L'appello degli artisti dall'Afghanistan: "Salvate la musica e la bellezza"
di Barbara Schiavulli , di Barbara Schiavulli"Se non puoi salvare me, salva il mio strumento", dice commosso Faiz Sakhi, un musicista e insegnante di musica, allungandoci il suo rubab, una sorta di liuto tradizionale. "Lo riavrai Faiz, te lo prometto, un giorno quando potrai suonare di nuovo te lo riporteremo", mormoriamo con le lacrime agli occhi, consci che ci sta affidando tutto il suo mondo. Faiz per salvare dai talebani i suoi strumenti è stato aggredito, il figlio adolescente è intervenuto per proteggerlo e i talebani lo hanno accoltellato all'addome, mentre un altro figlio più piccolo prendeva gli strumenti e scappava a casa. Ha cinque maschi e due femmine, tutti prima suonavano, ora quando proprio non resistono, scendono in cantina e cercano di non farsi sentire da nessuno. E ora il suo prezioso rubab è al sicuro in Italia nella speranza che Faiz e la sua famiglia possa venirselo a prendere.
"Se non puoi salvare me, salva il mio strumento", dice commosso Faiz Sakhi, un musicista e insegnante di musica, allungandoci il suo rubab, una sorta di liuto tradizionale. "Lo riavrai Faiz, te lo prometto, un giorno quando potrai suonare di nuovo te lo riporteremo", mormoriamo con le lacrime agli occhi, consci che ci sta affidando tutto il suo mondo. Faiz per salvare dai talebani i suoi strumenti è stato aggredito, il figlio adolescente è intervenuto per proteggerlo e i talebani lo hanno accoltellato all'addome, mentre un altro figlio più piccolo prendeva gli strumenti e scappava a casa. Ha cinque maschi e due femmine, tutti prima suonavano, ora quando proprio non resistono, scendono in cantina e cercano di non farsi sentire da nessuno. E ora il suo prezioso rubab è al sicuro in Italia nella speranza che Faiz e la sua famiglia possa venirselo a prendere.
Per Iqbal l'arte è anche politica, ci mostra il suo blocco di appunti: una sedia che rappresenta il potere, fatta di proiettili. Una bambina con uno zainetto a forma di cuore che cerca di scavalcare un muro, ma viene trattenuta da corde alle caviglie. "Lei vorrebbe andare a scuola". 19 dipinti sono ritratti, sono tutti gli studenti uccisi all'università di Kabul nel novembre 2020, ad ognuno manca un occhio e la bocca perché non possono più parlare. E' potente l'arte di Iqbal che sogna di partire per continuare a studiare, forte come è la voglia di suonare di Rustam Atai e Sligal Kabuli, due fratelli, uno suona e l'altro canta, sono molto conosciuti, si sono esibiti anche davanti al presidente Obama e venivano spesso chiamati dalle ambasciate straniere. Ora come tutti gli altri, non solo non lavorano più, ma sono costretti a nascondersi.
Rustam ha preso una casa nella parte vecchia della città che sta sulla cima di una collina piena di abitazioni arroccate, raggiungibile solo a piedi dopo aver fatto 200 scalini di fango, immersi in una fognatura a cielo aperto che toglie il fiato. "Abbiamo venduto 5 tappeti e il frigo per poter sfamare i bambini. Uno dei nostri fratelli suonava ad un matrimonio quando sono arrivati i talebani e hanno cominciato a sparare in aria. E' stato colpito alla gamba", dice Rustam, incalzato da Sligal, poi non resistono, sollevano una tenda compaiono delle percussioni, spostano un mobile e viene fuori una sorta di fisarmonica. Cantano e suonano perché lassù nessuno li sente, cantano della miseria dell'Afghanistan senza musica e dei talebani che strappano le loro vite.
Dall'altra parte delle città in quartiere fronte cimitero, abita uno degli attori più noti dell'Afghanistan, non tanto per il nome ma per il ruolo che interpreta, su YouTube ha milioni di follower. Non è altri che il Charlie Chaplin dell'Afghanistan. Un ragazzo minuto che ha scoperto il teatro mentre era rifugiato con la famiglia in Iran e poi è tornato in Afghanistan. Fino a due anni fa si esibiva per le strade, nelle scuole, studiava all'università e il 15 agosto si trovava lì a discutere la tesi quando all'improvviso la città si è arresa ai talebani. "E' successo all'improvviso, tutti sono scappati, non si trovava neanche un taxi e non finito la mia discussione". Ma quello è l'ultimo dei suoi problemi. Quattro giorni dopo l'arrivo dei talebani, il padre ha ricevuto una lettera che lo minacciava di morte. Ora lui non dorme più a casa, dove ha moglie e un figlio di nove mesi. Ha provato a passare il confine con il Pakistan ma i talebani lo hanno preso, gli hanno trovato il computer con i suoi video, lo hanno picchiato, ammanettato e bendato e poi gli hanno puntato una pistola alla testa. "Gli artisti non ci piacciono", è l'ultima cosa che ha sentito prima che arrivasse il capo di quel gruppo di combattenti talebani e lo lasciasse andare.
Ora interpreta un nuovo ruolo: quello del perfetto musulmano, si è fatto crescere la barba, indossa il salwar kamiz bianco, e il berrettino di Kandahar che portano i talebani. Eppure gli occhi vivaci, quelli di quel Charlie Chaplin che ha fatto ridere i bambini di tutto l'Afghanistan, sono sempre lì. Tutte queste persone hanno una scintilla dentro difficile da mascherare, è l'anima degli artisti che i talebani possono solo uccidere, ma non fermare.
Obaid Zazai è terrorizzato. Si nasconde nel magazzino di un amico, continua a controllare l'entrata. Lui è stato il primo modello dell'Afghanistan. Ha cominciato nel 2012 e ha fatto sfilate in tutto il centr'Asia e ora che non è più giovane, 38 anni, insegnava in una scuola per modelli dove c'erano sia ragazze che ragazzi. Una delle sue studentesse lo chiama in lacrime e gli dice che non ce la fa più. "Che le devo dire? Che ci aspetta una vita senza sogni e senza bellezza?", dice Zazai scuotendo la testa con i suoi modi molto teatrali, ma la paura non è recitata, è reale, quasi palpabile in quel posto dove sono ammucchiati vecchi mobili, sedie elettrodomestici, in totale contrasto con le sue movenze gentili. È come essere un cristallo tra una mandria di elefanti. "Sono stato fortunato, ora penso ai giovani, che ne sarà di loro, quanto ci vorrà per dimenticare questi 20 anni e trasformali in quei tipi che sono al governo? Ho paura per me, ma ho soprattutto paura di quello che ne sarà di questo paese".