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Frances Haugen, ecco chi è la "whistleblower" di Facebook: "Così l'odio crea profitti"

Frances Haugen durante l'intervista a 60 Minutes (reuters)
La donna che ha consegnato ai media e al Congresso documenti riservati della piattaforma è una giovane analista di dati. "Volevo lavorare per combattere la disinformazione. Ho perso una persona cara a causa del complottismo" ha detto, accusando la sua ex azienda di "privilegiare la crescita rispetto alla sicurezza"
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Frances Haugen ha 37 anni, è un'analista di dati, originaria dell'Iowa, laureata in ingegneria informatica, master ad Harvard in business, anni di esperienza in diverse compagnie tech, da Google, a Pinterest, Yelp, e infine Facebook. Tailleur e trucco impeccabile sotto un casco di capelli biondi, quando è comparsa ieri sera sulla tv americana Cbs, intervistata dal programma "60 Minutes", ha dato un volto alla fonte delle ultime, esplosive rivelazioni su Facebook e Instagram comparse in queste settimane sulla stampa Usa.

È lei infatti la whistleblower, l'informatrice segreta, che ha raccolto decine di migliaia di pagine di documenti interni e li ha rivelati al Wall Street Journal, sotto garanzia di anonimato, per spiegare al mondo le storture del social network più diffuso del pianeta. Nei giorni scorsi l'inchiesta Facebook Files ha rivelato come Facebook avvantaggi gli utenti più potenti e i politici nella moderazione dei l…

Frances Haugen ha 37 anni, è un'analista di dati, originaria dell'Iowa, laureata in ingegneria informatica, master ad Harvard in business, anni di esperienza in diverse compagnie tech, da Google, a Pinterest, Yelp, e infine Facebook. Tailleur e trucco impeccabile sotto un casco di capelli biondi, quando è comparsa ieri sera sulla tv americana Cbs, intervistata dal programma "60 Minutes", ha dato un volto alla fonte delle ultime, esplosive rivelazioni su Facebook e Instagram comparse in queste settimane sulla stampa Usa.

È lei infatti la whistleblower, l'informatrice segreta, che ha raccolto decine di migliaia di pagine di documenti interni e li ha rivelati al Wall Street Journal, sotto garanzia di anonimato, per spiegare al mondo le storture del social network più diffuso del pianeta. Nei giorni scorsi l'inchiesta Facebook Files ha rivelato come Facebook avvantaggi gli utenti più potenti e i politici nella moderazione dei loro contenuti; come i dirigenti della piattaforma siano stati "scudati" dalle denunce per gli scandali degli anni precedenti, a partire da quello di Cambridge Analytica; e soprattutto come le ricerche interne di Facebook avessero lanciato forti allarmi circa gli effetti che Instagram può avere sulla psiche dei giovanissimi e in particolare delle ragazzine.

La testimonianza davanti al Congresso Usa

Davanti alle telecamere, intervistata da Scott Pelley, ha dimostrato con chiarezza, lucidità e nessun astruso tecnicismo i motivi per cui - dati alla mano - Facebook ha messo in moto un meccanismo di disinformazione, polarizzazione dell'opinione pubblica e influenza negativa sui più giovani. E perché è necessario che si attui una forma di regolamentazione nei confronti delle aziende di Mark Zuckerberg. Domani andrà a testimoniare al Congresso Usa, tra qualche settimana parlerà anche di fronte al Parlamento britannico e dice di essere in contatto con parlamentari francesi e con l'Europarlamento. 

"Quello che ho visto ripetersi a Facebook più e più volte è il conflitto di interessi tra quel che è bene per il pubblico e quel che è bene per Facebook. E Facebook, più e più volte, ha fatto scelte basate sui propri interessi, come quello di fare più soldi". Facebook, insomma, "ha privilegiato la crescita rispetto alla sicurezza".

Del resto era stato proprio questo rischio a spingere la stessa Haugen a unirsi alla piattaforma, nel 2019. Aveva perso una persona a lei cara "a causa delle teorie complottiste", ha raccontato, e aveva accettato l'offerta di lavoro di Facebook solo se avesse potuto lavorare per combattere la diffusione della disinformazione. "Volevo che nessuno provasse il dolore che avevo sofferto io. E capivo quanto fosse importante garantire che su Facebook circolasse informazione di buona qualità". Aveva cominciato a lavorare a Menlo Park nel gruppo che si occupa di "Civic Integrity", dedicato al contrasto dei contenuti pericolosi per le elezioni. Ma subito dopo le presidenziali del 2020 il gruppo è stato sciolto. "Di fatto hanno detto: abbiamo superato le elezioni, non ci sono stati disordini. Adesso possiamo liberarci di Civic Integrity". Poche settimane dopo, la folla di sostenitori pro Donald Trump assaltava il Congresso di Washington. In quel momento, ricorda Haugan, le è stato chiaro che l'azienda "non intendeva davvero investire per evitare che Facebook diventasse pericolosa". 

