Riparte il negoziato sul nucleare. I grandi cercano l'intesa con l'Iran
dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli , dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK - Tutto ormai sembra ridursi a capire se l'Iran accetterà una soglia più bassa entro cui contenere le sue capacità di costruire l'atomica, e a quale prezzo. L'analisi che Reuel Marc Gerecht ha pubblicato sul Wall Street Journal non è ottimistica, ma pochi dissentono sul fatto che la realtà sia ormai questa. Tanto che gli osservatori considerano già un passo avanti le notizie offerte dal mediatore europeo Enrique Mora dopo la prima sessione di colloqui ieri a Vienna, secondo cui Teheran è disposta a discutere le sue attività nucleari negli incontri previsti domani, dopo però aver parlato delle sanzioni in quelli di oggi.
Mora ha dichiarato di aver avvertito "un senso di urgenza nel riportare in vita l'accordo JCPOA", e di sentire un umore "estremamente positivo", soprattutto perché la delegazione nominata dal nuovo presidente Ebrahim Raisi ha accettato come base per l…
NEW YORK - Tutto ormai sembra ridursi a capire se l'Iran accetterà una soglia più bassa entro cui contenere le sue capacità di costruire l'atomica, e a quale prezzo. L'analisi che Reuel Marc Gerecht ha pubblicato sul Wall Street Journal non è ottimistica, ma pochi dissentono sul fatto che la realtà sia ormai questa. Tanto che gli osservatori considerano già un passo avanti le notizie offerte dal mediatore europeo Enrique Mora dopo la prima sessione di colloqui ieri a Vienna, secondo cui Teheran è disposta a discutere le sue attività nucleari negli incontri previsti domani, dopo però aver parlato delle sanzioni in quelli di oggi.
Mora ha dichiarato di aver avvertito "un senso di urgenza nel riportare in vita l'accordo JCPOA", e di sentire un umore "estremamente positivo", soprattutto perché la delegazione nominata dal nuovo presidente Ebrahim Raisi ha accettato come base per l'eventuale intesa il lavoro svolto nelle sei sessioni precedenti di colloqui.
L'accordo JCPOA era stato negoziato dall'amministrazione di Barack Obama nel 2015, e frenava le attività nucleari della Repubblica islamica per dieci anni. Il suo successore, Donald Trump, però era uscito dall'intesa e aveva imposto circa 1.500 sanzioni di vario genere, nella speranza di convincere Teheran ad accettare un nuovo accordo che includesse il riarmo missilistico convenzionale degli ayatollah e le loro attività destabilizzanti in tutto il Medio Oriente. Questa intesa però non si è mai materializzata e anzi l'Iran ha accelerato l'installazione delle turbine, estromesso gli ispettori dell'Aiea e portato la purificazione dell'uranio al 60%, ossia pochissima distanza dal 90% necessario a costruire bombe.
Joe Biden voleva resuscitare il JCPOA, ma si è trovato davanti a due problemi: primo, i progressi tecnologici di Teheran, che hanno reso obsoleto l'accordo o comunque difficile tornare indietro; secondo, la necessità di non apparire debole rispetto a Trump. I colloqui sono ripresi al rilento, ma verso la fine della primavera la nuova intesa era praticamente scritta. A quel punto gli iraniani hanno frenato perché il 18 giugno erano in programma le elezioni, che hanno consegnato la presidenza al candidato dell'ala dura Raisi. Allora si è bloccato tutto, perché Teheran ha posto tre condizioni inaccettabili per gli Usa: ammissione di colpevolezza da parte di Washington, immediata cancellazione delle sanzioni, garanzia che un eventuale accordo non possa più essere abbandonato dai futuri presidenti. L'inviato americano Robert Malley ha risposto che così non c'era alcun margine, e si è iniziato a parlare del "piano B", ossia un rilancio delle sanzioni, che però richiederebbe il difficile appoggio di Russia e Cina. Sullo sfondo poi c'è sempre il possibile intervento militare israeliano per bloccare l'atomica.
Alla vigilia dei colloqui di Vienna col gruppo "5+1", con Cina, Russia, Regno Unito, Francia, Germania e Ue nella stanza con gli iraniani, e gli Usa in un altro albergo, il capo negoziatore Ali Bagheri ha avvertito che sul tavolo ci sono solo le sanzioni, non il programma nucleare, e gli Usa devono pagare un prezzo per l'uscita dal JCPOA. Ieri poi ha detto che Washington deve togliere le sue misure "disumane e violente. La revoca delle sanzioni è la priorità dei colloqui". Nel frattempo la Gran Bretagna ha firmato un comunicato congiunto con Israele con cui si impegna ad "impedire che l'Iran abbia l'arma nucleare" in ogni modo.
In questo quadro è già un risultato che Teheran abbia accettato di discutere i suoi programmi, ma l'ipotesi più ottimistica è che si arrivi ad un'intesa parziale e provvisoria, per congelare alcune attività in cambio dell'allentamento di alcune sanzioni. Per Gerecht non si andrà oltre un accordo che tenga l'Iran ad un paio di mesi dalla costruzione dell'atomica, ammesso che ciò basti a garantire la sicurezza di tutti ed evitare lo scontro.