Afghanistan, con le donne alla Moschea Blu: “Qui decidiamo la nostra fuga”
dal nostro inviato Paolo Brera , dal nostro inviato Paolo BreraMAZAR-I SHARIF- Il talebano mite osserva placido con la mano sul fucile le ragazze alla cancellata, sfilano con i veli ordinati sui capelli e sul viso, i burqa azzurri come gli arabeschi della moschea in cui vanno a pregare; il talebano rude caccia a calci un ragazzo che ha sbagliato ora e giorno, "stamattina in moschea entrano solo le donne, vattene", gli sbraita dietro.
Tra le deliziose maioliche della Moschea Blu di Mazar-I Sharif, nel giorno e nelle sole ore del mattino concesse alle donne, Nazifa Hoshimi c'è rimasta due ore. "Ho pregato per la mia famiglia, e ho parlato con le altre donne. Come facciamo a scappare? Dove andiamo? È meglio tentare dall'Iran o dall'Uzbekistan? Due mi hanno chiesto cosa ne pensassi: Nazifa, diccelo e facciamo anche noi le stesse cose, se andate voi riusciremo anche noi no?". Questa follia misogina di dividere i destini e gli orari dei maschi e delle femmine persino durante la preghiera, genera piccole op…
MAZAR-I SHARIF- Il talebano mite osserva placido con la mano sul fucile le ragazze alla cancellata, sfilano con i veli ordinati sui capelli e sul viso, i burqa azzurri come gli arabeschi della moschea in cui vanno a pregare; il talebano rude caccia a calci un ragazzo che ha sbagliato ora e giorno, "stamattina in moschea entrano solo le donne, vattene", gli sbraita dietro.
Tra le deliziose maioliche della Moschea Blu di Mazar-I Sharif, nel giorno e nelle sole ore del mattino concesse alle donne, Nazifa Hoshimi c'è rimasta due ore. "Ho pregato per la mia famiglia, e ho parlato con le altre donne. Come facciamo a scappare? Dove andiamo? È meglio tentare dall'Iran o dall'Uzbekistan? Due mi hanno chiesto cosa ne pensassi: Nazifa, diccelo e facciamo anche noi le stesse cose, se andate voi riusciremo anche noi no?". Questa follia misogina di dividere i destini e gli orari dei maschi e delle femmine persino durante la preghiera, genera piccole opportunità impreviste. Permette di condividere ansie, idee, progetti tra le donne emancipate che il nuovo corso vorrebbe spazzare via.
Nazifa, che ha 60 anni e una storia di successo, è la prima volta che si azzarda a uscire da casa. Era una manager della Afgan film company, e con l'ex presidente Ghani era "la numero due dell'Ufficio della presidenza per i contenuti multimediali", oltreché un ufficiale nello staff del Parlamento afghano. "Vivevo a Kabul, e quando la repubblica islamica è caduta e sono arrivati i talebani, sono scesa in piazza a protestare con altre donne. Sono una di quelle che hanno picchiate, per strada, e mi sarebbero venuti a cercare a casa: non mi è rimasto che scappare, e non solo per salvare me stessa".
A casa avrebbero trovato anche suo figlio Adris Sarwary, ex alto ufficiale del Cid, la polizia criminale centrale: "Ho arrestato centinaia di malviventi - racconta - ho le intercettazioni dei servizi in cui alcuni di loro dicevano che mi avrebbero ucciso. Quando sono arrivati i talebani, la prima cosa che hanno fatto è aprire le porte delle prigioni: non sarei sopravvissuto". Così sono fuggiti via tutti, tutta la famiglia allargata di zii e nipoti, e ora eccoli tutti qui a Mazar-I Sharif in un appartamento di periferia "in cui nessuno sa di noi", tra gli sbuffi di sabbia del deserto che lambisce le case. "Siete le prime persone che facciamo entrare", dicono chiedendo con molta dignità una mano a lasciare questo Paese precipitato in una nuova sciagura.
"Siamo tutti in grave pericolo", assicurano. Anche Fraidon Nadim, cognato di Adris, è qui con la sua famiglia: era un ufficiale dell'esercito, "lavoravo nella logistica, ho pensato di scappare dall'aeroporto di Kabul ma con quella calca era impossibile passare con mia moglie e le tre bambine piccole". Finire nelle mani dei talebani potrebbe essergli fatale. Ma non sono gli uomini ora a tenere le redini della situazione. È Nazifa, sono Maryam Sarwary e le altre donne della famiglia che uscivano solo per fare la spesa, nascoste sotto i veli, e ora vanno in moschea e cercano una strada che porti tutti al sicuro.
Sui marmi in cui milioni di fedeli sono venuti in pellegrinaggio, oggi sono in pochi a sfidare gli sguardi taglienti dei talebani, le loro regole fuori dal tempo e i loro modi spesso rudi e talvolta violenti. Rana Gol ha 22 anni e il velo le copre il viso ma le lascia libero lo sguardo su questo mondo intorbidito: "Non posso studiare, sarei diventata un'infermiera ma ora è impossibile e i miei me lo hanno proibito. Anche loro sono chiusi a casa, impauriti: cosa posso fare se non provare ad andarmene per continuare a studiare? Lo farò, in modo legale o scapperò".
Accanto a lei, la sorella Rokya tiene in braccio il suo bimbo. Lei ha nascosto anche lo sguardo, sotto il burqa: "Mai portato, prima di ora. Avevo solo una sciarpa sui capelli, ma adesso è troppo pericoloso. Mio marito era poliziotto, con la guerra ha lavorato con gli americani nelle manutenzioni: abbiamo provato a rivolgerci alle istituzioni Usa ma non ci hanno neppure risposto. Lui è chiuso in casa con la paura che lo vengano a prendere, e io mi nascondo sotto il burqa".
"Siamo tutti atterriti. Per questo - dice Maryam - non facciamo che parlarne, anche qui in moschea. Abbiamo paura ad andare a scuola, all'università, persino a vivere nelle case dove siamo cresciute. È vero, come dicono, che prima dell'arrivo dei talebani l'Afghanistan non era per niente sicuro, e la gente viveva ogni giorno piangendo la perdita dei propri cari. Ma almeno eravamo liberi, potevamo vivere come volevamo. Cosa ce ne facciamo della sicurezza senza libertà? Io ho studiato 12 anni, in futuro voglio servire me stessa, la mia famiglia, la mia gente e la mia patria; ma tutti i miei sogni sono stati spazzati via".
Tra le aiuole fiorite e centinaia di colombe bianche che popolano la Moschea Blu, la piccola Hadiba incrocia le braccia come le star che ha visto su internet, e alza fiera sguardo e voce: "Io farò la dottoressa. La dottoressa, oppure l'insegnante". Il futuro è suo, non può essere del tipo col fucile e il disprezzo negli occhi che viene a dirci che l'ora delle donne, in moschea, per oggi è finita.