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Cina-Canada, che cosa c'entra "Lady Huawei" con la condanna a morte di Schellenberg

Un poliziotto cinese segnala a un fotografare di non fare scatti davanti all'ambasciata canadese a Pechino (ansa)
Il tribunale di Liaoning ha respinto l'appello del canadese contro la pena capitale per contrabbando, mentre due suoi connazionali sono sospettati di spionaggio. Un tempismo non casuale: l'ereditiera del colosso delle telecomunicazioni in questi giorni sta lottando contro l'estradizione da Ottawa negli Stati Uniti
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PECHINO - Un condannato a morte per traffico di droga. Un avvocato e un imprenditore sospettati di spionaggio. La battaglia della figlia dell’uomo a capo dell’impero tecnologico più importante di Cina per evitare l’estradizione.

È attorno a questi quattro personaggi che si sviluppa questa storia. Fatta di processi lampo e spesso segreti, vendette, ricatti, arresti incrociati, sentenze emesse in tempi a dir poco sospetti e accuse di “diplomazia degli ostaggi”. E che rischia di compromettere ancora di più il già fragile e precario filo che lega Pechino a Ottawa.

Questa mattina il tribunale di Liaoning, Nordest della Cina, ha respinto l’appello presentato dal canadese Robert Lloyd Schellenberg. Condannato alla pena capitale per aver contrabbandato più di 200 chili di metanfetamine.

Schellenberg inizialmente si era beccato 15 anni di carcere. Nel gennaio del 2019, però, un mese dopo l’arresto in Canada …

PECHINO - Un condannato a morte per traffico di droga. Un avvocato e un imprenditore sospettati di spionaggio. La battaglia della figlia dell’uomo a capo dell’impero tecnologico più importante di Cina per evitare l’estradizione.

È attorno a questi quattro personaggi che si sviluppa questa storia. Fatta di processi lampo e spesso segreti, vendette, ricatti, arresti incrociati, sentenze emesse in tempi a dir poco sospetti e accuse di “diplomazia degli ostaggi”. E che rischia di compromettere ancora di più il già fragile e precario filo che lega Pechino a Ottawa.

Questa mattina il tribunale di Liaoning, Nordest della Cina, ha respinto l’appello presentato dal canadese Robert Lloyd Schellenberg. Condannato alla pena capitale per aver contrabbandato più di 200 chili di metanfetamine.

Schellenberg inizialmente si era beccato 15 anni di carcere. Nel gennaio del 2019, però, un mese dopo l’arresto in Canada di Meng Wanzhou, figlia del fondatore di Huawei, in un processo lampo si era visto trasformare la pena in una sentenza di morte.

Lady Huawei contro l'estradizione

La decisione di oggi della corte ha un tempismo che non sorprende. Dall’altra parte dell’Oceano, a Vancouver, "Lady Huawei", principessa ereditaria del colosso delle telecomunicazioni fondato da suo padre Ren Zhengfei nel 1987 e oggi direttrice finanziaria della compagnia, dai suoi domiciliari dorati in Canada sta provando in questi giorni in tutti i modi assieme ai suoi avvocati ad evitare l’estradizione negli Stati Uniti. 

Per capire perché bisogna però riavvolgere le lancette e tornare al 2018. Accusato di spionaggio per conto di Pechino, quell’estate l’allora presidente americano Donald Trump fa pressing sugli alleati affinché sbarrino le loro porte al colosso di Shenzhen.

L’affaire Huawei si scalda a dicembre. Mentre Donald Trump e Xi Jinping sono a cena in Argentina, durante il G20, per cercare una tregua sulla guerra dei dazi tra Usa e Cina, il 1° dicembre all’aeroporto di Vancouver, su richiesta americana, Meng viene arrestata con l’accusa di aver violato l’embargo verso l’Iran.

Verrà liberata su cauzione dieci giorni dopo, ma non può lasciare il Paese. Per Pechino è una “dichiarazione di guerra”, copyright del direttore del Global Times, il tabloid in lingua inglese affiliato al Partito comunista. Che trascina il Canada nella disputa tra le due superpotenze.  

Due canadesi accusati di spionaggio

Ed è qui che entrano in scena gli ultimi due protagonisti di questo pericoloso canovaccio: i due Michael, Kovrig e Spavor. Fermati il 10 dicembre del 2018, anche se l’arresto verrà ufficializzato soltanto a maggio.

Il primo è un ex diplomatico, il secondo un imprenditore che vanta contatti diretti con il dittatore nordcoreano Kim Jong-un. Accusato di aver rubato documenti segreti cinesi e averli venduti ad altre nazioni, domani dovrebbe conoscere il suo destino. 

Per Schellenberg, invece, l’ultima carta che gli è rimasta è un ulteriore appello alla Suprema Corte. Ma quello che conterà davvero sarà la decisione su Lady Huawei.