Il tribunale di Facebook

La rabbia genera soldi

Il modo stesso in cui gli algoritimi di Facebook sono disegnati - e questa non è una vera novità - punta a privilegiare i contenuti divisivi, rabbiosi, polarizzanti. "La missione di Facebook è di mettere in contatto le persone in tutto il mondo", dice Haugen. "Quando si sa che un sistema si può manipolare grazie alla rabbia, è più facile che si provochi la rabbia nelle persone. Quindi gli editori dicevano: oh, se creo più contenuti divisivi, faccio più soldi. Facebook ha messo su un sistema di incentivi che sta allontanando le persone". In particolare, racconta la donna, il cambio di algoritmo effettuato nel 2018 per promuovere "quelle che chiama interazioni sociali significative" attraverso una classificazione dei contenuti basata sull'engagement, cioè il numero di volte che si clicca, si commenta, si condivide un certo contenuto: più alto è, più il contenuto viene promosso sulla piattaforma.

"Una delle informazioni più scioccanti che ho portato fuori da Facebook è quel che dicevano i partiti politici - riportato nelle ricerche di Facebook - cioè il fatto che erano consapevoli che Facebook aveva cambiato il modo in cui venivano selezionati i contenuti. E dicevano: adesso se non pubblichiamo contenuti rabbiosi, pieni di odio, divisivi, siamo fregati. Non otteniamo niente. Non è una cosa che ci piace, e non piace neanche ai nostri elettori. Ma dobbiamo salvare il posto di lavoro. E se non facciamo storie di questo tipo non veniamo distribuiti (su Facebook). E quindi adesso dobbiamo fare un sacco di cose così, perché è diventato il nostro lavoro. E se non generiamo traffico e engagement, perdiamo il lavoro". Non solo i contenuti d'odio risultano più profittevoli, ma implementare delle misure di sicurezza e monitoraggio sulla piattaforma costa molto, soprattutto quando - man mano che Facebook si espande nel mondo a utenti di lingue diverse dall'inglese - questi sistemi vanno progettati e attuati in lingue diverse: il ritorno economico non è semplicemente sufficiente a giustificare lo sforzo e dunque in aree "marginali" del mondo la piattaforma è lasciata praticamente a se stessa.

Non si tratta di rivelazioni del tutto inedite, ma la forza della testimonianza di Haugen sta nel fatto che la donna documenta tutto. E non necessariamente per rivalsa o rabbia. Almeno a quanto dice lei, ha ancora fiducia che la piattaforma possa migliorare, e prova rispetto e affetto per molti di quelli che ci lavorano. "Credo che possiamo fare di meglio", ha twittato. "Insieme possiamo creare un social media che tiri fuori il meglio di noi. I problemi si risolvono insieme, non possiamo farlo da soli".

Sia l'account Twitter che il sito creato da Haugan fanno parte di una strategia curata nei dettagli negli ultimi mesi. Haugen ha lavorato a Facebook per due anni, finché non ha deciso di lasciare proprio spinta dallo sconforto per la mancanza di attenzione che i vertici dell'azienda riservavano ai ripetuti segnali di preoccupazione da parte di molti analisti e dipendenti di Facebook, e del modo in cui le proposte per migliorare i meccanismi della piattaforma venissero costantemente ignorate o accantonate. Subito prima di lasciare gli uffici e uscire dal sistema interno, ha copiato decine di migliaia di documenti, alcuni dei quali, pur essendo altamente sensibili, erano stati lasciati senza grosse precauzioni sulla chat dei dipendenti dell'azienda.

Nome in codice "Sean"

Ha poi contattato il team legale di Whistleblower Aid, un gruppo non profit che difende chi decide di rivelare informazioni confidenziali per motivi di interesse pubblico. Con la loro consulenza e sotto il nome in codice di "Sean" ha pianificato il suo leak, che è stato condotto sia tramite i media sia contattando i membri del Congresso, sia con una serie di denunce circostanziate alla Security and Exchange Commission, l'organismo federale che protegge gli investitori. Con le sue dichiarazioni pubbliche, sostiene Haugan, Facebook ha ripetutamente ingannato chi ha investito nell'azienda. 

Per ora Facebook non risponde nel dettaglio delle accuse. Venerdì, in previsione dell'intervista alla Cbs,  il vicepresidente per gli affari globali, Nick Clegg, ha distribuito una memoria interna in cui anticipava quel che la donna avrebbe detto e definendo le accuse "fuorvianti". Poi è andato alla Cnn per ribadire che Facebook riflette "il bello, il brutto e l'orrendo dell'umanità" e che è impegnata a "mitigare il brutto, ridurlo e amplificare il bello". Quanto alle violenze del gennaio scorso al Congresso Usa, l'autodifesa è anche un attacco alla politica: "Penso che si vogliano dare delle false rassicurazioni al pubblico sul fatto che esistano spiegazioni tecniche, o tecnologiche, per il problema della polarizzazione politica negli Stati Uniti".