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Diario da Kabul. Il rispetto diffidente per gli stranieri

Festeggiamenti dei talebani dopo che l'ultimo aereo americano ha lasciato Kabul (afp)

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La notte del 31 agosto il cielo di Kabul si è illuminato di spari a festa. È andata avanti per un po’, spaventandomi il gatto. “L’occupazione straniera è finita”, annunciano i nuovi governanti, “il Paese è nostro”. Vedremo che ne faranno. 

Sono parecchi a domandarmi se restare in Afghanistan mentre tanti partono non sia schierarsi e se ci si possa fidare dei talebani. La prima risposta è semplice: la Croce Rossa Internazionale non è qui per il regime in carica, ma per aiutare gli afghani di ogni etnia e partito. Lavora in Paesi in guerra e l’Afghanistan lo è.  Più complesso è il discorso sulla fiducia. Da sempre, allo scopo di soccorrere la gente, dialoghiamo con tutte le fazioni, spiegando il nostro ruolo e quanto ci aspettiamo da loro. In Afghanistan ha funzionato.

 

La notte del 31 agosto il cielo di Kabul si è illuminato di spari a festa. È andata avanti per un po’, spaventandomi il gatto. “L’occupazione straniera è finita”, annunciano i nuovi governanti, “il Paese è nostro”. Vedremo che ne faranno. 

Sono parecchi a domandarmi se restare in Afghanistan mentre tanti partono non sia schierarsi e se ci si possa fidare dei talebani. La prima risposta è semplice: la Croce Rossa Internazionale non è qui per il regime in carica, ma per aiutare gli afghani di ogni etnia e partito. Lavora in Paesi in guerra e l’Afghanistan lo è.  Più complesso è il discorso sulla fiducia. Da sempre, allo scopo di soccorrere la gente, dialoghiamo con tutte le fazioni, spiegando il nostro ruolo e quanto ci aspettiamo da loro. In Afghanistan ha funzionato.

 

Il governo appena caduto sapeva del nostro aiuto a cliniche e ospedali frequentati dai talebani, e questi del sostegno agli ospedali in zone governative, senza creare ostacoli. Se difficoltà sorgevano (e sono state tante), si discuteva. La reciproca fiducia si è formata nel tempo. Non assoluta né permanente, va continuamente rinnovata. La concezione degli stranieri in Afghanistan è cambiata con il tempo. Trent’anni fa, da poco a Kabul, mi chiesero se in Italia avessimo i ladri. Seriamente. Gli afghani parevano pensare gli stranieri persone senza macchia.

Negli ultimi decenni la massiccia presenza straniera e l’accesso all’informazione hanno sfatato il mito (ci credevano anche tutti ricchi: vollero sapere quanti cuochi avessi in Italia). La graduatoria nella stima per gli occidentali vede ancora in cima la Germania per la qualità dei progetti e del suo made in; seguono Canada, Australia, e Paesi Scandinavi. L’Italia non sfigura. Più giù USA e Inghilterra, sebbene sempre mete ambite. Russia, Pakistan, Iran e Paesi arabi sono solo posti-ripiego. Invariato resta il rispetto per gli stranieri in quanto ospiti. Ma una certa cautela nei rapporti con gli occidentali è palpabile: creature di altri mondi e culture, starci vicini “contamina”.

 

 

Chi si è esposto è spesso percepito con sospetto. Non estranee invidia e ignoranza. Me lo hanno confessato svariati impiegati del nostro centro di riabilitazione, direi senza nuocere al loro impegno e rapporto con me. C’è però una cosa che non capisco. Che io non sia mussulmano da un lato sembra quasi rassicurare (chissà mai perché), dall’altra fa sentire molti in dovere di invitarmi a diventarlo. Taglio corto, grazie, non discuto di religione. Mi auguro solamente che chi mi conosce mi apprezzi per quello che sono, malgrado i miei limiti.