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Diario da Kabul. Un selfie di riconciliazione con i talebani

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Oggi una scena serena ha compensato in piccola parte la cupezza di questi giorni. Alle 8 e 30, nel reparto prove, i pazienti sono ancora pochi. Aspettano le nuove protesi. Li conosco, vengono da anni. A., sulla sessantina, tagiko, ha l’aria pensierosa sotto un’enorme massa di capelli sale e pepe. Era comunista, lo è ancora nel cuore, una volta mi ha detto. Sarà la decima protesi che riceve. F. è più giovane, era mujahiddin, viene dal Panshir. Lo dichiara spavaldo il berretto pakul, quello reso famoso dal comandante Ahmad Shah Massud. Sembra un’anima in pena, nervoso e in allarme. Il terzo è B., hazara, trent’anni, magro e svelto. Credo ripari telefonini.

 

Oggi una scena serena ha compensato in piccola parte la cupezza di questi giorni. Alle 8 e 30, nel reparto prove, i pazienti sono ancora pochi. Aspettano le nuove protesi. Li conosco, vengono da anni. A., sulla sessantina, tagiko, ha l’aria pensierosa sotto un’enorme massa di capelli sale e pepe. Era comunista, lo è ancora nel cuore, una volta mi ha detto. Sarà la decima protesi che riceve. F. è più giovane, era mujahiddin, viene dal Panshir. Lo dichiara spavaldo il berretto pakul, quello reso famoso dal comandante Ahmad Shah Massud. Sembra un’anima in pena, nervoso e in allarme. Il terzo è B., hazara, trent’anni, magro e svelto. Credo ripari telefonini.

 

Mi fermo a salutare anche un paziente conosciuto ieri, soldato dell’esercito fino a pochi mesi fa. Ha perso le gambe e spesse cicatrici gli segnano viso e braccia: sicuramente opera di una mina. Sono le prime protesi, si vede dalla fatica che fa. Sembra una mattinata come un’altra, fino a che non arrivano due talebani dall’aria decisa. Li diresti gemelli, stesso vestito e copricapo, identica pettinatura, alla Raffaello Sanzio, barba rada.

A uno manca una gamba. Spero non facciano la voce grossa, sono molti a pensare occorra, convinti che, anche qui, uno debba battersi per ottenere servizi. Il loro ingresso raggela l’atmosfera. Invece si siedono tranquilli in un angolo guardandosi in giro, mentre gli altri fingono di non vederli.

 

Mi chiamano al reparto femminile. Quando torno, i due hanno cambiato posto. Stanno parlando con il soldato, le facce accostate. Nemici fino a ieri, mi chiedo cosa dicano. Nemmeno dieci minuti e li trovo accanto al mujahiddin che li fissa ostile. Speriamo si controlli, in genere F. non ha peli sulla lingua. Invece eccoli scoprirsi i monconi e confrontarli. Sorridono. Stessa amputazione, gamba destra sotto il ginocchio. F. parla dari, quelli pashtu, ma sembrano capirsi.

Non è finita: tocca al comunista. Non sento cosa dice, ma risponde alle domande con l’aria di un vecchio saggio. Soppesano la protesi a lungo, esaminandola sopra e sotto. Faccio appena in tempo a voltarmi che i sei siedono tutti assieme, vicinissimi, i talebani in mezzo. È per un selfie. Soldato, omunista, mujahiddin, hazara e talebani, etnie diverse e rivali in allegra ammucchiata. Confesso che lo spettacolo mi ha fatto ridere. E se per la riconciliazione nazionale venisse proposto un programma di selfie?

 

Alberto Cairo è il responsabile del programma ortopedico della Croce rossa internazionale in Afghanistan