Mai più "indiani", via nomi e simboli dei nativi dalle squadre americane
di Massimo Basile , di Massimo BasileNEW YORK - Quando i fieri nipotini di Geronimo, Nuvola Rossa e Piccolo Corvo vennero relegati nelle riserve dai vincitori di razza bianca, tutti pensarono all'ultimo capitolo della Storia. Dall'Arizona al'Idaho, dall'Oklahoma a Rhode Island, le tribù dei nativi americani sarebbero rimaste nell'ombra, restando però vive nell'immaginario collettivo del Paese. Ma diventa sempre più difficile. Al posto dei fucili ci sono le forbici, e al posto delle frecce programmi di grafica digitale.
La decisione della storica franchigia di baseball dei Cleveland Indians di cambiare il nome in "Guardians" per togliere ogni riferimento razziale o stereotipato, è visto da una parte come gesto di rispetto verso i nativi e, dall'altra, come segno dell'ulteriore cancellazione di una memoria collettiva. Il movimento Black Lives Matter c'entra fino a un certo punto.
NEW YORK - Quando i fieri nipotini di Geronimo, Nuvola Rossa e Piccolo Corvo vennero relegati nelle riserve dai vincitori di razza bianca, tutti pensarono all'ultimo capitolo della Storia. Dall'Arizona al'Idaho, dall'Oklahoma a Rhode Island, le tribù dei nativi americani sarebbero rimaste nell'ombra, restando però vive nell'immaginario collettivo del Paese. Ma diventa sempre più difficile. Al posto dei fucili ci sono le forbici, e al posto delle frecce programmi di grafica digitale.
La decisione della storica franchigia di baseball dei Cleveland Indians di cambiare il nome in "Guardians" per togliere ogni riferimento razziale o stereotipato, è visto da una parte come gesto di rispetto verso i nativi e, dall'altra, come segno dell'ulteriore cancellazione di una memoria collettiva. Il movimento Black Lives Matter c'entra fino a un certo punto.
Negli ultimi cinquant'anni sono scomparse da scudi, distintivi, bandiere e magliette di squadre e università decine di riferimenti ai nativi americani e alle tribù in cui si dividevano. Volti Apaches, Navajos, Cherokee sono stati sostituiti da aquile, ponti e cavallini. Se la Casa Bianca ha approvato la scelta di Cleveland, l'ex presidente Donald Trump l'ha definita una "disgrazia". "Sapete chi sono i primi a restarci male? Proprio i nativi del nostro Paese".
Il primo caso risale al 1969 quando la franchigia di basket dei Philadelphia Warriors si trasferì a San Francisco. Al posto del simbolo del nativo che palleggiava come un Globetrotter misero l'immagine del Golden Gate Bridge. Il nome Warriors è rimasto, ma nessuno associa il termine 'guerrieri' ai nativi. Tre anni dopo, sull'onda della protesta studentesca della Dickinson State University, North Dakota, venne tolta la mascotte 'Savage', che raffigurava il profilo di un capo indiano, per sostituirlo con quello di un'aquila.
Nel '74, toccò alla squadra di football di Dartmouth College: il fiero profilo di un nativo fece posto a una 'D' stilizzata. La Eastern Washington University scelse le 'Aquile'. Negli anni '90 lo slogan "Una volta Urone, per sempre Urone", omaggio al popolo irochese, sparì dal logo della Eastern Michigan Hurons, per diventare, indovinate un po'? 'Eagles'. La 'Tempesta Rossa' è sparita dal logo di St. John's University, New York, dove ora c'è un cavallo rampante.
E ancora: nel 2000 il capo indiano con scure e coltello è stato bannato dall'Università di Seattle, gli 'Indians' sono diventati 'Mustangs' alla Nebraska Wesleyan University, e altri 'Indians' sono stati cancellati dall'università texana Midwestern State, l'Università dell'Illinois e Arkansas State University. Dall'anno scorso i Washington Redskins non sono più 'Pellerossa' ma Washington Football Team.
Per i tifosi di Cleveland, che dal 2022 non avranno più il nome 'Indians' apparso per la prima volta sulle divise nel 1915, è andata meglio: i Guardians sono un simbolo storico della città, perché così sono chiamate le gigantesche statue art deco che adornano l'Hope Memorial Bridge, e fanno 'i Guardiani del traffico' lungo il ponte che collega la parte ovest della città con quella a est. Non 'guardiani' indigeni, però. Arrivano da più lontano: uno di loro ricorda Mercurio, il dio veloce della mitologia romana.