è ricercatrice presso il Dipartimento di Ricerche Culturali dell’Istituto di Sociologia dell’Università di Torun. Si interessa di cultura, sociologia della religione e trasformazioni sociali. La sua ricerca si concentra sui cambiamenti che il buddismo contemporaneo sta attraversando in Europa e in Asia.
(Copyright Gazeta Wyborcza/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Dario Prola)